PIETRAPERTOSA, UN PAESE DA FAVOLA, NEI RICORDI DI TOMMASO CAVUOTI

0

Mario Santoro

“Sul far della sera si sente
un suono di dolce campana...”
principiava così una poesia di Emilio Gallicchio seguita da una voce femminile, nelle alte stanze antiche, sulla musica del ‘vecchio scarpone’ che canticchiava:
“Pietrapertosa, paese sui monti…”
E qualche decennio dopo Rocco Vincenzo Scotellaro dichiarava con candore:
“La ragazza che più mi piaceva
stava di casa a Pietrapertosa.
Se si affacciava alle Murge
la riconoscevo nel novero delle stelle”.
E ancora un altro poeta ripeteva:
“…Ma le donne ciarliere sono vezzose,
entrano ed escono dagli usci
come api in continuo crepitìo
negli alveari... “
E poi, altrove:
La roccia secolare del paese più alto…”
E potremmo andare ben oltre a citare il doveroso tributo a Pietrapertosa e a tutte, ma proprio tutte le donne pietrapertosane, belle -e va senza dire- intelligenti, brillanti, accoglientI negli aperti sorrisi, nel parlare facile e nella suadente voce. Ma tutto questo ci porterebbe lontani. Va da sè che un paese è anche e soprattutto la bellezza dei suoi monumenti, delle chiese, delle piazze o semplicemente degli slarghi, delle irte e tortuose gradinate, dei molti portali, dell’antico restaurato convento, dei gardinetti pubblici, delle vetrine e di tanto altro ancora. Ma si può raccontare in tanti altri modi: con la voce del figlio lontano, ancora e sempre innamorato del suo luogo d’origine; con la descrizione di quello che appare moderno e sostituisce il vecchio, con o senza l’idea di appartenenza e di identità; con la rievocazione di ricordi dell’infanzia e della fanciullezza; con i gridi dei bambini da uno spuntone di roccia all’altro, con le abbandonate fontane pubbliche, con taluni raffronti tra passato vicino e lontano e presente. Si può anche raccontare attraverso la narrazione di un estraneo, che, però, ritrova le lontane radici nel paesino ove per necessità contingenti la sua famiglia torna a trasferirsi per un lasso di tempo e si lascia conquistare dalla bellezza del posto che gli rimarrà dentro per decenni e non gli concede tregua costringendolo a testimoniarla. Proprio a quest’ultima modalità di narrazione mi piace riferirmi richiamando alla mente Tommaso Cavuoti che dedica un intero interessante capitolo, di un suo libro, al paese di Pietrapertosa, straordinario per bellezza, unico per la sua posizione geografica, incastonato, come pietra preziosa, nelle rocce, sempre accogliente ed ospitale. Si tratta del volume “Pensionato e cavaliere” pubblicato dalla Editrice Tipografica di Bari nel lontano 1986 che racconta, con dovizia di particolari usi, trdizioni, costumi risalenti ai primi decenni del Novecento.  L’autore ricorda con nostalgia e tenerezza la sua permanenza nel bel paese di nascita del padre e la sua iniziale descrizione è già una dichiarazione d’amore aperta ed estremamente sincera: “Il paesino di mio padre sorge a 1100 metri sul livello del mare e si abbarbica, guidato dal proprio campanile, sul costone a mezzogiorno di una catena frastagliata di arenarie. A proposito non so chi, forse per sfoggio di cultura, abbia dato il nome di ‘Dolomiti Lucane’ a queste caratteristiche rocce dai profili impensabili, preziose anche nella loro essenza, composte come sono da granelli di quarzo tenacemente cementati sì da formare alla base un enorme blocco sul quale, ci pensate, il paese resta in piedi anche dopo un terremoto capace di fare molte vittime, con epicentro distante appena una trentina di chilometri”. Il paese, che si presenta solo dopo un lungo itinerario tortuoso ed in ripida salita con panorami mozzafiato e sensazione di vertigine a guardare verso la valle dove scorre il Basento, appare all’improvviso, appena superato l’arco di san Rocco, ed è, nell’immediatezza dell’impatto, un tuffo al cuore e un’emozione che si fa fatica a trattenere costringendo il visitatore, anche quello abituale, alla sosta per guardarsi attorno ed assorbire il colpo. Non a caso egli trattiene il respiro e si domanda se si tratti di visione fantastica o di realtà, incomparabile per bellezza ed armonia nel silenzio intorno, ristoratore sia nelle belle giornate di sole col sereno che allaga dall’alto e la punta più alta delle rocce a graffiare il cielo, sia nelle giornate di pioggia con vaganti e sognanti banchi di nebbia o quando la neve imbianca tutto e il paese sembra dormire, di un sonno leggero e vaporoso, sotto la spessa coltre soffice e pulita. Ovviamente anche per il nostro Tommaso, ancorché bambino, l’emozione non può che essere fortissima soprattutto dopo il faticoso e avventuroso tragitto dalla stazione ferroviaria. Scrive l’autore:
“Il treno di fermò. Appena il tempo di scaricarci assieme ai bagagli, e subito ripartì sbuffando ancor più, lanciando il suo sibilo che nella valle risuonò più lacerante. Scendemmo nella stazioncina lungo il fiume, all’imbrunire. Avevano da poco costruita la ‘rotabile’, lunga quattordici chilometri, che conduce al paese, ma della carrozza, a due cavalli, nemmeno l’ombra. Erano lì ad attenderci, invece, le vecchie ‘cavalcature’, asini e muli, a capo chino, rassegnate, portanti basti da soma guarniti però di cuscini, pensiero gentile di nonna Teresa”
Lo scrittore osserva fin nei minimi particolari ogni cosa e fatica a ordinare e mettere in successione logica e temporale fatti e situazioni così come non può trattenere la sua emozione nel ricordo lontano. Non riesce a trovare le parole e allora si affida ad una dichiarazione spontanea, dettata dal cuore: “Io amo tanto questo luogo, al punto da non poterlo descrivere con calma. Mi si affollano alla mente, in maniera troppo repentina, visioni e ricordi perché sappia da dove incominciare. Diciamo prima di tutto, tanto per mettere a nudo i miei sentimenti, che se non è il più bel paese del mondo, poco ci manca”.
E vengono alla mente dichiarazioni simili di altri scrittori e, in primis, quella del poeta Andrea Mancusi che racconta il suo paese, Avigliano, in un libro dal titolo emblematico “Lu meglie pais re lu munne”. E non solo perché forse ‘ad ogni uccello il suo nido è bello’ come recita una massima antica, ma anche perché i ricordi infantili e fanciulleschi si conservano integri nell’anima.
Cavuoti scava nella mente e descrive il paesaggio intorno al paese:  “A maggio le ginestre, in autunno i castagni, rendono il paesaggio incantevole sotto vari aspetti. Lo colorano dal giallo oro al rosso porporino. Le nuvolette si adagiano sulle cime per lasciare terso il cielo. L’aria è leggera. La profumano l’origano, il rosmarino, i timo serpillo, la menta piperita, i fiori del pruno. Nei prati scoscesi germogliano le mammole selvatiche e le margheritine. In ottobre il bosco distende tappeti di muschio e ciclamini. Sulle alture fioriscono le carline. Vi si trovano funghi, si odono ancora muggiti e nitriti. Vi erano (un tempo) il camaleonte, il riccio e l’istrice, il cinghiale, il lupo e l’aquila reale.”
Ma c’è anche la prima impressione sulle tante case case addossate alla roccia o appollaiate su di essa:
…apparvero le prime case mostranti a nudo i muri fabbricati con ciottoloni, detriti di pietra e malta; dai tetti che sembravano di ardesia, coi bordi alla sommita incastonati nella roccia; le finestrelle senza vetri, con battenti di duro castagno, fermati da nottolini ed incatramati dal fumo dei camini sino all’inverorismile; i davanzali d’arenarie, richiamanti lo stile barocco, i barattoli di latta arrugginiti in cui, a primavera sarebbero risorti il basilico ed il geranio. A sinistra, invece, una palazzina con un portale monumentale (ora finito chi sa dove, per dare spazio ad una saracinesca) e con al muro mascheroni portanti anelli di ferro battuto per legarvi cavalli. Era la casa di compare Don Napoleone.”
Qui l’autore si ferma, non esprime giudizi sulla diversità delle costruzioni e, di conseguenza degli abitanti e fa bene perché lascia al lettore la massima libertà di opinione. Non manca la dichiarata ammirazione per la figura importante di nonno Saverio con sempre la sciarpa al collo, la bombetta e l’inseparabile pipa. Cugino di Francesco Torraca “noto letterato, senatore del regno’ e dantista di fama, maestro elementare ‘patentato’, rigido nel costume, infinitamente buono nell’animo, era temuto, e non esagero, venerato dai suoi ex alunni. Si ricorreva al Maestro per consigli, per comporre le liti, per un discorso commemorativo o sull’importanza delle piante, per una petizione, per farsi dettare una lapide in memoria dei Caduti”.
L’autore sottolinea anche la infinita pazienza nei suoi confronti in uno con l’amore per la verità e per il rispetto del lavoro e soprattutto mette in bella evidenza la sua chiara dirittura morale. Era, come si dice, un uomo d’altri tempi “stipendiato dal comune e non a caso la giunta si riuniva per dare carattere di ufficialità al riconoscimento del merito acquisito da mio nonno nell’espletamento del suo magistero“. A testimoniare la veridicità della sua dichiarazione riporta la testimonianza di una vecchia delibera del consiglio comunale del lontano 1896. Per tutte queste cose e per altro che fa passare sotto silenzio, Tommaso Cavuoti non può fare a meno di ricordare il funerale del nonno con tutte le persone del paese: “Quando mio nonno morì, fu un tale tributo di onoranze e il numero di bandiere al vento da sembrare un giorno di festa nazionale”.
E non c’era solo la gente comune ma anche le persone più in vista per lo più accomodate su sedili di pietra posti a corona nella piazzetta sotto la casa: “il medico condotto dottor Sivilia, il farmacista dottor Andriuoli, il sindaco, geometra, don Aniello Coluzzi, l’ufficiale postale dalla finestra del suo ufficio a piano terra, lo ‘zio Santarella’, Ciccio il pasticciere…”
E non poteva mancare la vispa e intelligente cagnetta Wais, particolarmente fedele.  L’autore ricorda poi ‘le strettole’, la focagna, il lume a petrolio, la lucerna ad olio, la ‘camasta’ ossia la catena con i suoi molti anelli posta sul camino, il paiolo di rame, il braciere di ottone, il tizzone ardente per uscire di casa di sera, la paura del lupo mannaro, la ‘donnetta gozzuta’ col barile piantato in testa, il cardalana, il mastro d’ascia, il calzolaio a giornate, il maniscalco, il contadino, il procaccia, il pane”, che si sfornava in casa dove non vi era acqua corrente ed aveva un sapore straordinario come sottolinea nel racconto di una cena, al rientro del padre, finalmente ristabilitosi, e del fratello Vevè, usciti con la neve piuttosto spessa per un’impresa al limite della follia. I due, infatti, si erano arrampicati sui resti del castello ed erano arrivato fino all'”arco della campana” sospeso nel cielo. Scrive l’autore: “Rientrò anche nonno Saverio e, al lume di candele, sedemmo tutti intorno al desco. Il modesto ‘menù’ consisteva in una minestra di zucca gialla e pastina, uva con ventresca, pane integrale, soffice e dal sapore di grano (non induriva mai ben custodito nella madia), noci e rosato leggero e frizzante, delle aromatiche uve della piccola vigna, poi distrutta dalla peronospora o dalla fillossera, che nonna serbava in bottiglioni di vetro, al fresco di una piccola grotta naturale con accesso dal locale a pianterreno adibito ad aula scolastica.” E va sottolineato il comportamento della gente che era (e lo è ancora) un impasto di allegria e di dignità, le forme di saluto con tanto di ‘benedica’, le semplici e vigorose strette di mano, la semplicità degli atteggiamenti, la disponibilità all’aiuto reciproco, lo scambio di piccoli favori, la lotta, tavolta dura e insopportabile per la sopravvivenza, le condizioni di bisogno e i disagi enormi per la mancanza di acqua nelle case. L’acqua per gli usi domestici si andava ad attingere a due fonti naturali dai nomi ‘leggiadri’: il Pertuso e il Tuvolo. Per lavare i panni si andava alla Peschiera, una sorgente chiusa in una sorta di casupola che era di proprietà di don Ciccio Paolo, ufficiale postale. Una benefica meraviglia anche per la gioia dei piccoli che non sempre erano ammessi. Lo scrittore ricorda bene la grande vasca che fungeva da lavatoio, dove lacqua sembrava abbondante e descrive l’ambiente con ochi tocchi efficaci: “La ‘Peschiera’, circondata da una rigogliosa vegetazione, era una specie di paradiso dell’erborista. Vi erano persino le code di cavallo, il favagello ed il capelvenere sotto il folto di enormi castagni”. Il ricordo è rinforzato da una sua speciale ed eccezionale avventura: “Lì, qualche anno dopo, in compagnia di mio padre, in epoca in cui si andava a caccia dI  pernici, sparai ad un passero, per la prima volta con un fucile vero… Fu tale il rinculo che mi ritrovai con le natiche per terra, le gambe in aria e l’omero dolorante“. Nel capitolo ci sono ancora tanti riferimenti che ci aiutano a capire condizioni di vita, situazioni particolari, rapporti, relazioni, legami, anche illeciti, amori, tenerezze, amicizie, scoperte decisamente particolari, elementi visionari che forse andrebbero raccontati con dovizia di particolari o letti. Vale per lo scheletro “riverso, con due schegge lapidee conficcategli, una in un polso, l’altra tra le costole, con tutto quel che segue; vale per la caratteristica ‘spara’ a proteggere la testa e a reggere il peso del barile colmo di acqua; vale per la classica pipì fatta a letto dal protagonista per misurare la pazienza e soprattutto la delicatezza di nonna Teresa; vale infine per l’acqua piovana da raccogliere nei secchi. E, proprio con la descrizione di quest’ultima operazione chiudiamo il nostro percorso: 
L’acqua era, dunque, un bene preziosissimo, perciò non mi meravigliai affatto quando, tornando a casa da una lunga passeggiata in compagnia del nonno, scorsi lungo i muri delle case una serie di innumerevoli recipienti d’ogni genere che raccoglievano l’acqua del disgelo della neve, sgocciolante dai tetti senza gronde. Le acque, diciamo così, erano convogliate in ciascun recipiente sottostante dai ghiacciuoli più grandi che pendevano numerosi a mo’ di stalattiti”.
Pietrapertosa è anche tutto questo e cioè un lembo di storia passata da non dimenticare anzi da tenere bene a mente tanto più nella straordinarietà della suggestione attuale con i tanti turisti provenienti da ogni dove a sciamare per le stradine e i vicoli, con il naso all’insù a guardare, incuriositi e ammirati, il foro sulla parte più alta delle rocce e l’arco stretto, proiettato nel cielo quasi a rappresentare l’aspirazione di sempre dell’uomo, nel richiamo facilmente intuibile e accattivante all’imprudente Icaro. Per non bruciarsi le ali e precipitare miseramente nel vuoto occorre sempre tenersi legati in una sorta di linea di congiunzione, col resistente filo d’Arianna, al passato per vivere al meglio il presente e proiettarsi nel futuro, vicino e lontano.
Condividi

Sull' Autore

Mario Santoro Mario Santoro è nato a Miracolo (Avigliano) ed è residente a Potenza. Già docente di materie letterarie, è poeta, scrittore e critico letterario. (Mariosantoro43@gmail.com) Ha pubblicato: -Embrici- poesie -Alfagrafica Volonnino- Lavello, 1986; -Embrici e poi- poesie -Alfagrafica Volonnino- Lavello, 1987; -Concerto di memorie- romanzo -Ed. La Vallisa- Bari, 1989; -Concerto di memorie- romanzo rid. Sc. Medie -Ed Appia 2- Venosa 1991; -Pianeta uomo- Tematiche di Attualità -Ed Il Girasole- Napoli, 1991; -Pianeta uomo- Tematiche di Attualità- Formato tascabile -Ed. Il Girasole- Napoli 1991; -Sentieri di ragno- poesie -Ed. Il Girasole- Napoli 1993; -Uomo e società- Tematiche di attualità- Ed Il Girasole- Napoli, 1994; -Elementi di linguistica e psicomotricità- Ed Il Girasole- Napoli, 1994; -Meridiani e paralleli - poesie -Ed La Vallisa- Bari, 1997; -Scorci di tempo- Poesie e prose- Unitre sede di Potenza, 1999; -Viaggio nella terra dei Suomi- cronaca di un’esperienza- Ed Il Portale- Pignola, 1999; -Il riverbero della luna- romanzo –ErreciEdizioni- Potenza, 2000; -Alla fontana...le parole- La Grafica Di Lucchio- Rionero in Vulture (Pz), 2009; -Stagliuozzo come strazzata- Centro Grafico Castrignano- Anzi, 2010 -Il grano azzurro- romanzo ErreciEdizioni- Anzi (Pz), 2023 -Viaggio con la madre- romanzo ErreciEdizioni- Anzi (Pz),2023 Ha pubblicato, in qualità di critico letterario i seguenti volumi: -Oltre le barriere- Ospiti del centro La Mongolfiera- Tip. L’aquilone- Potenza, 2002; -La memoria e l’identità- Antologia di poeti e scrittori lucani volume marrone- Consiglio regionale della Basilicata- Potenza, 2004; -La Memoria e l’Identità: Lucania versi- Cento schede- Consiglio Regionale di Basilicata – Potenza, 2004; -La memoria e l’identità- Antologia di poeti e scrittori lucani volume azzurro- Consiglio regionale della Basilicata- Potenza, 2005; -C’era una volta...insieme- raccolta di fiabe- Dipartimento salute mentale A.S.L. num.2 Potenza. Centro sociale La Mongolfiera, Coop Benessere- Potenza, anno 2006. Ha scritto e pubblicato centinaia di percorsi su poeti, scrittori, artisti. E' autore di percorsi poetico-letterari a tema pubblicati su riviste e antologie.

Lascia un Commento