Pierfrancesco Stella, con ” Selva d’antropofaggI “, è l’autore del racconto breve che ha vinto il PRIMO PREMIO del Concorso di letteratura ” l’albero di rose” edizione 2016, tenuto ad Accettura. Pierfrancesco Stella è nato a Maniago e vive a Trieste. È architetto e scrive per passione. Proponiamo questo bel minigiallo, ricco di pathos, e, in coda, il lusinghiero, giudizio della Commissione presieduta dal prof. Giovanni Caserta.
SELVA D’ANTROPOFAGGI
1
Rassegnata: l’efficiente polizia austriaca aveva infine archiviato,
Verschwunden – Scomparso.
Avevi seguito i riti della domenica: la sveglia un po’ più tardi scansando
l’orario feriale, calme consuetudini da week-end e il turno di pulizia che
ti toccava rispettare. Il pranzo tardivo ma curato, seguito da un caffè
lento e tiepido. Poi avevi presa la bici per sorpassare il Reno e andare in
quella Svizzera che ogni mattina salutavi dalla finestra della colazione.
Sulla salita asfaltata, con quel rottame che di nuovo andava: l’avevi
sistemato giorni prima e discretamente assicurato al palo della
segnaletica per proseguire a piedi, a trovare l’unico autunno che volevi
incontrare. Da lì sola cosa di te rimasta e sapientemente archiviata: dieci
scontrini usati, appuntati sul retro a matita, slavati e rattrappiti.
–
Lustenau, 01. November 2015
UmschreibungdereinzigenZeugnissedes Falls “A6890„ – in Mitarbeit
mitderKantonspolizeiSt.Gallen (CH)*
Nella faggeta perdi il filo: ovunque é sentiero di foglie e i luoghi sono
magici, bianchi o neri cambiano nel modo in cui li vedi
(2) Ti è subito chiaro OGNI gesto umano. Qualunque salto sospinto nel
soffice manto ti può essere traditore
(3) Ogni artifizio insidia una trappola d’incantesimo viscerale
* Lustenau, 1 Novembre 2015
Trascrizione delle uniche testimonianze del caso “A6890„ – in collaborazione
con la Polizia Cantonale di San Gallo (CH)
(4) Cercare soccorso alpino? Inutilmente il cellulare:
1) era rimasto attaccato alla presa di casa
2) non avrebbe comunque trovato campo
Anche la luce di una malga, vista all’andata e guardata da un cane, ora
non rispondeva né notava la tua presenza, così ogni altra forma di vita
(5) L’oscurità ormai calata – e lo sapevi – non era stata tua attenzione.
A tentoni nel bosco non puoi, sarebbe suicidio. Affini la vista o aspetti il
buio, tanto la tua ragione si è persa, in balìa dei suoi mostri. Meglio
vegliare l’alba, una notte da pecora a una morte da leone
(6) Lo spazio di un rito a consumarsi ancora coglie il tuo affannoso
istinto: così la natura nella sua fatale accidentalità, a cadenza regolare
tronchi stecchi e foglie non ce li può aver messi; respiri odore di streghe
e caligini lontane, senti neri profondi e persi nei solchi del tempo, scorre
il sapore di ferro nel sangue d’altri riti
(7) D’un tratto svaniscono anche gli scritti, come i campanacci dei
pascoli e i rumori dell’autostrada. Sei solo con un remoto passato e ogni
suono della foresta é codice nemico… non resta che temere per la
propria persona ai sensi e gli effetti della legge del più forte
(8) I faggi cominciano ad ardere dalle radici – te l’aveva detto tuo papà,
citando Dante al ginnasio: ma ci avevi fatto poco caso – e i funghi
iniziano ad assalire le foglie. Il buio ti getta in una fossa ancora più
ovattata, ti pizzichi per svegliarti, ma già ci sei, e sveglio. Preghi: solo
di perdere i sensi, per non sentire il dolore della paura, quell’illusione
di evadere la morsa d’incubo. Suoni dal silenzio intorno, e voci nella
testa si fanno ancora più assordanti e incomprensibili che non ne decifri
più il senso
(9) Ogni passo può fagocitarti al centro umido e ignoto della montagna.
Un sortilegio ti ha capovolto il mondo attorno: i pini sono braccia che
stendono un manto oscuro a coprirti ogni speranza prima di cadere
nella voragine che apre la via a nuovi spiriti. Escono, ti fissano e
scappano a razziare i sogni di chi sereno dorme
(ultima) Non trovi la strada, non intendi dialettica, capisci solo il tatto
d’ogni scorza ed il lamento di luce spenta dal crepuscolo.
Ogni ramo rotto fra le foglie ti affonda e ogni radice affiora in uno
strapiombo, stai montando panico per la tua danza macabra e già
l’adrenalina conficca in terra il tuo sudore gelato, come un uncino
–
Cosa accadde invero, tu solo sai, ma raccontare non puoi; gli alberi
ricordano nella corteccia dei segni d’altri e negli umori la propria linfa.
Correndo incauto a cercar salute svanisti nel perderti, divenne muto il
tuo ansimare e la voglia di urlare incise il tuo ritratto per sempre in
selva, fino a perdere ogni umano sentire. Legato al ventre della terra, fra
i capelli un lieve vento ti si fece denso, l’orizzonte virò rosso oltre monti
lontani, scomparvero fiato e sete, evaporò la fuga nell’urlo che mai fu:
solo un fruscio di fronde, più lontano e profondo.
Lento il tempo intarsia ora la sua storia nelle tue rughe invecchiate dal
sole. Gioca attorno alla tua rivoluzione che è fluire, di nuove fate fra le
tue spoglie, dell’ombra e la pace che porta dove tu rinascesti:
verde linfa alle foglie dalle radici in cielo
ovunquesseresentire
_breathe…
_…
PIERFRANCESCO STELLA, “SELVA D’ANTROPOFAGGI”,Motivazione: Racconto coraggioso, che si affida prevalentemente ad una interessante ricerca stilistico-espressiva. In forma libera, creativa ed onirica, si enuclea ed emerge la tragica vicenda di un uomo disperso nel bosco fino all’annullamento nella morte, come divorato dai faggi. Giallo originale e fulminante che trascina il lettore nella dispersione smemorante della natura, oltre i segnali delle mappe e dei sentieri, fino alle ignote profondità della materia.
