PERCHÉ CORBYN HA PERSO

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Marco Di Geronimo

Le elezioni britanniche sono state un referendum sulla Brexit. E il Partito laburista, che ha un elettorato spaccato a metà tra brexiteers e remainers, è inciampato sul suo tallone dAchille. Boris Johnson vince a furor di popolo al grido di Get Brexit Done!, e consolida la maggioranza grazie a vittorie-chiave nelle regioni rosse dell’Inghilterra del Nord. Ma all’orizzonte s’avvista la mina vagante di un altro referendum: quello scozzese.

Partiamo dai dati. I Conservatori si assicurano una maggioranza di 365 seggi (+47 dalle scorse elezioni). La vittoria dei Tory è consolidata da un’avanzata decisa nell’Inghilterra del Nord, dove il Labour ha perso seggi un tempo blindati (tra cui quello dello storico deputato, ex minatore, Dennis Skinner, in sella a Westminster dal 1970). I laburisti si assestano a 202 deputati (-59). Il Partito scozzese fa il pieno (48 seggi su 59 oltre il vallo d’Adriano e 13 deputati in più), mentre i LibDems perdono un seggio… quello della Segretaria (ormai dimissionaria) Jo Swinson.

I commentatori italiani come al solito dimostrano di parlare per dare aria alla bocca. C’è chi sostiene che Corbyn avrebbe perso per essere stato troppo vago sulla Brexit. La soluzione del Labour era seria (anche se contorta): negoziare una soft Brexit e mettere a referendum il nuovo accordo, a confronto col Remain. Chi chiedeva posizioni più nette, senza accorgersene chiedeva un suicidio: gli elettori di Corbyn oscillano tra il Remain e il Leave. Il Labour è l’unico partito che non soffre polarizzazione del consenso tra le due opzioni: ottiene praticamente lo stesso risultato (32% e 34%) sia nei 386 collegi che nel 2016 votarono la Brexit, sia nei 260 collegi che vi si opposero. (A titolo desempio, i Tory oscillano tra il 53% raccolto tra chi votò la Brexit e il 34% di chi vi si oppose, e specularmente i LibDems tra il 9% e il 15%). Il Partito laburista doveva tenere insieme due elettorati che il dibattito pubblico voleva contrapporre: per forza di cose ha dovuto mantenere “un piede in due scarpe”, con una proposta intellettualmente onesta sulla Brexit, e provare a deviare il dibattito su temi trasversali (come la sanità pubblica)… precisamente quello che ha fatto! Era l’unica strategia per limitare i danni. E secondo l’Economist, la strategia ha pagato: nel giro di un mese il Labour ha recuperato il 10% (sgonfiando i LibDems).

La grande rimonta delle ultime settimane testimonia anche che Corbyn non si è affatto spostato troppo a sinistra (come sostiene qualche genio esperto nel perdere ogni elezione possibile). Il Partito laburista ha incassato 10 milioni e rotti di voti, cioè circa 800mila voti in più del 2005. E le elezioni del 2005 erano state vinte dal partito di centrosinistra inglese. Il risultato è migliore anche di gran parte delle elezioni recenti del Labour (2010 e 2015 incluse): tuttavia perde quasi 2 milioni di voti rispetto al 2017. Ma bisogna ricordare che il Labour di due anni fa aveva le stesse posizioni politiche del Labour di oggi: non si è spostato nettamente a sinistra. E anzi, il 32% che i laburisti mietono a livello nazionale è stato raccolto in aree che di sinistra non sono. Il tesoretto rosso era tutto settentrionale: Scozia e Nord Inghilterra. Due regioni in cui i laburisti hanno perso voti su voti (e moltissimi seggi). In Scozia domina l’SNP, nel Red Wall i Conservatori espugnano collegi che votavano Lab da decenni.

La Brexit è stata il grimaldello che ha consegnato le chiavi di Downing Street a Johnson, permettendogli di vincere la leva geografica che ogni sistema maggioritario porta con sé. Basta spalmare bene il consenso per incassare maggioranze enormi. E infatti la peggiore sconfitta rossa dal 1935 (in termini di seggi) non corrisponde affatto a una debacle laburista nel Paese reale (anzi, sia in voti assoluti, sia in percentuale, il risultato è onorevole). La verità è che l’elettorato britannico ha chiesto una risposta forte a un problema che monopolizza il dibattito pubblico da ormai tre anni. E quella risposta è stata Boris Johnson. Il Partito conservatore ha chiesto e ottenuto un mandato pieno per concludere la Brexit entro il 31 gennaio 2020, approvando il deal che lo scorso Parlamento aveva più volte bocciato (sia sotto la May, sia sotto Johnson). Ad aiutarlo è stato anche un assist di Nigel Farage, il principale sponsor dell’uscita, che ritirato tutti i suoi candidati dai collegi Tory in modo da renderli meno contendibili e aiutare i conservatori nel mantenerli contro il Labour.

©BBC

D’altronde Corbyn doveva assumere una posizione mediana: l’ala blairite del Partito ha spinto per mesi affinché si pronunciasse definitivamente a favore di un secondo referendum. Dopo minacce di scissioni, e una mediazione durata sei ore, la Conference del Partito approvò questa terza strada nel settembre 2018 e per un anno ha caratterizzato la linea corbynista. Nonostante tutto il Labour ha subito una sonora sconfitta alle elezioni europee, alle quali è addirittura crollato al di sotto del 20%. Ma si sa: i britannici preferiscono il voto dilettevole al voto utile quando sono chiamati a rinnovare il Parlamento europeo. E tornano rapidamente nei ranghi in occasione delle General Elections.

Ragion per cui hanno colpito Jo Swinson, la leader dei LibDems (il tradizionale terzo partito, liberaldemocratico, dello scenario britannico). La Segretaria è stata defenestrata dal suo seggio scozzese e adesso è a spasso, pronta a dimettersi. I LibDems hanno condotto una campagna serrata contro Corbyn ma non sono riusciti a guadagnare un seggio in più: anzi, a fronte del 4% eroso qua e là, perdono 1 seat a Westminster. Come il Labour, spostano il voto d’opinione ma non riescono a regionalizzarlo e a mietere i risultati. Il loro obiettivo era svuotare i laburisti dei voti remainers, ma forse presentarsi come forza capace di vincere le elezioni e dettare le condizioni sul tavolo delle trattative col Labour (a fronte di decenni dirrilevanza politica e un Governo di coalizione coi Tory in cui hanno ingoiato tutti i rospi possibili) non è stata una strategia vincente…

Ciononostante il Labour ha perso circa l8% rispetto alla scorsa volta. A livello globale, una metà di questi voti sono confluiti nei LibDem, ma si sono tradotti in vittorie Tories in giro per lInghilterra (perché hanno sottratto voti utili in collegi in bilico). Però non è in questo spostamento la causa della grossa emorragia di deputati laburisti: tra i collegi remainers, il Labour perde solo 12 seggi. Sono i rivoli nelle regioni rosse (e tenacemente brexiteers) ad azzoppare i laburisti: lì Corbyn ha perso il maggior numero di seggi. Nei collegi in cui vinse il Leave, il Partito laburista ha perso la bellezza di 48 scranni. Al punto che Ian Lavery, ormai ex deputato laburista del Nord, ha dichiarato che aver scelto la strada del secondo referendum ha significato «ignorare la democrazia» ed è stato il motivo principale della sconfitta. Deve aver contribuito anche laffluenza, che è lievemente scesa del 2%.

Jeremy Corbyn si dimetterà da Segretario generale del Partito laburista: però non lo farà subito, bensì dopo un «periodo di riflessione». Fonti affidabili suggeriscono che gli sia stato chiesto di rimandare le dimissioni, per evitare che s’apra immediatamente un feroce scontro interno tra le correnti sindacaliste (eurocritiche) e le aree del partito più legate ai centri urbani (europeistiche). La battaglia per la leadership si agiterà nei prossimi mesi e bisogna ancora individuare chi saprà raccogliere il testimone del leader più amato dai giovani del Partito laburista moderno (alcune stime suggeriscono picchi del 51% di voti tra gli under 29). Come ha precisato lo stesso Corbyn nel suo discorso di dimissioni, benché adesso sia costretto a lasciare le politiche del Partito restano popolari e condivise nella base e tra i quadri. E dopotutto sull’ambizioso manifesto che il Labour ha presentato per queste elezioni (It’s Time for Real Change) è stata costruita una rimonta di grande pregio. Anche se effimera.

Ha pesato molto anche una stampa costantemente sfavorevole al Primo ministro ombra, accusato ripetutamente di antisemitismo a dispetto della sua dirittura adamantina e della sua moralità notoriamente integerrima. Accusa falsa, come dimostra un editoriale di Rosa Gilbert (che proviene da una famiglia ebrea vittima della Shoah), pubblicato in italiano da Contropiano, e in cui si legge la Gilbert definire il dibattito come «una delle campagne di diffamazione più intense mai viste». Nulla quaestio, invece, sul conclamato razzismo di BoJo, del quale sono emerse dichiarazioni omofobe e sessiste, commenti contrari all’arresto di Pinochet, battute razziste, e – tanto per non farci mancar nulla – un po’ di (in)sana islamofobia.

Adesso si apre una pagina scottante per la politica inglese. Nelle prossime settimane Boris Johnson chiederà al Parlamento di approvare il suo deal con l’Unione europea: e con questo accordo (che sigla una hard Brexit) il premier inglese conta di chiudere la partita. Tuttavia ben presto si aprirà una seconda gratta da pelare: un nuovo referendum sullindipendenza della Scozia. L’SNP (Scottish National Party) ha fatto cappotto in terra gaelica e, forte della legittimazione popolare, chiede di celebrare una nuova consultazione. Che forse si terrà: ad annunciarlo è Michael Glove, il braccio destro di Boris Johnson. La Prima ministra scozzese Nicola Sturgeon scrive che il risultato è positivo per l’SNP ma «triste per il Paese»: eppure proprio con il Governo conservatore dovrà negoziare il referendum indipendentista. Stavolta Edimburgo potrebbe decidere di fare le valigie: ai tempi un argomento a favore degli unionisti era la permanenza nellUE (apprezzata tra i celtici e non garantita dall’eventuale secessione). E ora l’indipendenza potrebbe essere la carta vincente per tornare a Bruxelles

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E. In passato ho scritto anche per ItalianWheels, per Onda Lucana e per Leukòs.

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