PIGNOLA: il Folclore è memoria interiore di azioni

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Vincenzo Ferretti fra saggio e antologia di dibattiti comunitari

 

 

 

 di Antonio Lotierzo

Le edizioni “Il Portale”, col patrocinio della Fondazione Cassa di Risparmio, hanno editato un complesso saggio di Vincenzo Ferretti: ”Prima che la memoria diventi cenere- Cultura e tradizioni popolari a Pignola” (2022), noto ed apprezzato studioso della città. Diviso in almeno tre parti, il saggio descrive ‘l’anima di un popolo’; le “feste rituali: tradizione e culto”; “proverbi e modi di dire” con il consueto atteggiamento psicologico dell’innamorato della storia patria che ricostruisce azioni, termini, rituali, riconnettendoli o alla storia romana o alle allocazioni di gruppi nordici o comparandoli con analoghe tradizioni di forma spagnola o napoletana, che pure potrebbero essere all’origine di queste sociali manifestazioni. Ferretti scorre testi di Eliade, Frazer, van Gennep, Guènon, von Kraemer e li riunisce ai corregionali Bronzini, Spera, Riviello, Claps, valorizzando anche l’apporto aggiuntivo e interrogante di S. Rizza, D Coiro, G. Acierno e, più mirato, di F. Marano. E’ il lavoro di un sarto, in cui il proprio punto di vista (memoriale, conservativo, esplicativo, didattico e valorizzante un’area del Parco Appennino Lucano) viene a ricucire il calendario festivo, le cerimonie dei santi e quelle laiche, i dettami etici della proverbialità e ogni altro elemento che si ritrovi in Pignola, perché questo lavoro ha un’anima enciclopedica e rivela la fatica della sintesi culturale fra le tematiche locali e gli studi di scienze umane.

vincenzo ferretti

Il saggio costituisce una preziosa ‘ guida di Pignola’ con una interessante antologia, ed ormai rara, che ripercorre il dibattito di trenta anni di interventi ( Nuccio Rizza, Erberto Stolfi, Anna Albano, Francesco Marano, Vincenzo Petraglia, Giulio Stolfi, Fiorentino Trapanese, Angela Guma). Ne vien fuori un testo che non è teorico ma che aspira ad una attenta comunicazione di servizio, in grado di presentare il paese anche a tutti i nuovi immigrati, vista l’urbanizzazione di Pignola, in relazione secondaria all’espansione di Potenza. Pignola ha una sua densità culturale, all’interno della quale si è anche sviluppata la poesia ermetica di Giulio Stolfi e quella glocalistica e drammatica di F. Yzu Albano; è il paese de ‘Il Portale’ e ‘Il Campanile’, entrambi simboli di una cerchia che desidera tenere insieme il tradizionale e le novità, che, inevitabilmente, la ‘ragione’, quella di Vico, scrive Ferretti, apporta sia con il neocapitalismo che con l’era informatica (seguendo una linea vittoriosa che da Cartesio e Galilei giunge a Kant e porta alla strutturazione sociale attraverso la tecnocrazia). Ma intanto Ferretti scava fra rituali agrari (la lotta fra la falce, che uccide per dare cibo, ed il caprone; la storia di Marzo e il Pastore; l’interazione con gli animali; i santi prescelti (specie s. Michele, s. Giovanni e s. Lucia); il ruolo dei sogni; l’aneddotica degli spiriti; la scansione del tempo e le feste; il carnevale e le maschere; la Madonna degli Angeli – del Pantano. Vero, vasto e vibrante libro nel libro è la parte dedicata alla “Guglia”, processione di maggio, notturna, della ‘Uglia’, baldacchino di legno, in cui svolgono un ruolo forte l’assunzione dionisiaca del vino (antesignano, ma comunitario, della cultura dello sballo con droga?), l’ostruzione dei quartieri con fuochi a falò, la danza e la musica. Ferretti ripercorre l’aperto dibattito nel quale si acuisce la tensione fra religione prescritta, qui assente – il suo complesso spazio parte il giorno dopo – e religione del popolo (nel senso di C. Rutigliano), del ceto rurale-artigianale e sottoproletario contro l’élite feudale-nobiliare-‘civile’-sacerdotale del ceto egemone in epoca prenapoleonica e forse di stampo spagnolo). Il “popolo” dei vicoli urbani, degradanti fino al Pantano, contro o accanto la decorosa religione degli ‘utroque’, il ceto dei sacerdoti delle comunitarie chiese ricettizie, che provenivano dalle famiglie borghesi, allenta la coscienza col vino e costruisce magiche barriere di fuoco sulle cui ceneri saltare impavidi, allontanando il male di vivere e le aggressioni esogene della storia. E’ ipotizzabile che l’immagine della Madonna, come sostiene Rizza, sia ‘subentrata in un secondo momento’, semmai per attenuare critiche controriformistiche, operando un miscuglio, una commistione, che è sempre presente in chi usa, anche nei riti, l’ambivalenza della religione (in cui convivono sacro e profano, impercettibili realtà a cui si deve sottomissione e ansie quotidiane che occorre purificare). Anche la voce interpretativa, non priva di dogmatismi, delle parrocchie muta, a seconda che ci si rifaccia alla personalità di un Paolo VI o di Giovanni P. II o di papa Francesco, attento alle scaturigini popolari ed alla forza viva della religione che poi può salire nelle sfere delle dottrine anche teologiche, più o meno purificandosi o spegnendosi, partendo dalla relazione con i ‘Vangeli’. Nella parte finale Ferretti raccoglie cinquecentodieci fra proverbi e modi di dire, di cui offre la sua, congrua e intelligente, interpretazione e che, leggendo, nella mia mente sono andato, come inviterei il lettore colto, a integrare e paragonare con la paremiologia che presentò, fra 1893 e 1923, Michele Gerardo Pasquarelli, i cui testi sono di area italiana e non solo regionale e che tuttavia forniscono una chiave per lo studio dei comportamenti etici della popolazione. Leggete il n.366 (‘Chi finge, vince’) non vi sembra terribile ed espressione di una società arcaica e rurale in cui il potere e la violenza del potere ( qui anche galantomistico) sono raffigurati come nelle maschere che da Pulcinella giungono fino a Totò? Ferretti va ringraziato per il lavoro che ha svolto e che ha consegnato in questi suoi quattro saggi, non dimenticheremo di citare, infatti, che a lui si deve la storia di ‘Vineola, Vignola, Pignola’, la raccolta del ‘ Canto dei Pignolesi’ e la Toponomastica, studi che, fra 1990 ed oggi, hanno contribuito a presentare un territorio che si tende sempre più a valorizzare anche a finalità turistiche, conservando e godendo delle bellezze dell’Appennino Lucano, di cui anche qui si delineano aspetti e tematiche di illuminata rilevanza italiana.

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Sull' Autore

Nato a Marsico Nuovo in provincia di Potenza, dal 1976 risiede a Napoli, pensionato. Pubblica nel 1977 la sua prima raccolta di poesie, Il rovescio della pelle, in cui descrive il mondo rurale contemporaneo del Sud Italia col linguaggio del dadaismo e della neoavanguardia. Il suo stile poetico include elementi dell'ermetismo di Leonardo Sinisgalli e dell'uso creativo del dialetto di Albino Pierro, con influenze abbastanza evidenti di Montale, Attilio Bertolucci e Pascoli. Dopo la seconda raccolta di poesie Moritoio marginale (1979), si dedica allo studio della storia contemporanea e all'antropologia positivistica, pubblicando saggi in entrambi i settori e partecipando a concorsi universitari. Nello stesso periodo cura la prima pubblicazione delle opere del folklorista Michele Gerardo Pasquarelli (1876-1923), e traduce I canti popolari di Spinoso. Fra le opere storiografiche pubblicate da Loturzo figurano monografie su Spinoso, San Martino d'Agri e Marsicovetere; su Marsico Nuovo pubblica invece un volume di toponomastica.[1] Nel 1978 fonda la rivista Nodi, di cultura progressista oltre che letteraria, pubblicata fino al 1985. Nel 1992 vince il Premio Alfonso Gatto a Salerno con la poesia Rosa agostana.[2] Nel 1994 vince il Premio Internazionale Eugenio Montale, sezione inediti, prestigioso riconoscimento del Centro Montale presieduto da Maria Luisa Spaziani, con Materia e altri ricordi.[3] Nel 1996 vince, all'interno del Premio Pierro a Tursi, il premio per il miglior componimento in un dialetto di area lucana con la poesia Agri (Ahere). Loturzo ha curato le antologie Poeti di Basilicata con Raffaele Nigro[4] e Dialect Poetry of Southern Italy con Luigi Bonaffini.[5] Nel 2001 l'editore Dante & Descartes di Napoli ha pubblicato tutte le sue poesie in Poesie 1977-2001.[6] Dirigente scolastico di vari licei (Cassano all'Ionio, Torre del Greco, Napoli piazza Cavour e Napoli Mergellina), è in quiescenza dal 2014; l'ambasciata di Francia gli ha concesso l'onorificenza dell'Ordine delle Palme Accademiche, col titolo di Chevalier, n.38/Roma/12 febb, 2014.

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