PINO PACIELLO: MARAJAZZ E’ TORNATO!

0

16825816_800295673455815_3165515026787730416_o

ROCCO PESARINI

Reduce dal bellissimo concerto rock’n’roll “old style” di Matthew Lee all’Auditorium del Conservatorio dello scorso 17 marzo, incontro Pino Paciello, mente di Marajazz da sempre, mi dà appuntamento presso la sede di Scai Comunicazione dove segue da free lance alcuni progetti dopo una mattinata di “inseguimenti” telefonici dovuti a reciproci impegni.

Ti incazzi se ti chiamo Mr. Marajazz?

Oggi no perché aldilà dell’enfasi la vedo come una cosa simpatica. Ma c’è stato un periodo in cui mi seccava, le persone mi identificavano solo con l’evento dimenticando che nel frattempo non avevo più i pantaloni corti e mi dedicavo prevalentemente a progetti altrettanto importanti (Totem Magazine, il Project management per le attività culturali e la comunicazione strategica, ndr

pino pacielloInnanzitutto complimenti per il gran bel ritorno di Marajazz con il duo Servillo e Rea prima, Matthew Lee poi. Ma è vero che per quest’ultimo avere venduto i primi 100 biglietti ancor prima che si sapesse il nome dell’artista che si sarebbe esibito?

Assolutamente sì (sorride), ma poi abbiamo dovuto buttare il sangue per riempire quella enorme sala con un nome meno conosciuto rispetto ai nostri standard.

Guarda che ce ne siamo accorti tutti, anche se con ritardo, della manfrina che avete fatto sul lancio di Welcomeback Marajazz. Direi una efficace campagna di comunicazione.

Una buona campagna di comunicazione deve raccontare delle verità. È vero che spesso in questi anni sono stato sollecitato a riprendere il festival ma voglio raccontarti una cosa: in un altro progetto sto creando una piattaforma che misuri il valore economico ed emozionale di diversi brand lucani e in fase di sperimentazione mi sono divertito a testare proprio i marchi a cui è legata maggiormente la mia esperienza lavorativa degli anni passati. Il risultato è stato sorprendente, l’indice era alto per Marajazz e da qui l’idea “welcomeback” di rilanciare il marchio e i valori a cui era associato è stato un attimo.  Abbiamo agito su alcuni elementi emozionali legati alla nostalgia, in fondo In un mondo come quello di oggi, dominato dall’insicurezza e dalla sfiducia in un futuro che non riusciamo più a vedere, l’aggrapparsi alle certezze del passato è un riflesso spontaneo.

Ti ritieni un pioniere?

L’hai visto sulla mia bio di facebook? La parola pioniere mi piace molto lo ammetto. Ma dalle nostre parti vi è, da sempre, la tendenza a rivendicare la paternità, reale o presunta, di qualcosa. “L’ho fatto io per primo” è un refrain che sento spesso. Però una cosa però è rivendicarne il merito, altro è voler “mettere la bandierina” quasi per impedire che altri possano, magari meglio e con migliori risultati, occuparsi della cosa. Laddove invece il problema vero è dare continuità ad un progetto, assicurargli la tenuta e la costanza necessaria al raggiungimento di un risultato.

E ovviamente Marajazz di continuità e “tenuta” ne ha avuta tanta…

Marajazz è stata innovativa, ha avuto felici intuizioni in tempi non sospetti…

In cosa soprattutto?

Essere innovativi non vuol dire necessariamente “inventare”, non significa essere originali, noi abbiamo sempre cercato di avere un tratto distintivo che caratterizzasse il nostro progetto rispetto alle altre esperienze presenti in quel tempo. Marajazz non voleva creare qualcosa di totalmente inedito ma voleva essere innovativo nella sua impostazione e nella sua messa in opera, per esempio il carattere eventuoso della formula festival rispetto al concetto di rassegna. E poi, eravamo giovani ma già intuimmo che un’attività culturale di successo non va da nessuna parte se non è legata alle attività produttive, mecenatismo compreso.

Oltre ad un robusto cartellone artistico che portava in Basilicata i migliori artisti jazz…

Certo, senza un buon prodotto non raggiungi certi risultati. Non è stato facile all’inizio, puoi immaginare i pregiudizi degli operatori del settore quando ricevettero le nostre ambiziose richieste ma pian piano si accorsero della nostra capacità di sostenere gli impegni, sia organizzativi che finanziari, proprio per quel senso di innovazione che il nostro festival presentava. Quando venivano giù percepivano l’introduzione di nuove idee, la capacità del progetto di veicolare nuove metodologie, di sperimentare nuovi metodi di progettazione, di intervenire sui servizi culturali integrati, di coinvolgere nuovi target di utenti.

Anche nel turismo?

Certo, va da sé che il primo e più importante sbocco produttivo delle attività culturali sia il turismo anche se allora non si parlava ancora di “turismo culturale” e mi ricordo ancora quando il direttore delle attività produttive regionali ci disse che il nostro progetto era molto interessante ma dovevamo rivolgerci all’ufficio cultura. Lo convincemmo. Gli eventi culturali possono produrre e indurre flussi turistici. Ma dopo questo primo passo tocca poi agli operatori turistici ed economici governare e sfruttare quei flussi. L’operatore culturale non deve sostituirsi a quello economico ma deve interagire con esso. Quando ospitammo Metheny a Maratea, l’indomani in piazza, piuttosto che ricevere innanzitutto i complimenti, ricevetti tirate di orecchie dai baristi che, avendo terminato tutta la merce già alle 22.00, non avevano più potuto fare affari con quel migliaio di persone che dopo il concerto si riversò per le strade marateote.

Opero nel mondo della cultura dagli anni ’80 quando, poco più che ventenne, ero il responsabile per la musica jazz presso il Consolato francese a Napoli. Imparai in quegli anni che il Ministero francese per gli affari esteri aveva ben chiaro che la produzione culturale potesse essere uno strumento ideale per diffondere il brand made in France.

E il sostegno finanziario degli enti pubblici in quest’ottica come lo valuti?

I cosiddetti grandi eventi devono godere del sostegno pubblico. Dico però che non deve coprire il 100% dei costi di produzione e realizzazione. Troppo facile mettere su eventi con i soldi di Pantalone. Più giusta ed equa, invece, è una compartecipazione economica tra il pubblico ed il privato. Diversamente vi sarebbe, accanto a problemi etici e politici evidenti, un ingiusto inquinamento del “mercato”. Non ho mai capito, però, perché le istituzioni regionali preposte non abbiano mai individuato e applicato dei precisi parametri misuratori dei risultati ottenuti dai progetti culturali candidati a finanziamento. Forse perché uno strumento del genere mina la soggettività della scelta.

Matera 2019….

Provo sempre una certa difficoltà a parlare pubblicamente di Matera, città a cui sono molto legato per averci vissuto alcuni anni, perché si corre il rischio di essere malintesi e generare, eventualmente, inutili polemiche. I luoghi bisogna viverli per capirne le dinamiche e conoscerli da dentro se non vuoi sparare cazzate rincorrendo facili pulsioni. Provo a dire che Matera deve essere “eventuosa”. L’evento è qualcosa di straordinario, qualcosa capace di emergere, di venir fuori al momento giusto, di rompere gli schemi. Ma da sempre dico no agli eventi effimeri, a quegli eventi cioè dove, come amo ripetere, “chiudi il sipario, spegni le luci, paghi la S.I.A.E. e non rimane più nulla”. Occorre invece ingenerare quell’effetto moltiplicatore che gli eventi di qualità son capaci di creare. Ecco a Matera devono esser bravi a far sì che i risultati possano essere importanti non tanto per i benefici ottenuti nel breve periodo, quanto per la loro capacità di dar luogo a una fondamentale ricaduta: la riproduzione dei modelli e delle pratiche innovative maggiormente efficaci da parte di altri operatori. Ed in questo la politica meno interviene meglio è. Dovrebbe limitarsi ad indicare una visione e tracciare delle linee guida nella logica bottom up, così come è successo in fase di predisposizione della candidatura a Capitale della Cultura 2019, incaricando grandi professionisti ad occuparsi dell’ideazione e della progettazione.

Una volta in una conversazione ti ho sentito dire che è “Più facile fare le cose difficili che quelle apparentemente facili”?

Si. E’ diventato quasi un motto a furia di ripeterlo ai miei allievi del modulo di project management quando cerco di spiegare loro l’importanza della progettazione nella costruzione di un evento. Poi, a volte, l’ho utilizzato anche in maniera divertente come quando l’ho usato per rispondere a Rosario Palese che una volta mi chiese candidamente “Paciè ma com’è che ti sei “permesso” di organizzare Pat Metheny a Maratea?” Intendeva dove un umile meridionale avesse trovato l’ardire nonché l’ardore di fare una cosa simile. Ma Rosario è persona troppo intelligente, a lui non devo mai spiegare niente.

Pino e Potenza…

Mi vanto, a volte anche solo per gioco, di esser pignolese (mente, lo erano i suoi genitori)! Ho abitato, anche per lunghi periodi, in diverse città italiane però sono legato a Potenza, ci vivo bene.

E per viverci anche meglio cosa ci vorrebbe?

Innanzi tutto volerle più bene. Apprezzarla di più avendone maggiore consapevolezza delle tante energie che esprime. Poi è chiaro che occorre più Rete, meno individualismo e minori manie di protagonismo da parte di alcuni. È una questione di attitudine, ci si può lavorare nella sua acquisizione insieme alle altre competenze che mancano.

La prima cosa che cercheresti di fare se nominassero Pino Paciello assessore alla cultura?

Be’, una volta me lo proposero ma declinai cortesemente l’invito per consapevolezza dei miei mezzi, un tempo si usava così. Ora non ne ho più la possibilità visto che sono iscritto al partito AGD (Abbiamo Già Dato)

Ritengo, tuttavia, che bisogna individuare quegli elementi emozionali che possano coinvolgere i potentini. Potenza non è brutta, anzi, ma in questa città manca dannatamente il senso del bello. Occorre una cultura diversificata e trasversale che tenda al Bello. Riusciamo a realizzare cose orrende anche quando facciamo delle semplici cose come le rotatorie (ride). Poi bisogna liberare le energie presenti che non riescono ad emergere riconoscendo una premialità verso chi ha dimostrato, e dimostra ancora, continuità di buona progettazione e spingere sulla competitività fra i nuovi soggetti che altrimenti non emergerebbero mai.

Il centro storico di Potenza….

Io adoro salire in centro perché li “ritrovo le pietre della mia città”, lo faccio ogni sera ma il resto della giornata lo passo altrove, lì dove sono i servizi.

Il centro storico deve identificare, deve suscitare un sentimento, deve fornire un’offerta, deve offrire un valido motivo per salirci. E partendo da quest’offerta, da questi motivi, si deve cercare di ingenerare delle tendenze, così come si è creata quella di andare a fare shopping nei centri commerciali.

Marajazz è quindi tornato. E ora?

Ti annuncio che per fine aprile vi sarà un altro evento con un musicista oggi poco conosciuto ma che – puoi scommettere quello che vuoi – tra 4 o 5 anni sarà affermatissimo.

Abbiamo un buon progetto per il festival vero e proprio che sta suscitando vivo interesse presso gli attori del territorio che vogliamo coinvolgere. A dire il vero, poi, insieme a Renato Pezzano, stiamo lavorando ad un evento a carattere mondiale, ovviamente da tenersi a Potenza. Non chiedermi altro perché, per ora, null’altro ti dirò.

Domanda che faccio a tutti i miei intervistati. Evento potentino del 2016?

L’evento per antonomasia di Potenza è la Parata storica dei Turchi ma l’evento che mi è piaciuto maggiormente è senza dubbio TedXPotenza. Non fosse altro perché so quanto sia costato in termini di sforzo ideativo e progettuale acquisire quel marchio mondiale. Non penso che tutti l’abbiano capito in città

Intervista terminata. E con la gran curiosità su quali saranno i due eventi preannunciati, “rilascio” Mr. Marajazz Pino Paciello alla piacevole compagnia della sua dolce metà che nel frattempo ci aveva raggiunti. Gli avrei voluto chiedere se è anche merito suo questa rinnovata vitalità ma so già che è così.

Ed ora tocca a….

Condividi

Sull' Autore

Lascia un Commento