Ne parliamo con il ricercatore Eduardo Sarno, memoria storica della emigrazione lucana in Brasile

di Martina Marotta
Oggi ho il piacere e l’onore di parlare di pionerismo e di emigrazione in Brasile con Eduardo Sarno, storico, ricercatore e memoria storica della emigrazione italiana nello stato di Bahia. Figlio di Italiani, nato in Brasile, che ha dedicato tutta la sua vita alla ricerca, alla catalogazione ed allo studio dei flussi migratori che dall’Italia, fin dalla fine del secolo scorso si sono diretti verso la stato di Bahia. Dalla Basilicata, dalla Calabria, dalla Campania e dalla Puglia arrivarono in Salvador, capitale dello stato di Bahia, navi stracolme di Italiani alla ricerca di un futuro migliore di quello che avevano lasciato in Italia. Specialmente chi arrivava dal sud Italia lasciava una situazione terribile, guerre fratricidre che seguirono la unificazione d’Italia e la spedizione di Garibaldi. Il Brigantaggio e le guerre fra Borboni, locali e Piemontesi costrinse molti a cercar fortuna in Brasile. Eduardo Sarno sta studiando da anni questi flussi migratori verificando, da vero ricercatore storico ogni simgolo dato, ogni singolo fatto storico, ogni singolo luogo senza tralasciare nulla ma con la serietà e l’accuratezza di un autentico ricercatore. In molti hanno fatto capo a lui per verificare personalmente con lui e con il suo importante archivio storico, qualsiasi informazione utile per approfondire ricerche.
-Lei è stato un importante collaboratore di Carmine Marotta, (che conserva un altro importante archivio storico che riguarda il pionierismo trecchinese in Jequiè, probabilmente unico per quanto riguarda la città di Jequiè), per il controllo dei dati riportati nel manoscritto che Carlos Marotta consegnò al governatore Antonio Lomanto a Trecchina nel 1964. Secondo il suo autorevole parere di storico dell’emigrazione quali sono i momenti più importanti nella storia di Jequiè ? Quali sono gli episodi o i periodi che si possono considerare di primaria importanza per lo sviluppo economico e sociale della città Bahiana ?
-“Da un punto di vista più generale, la situazione geografica di Jequié, situata sulle rive del fiume di Contas, tra la caatinga e la zona forestale, e con un clima semiarido, fungeva da substrato per l’attività commerciale, sia da parte dei brasiliani che degli italiani. Ma senza dubbio lo sviluppo di Jequié deve molto alla presenza e al tipo di attività degli italiani, principalmente Casa Confiança, che vi lavoravano per sostenere e incentivare diverse colture agricole. Dobbiamo tenere conto dello stato primitivo in cui si trovava la regione, quasi senza strade, senza elettricità, con cattive comunicazioni, ecc.”
-Alla fine del 1800 in Bahia sono arrivati italiani da più parti d’Italia e sicuramente ognuno di loro ha portato con se le proprie tradizioni, il proprio dialetto e la specificità sociale della regione italiana di appartenenza. Secondo lei, una volta qui, in terra Brasiliana, queste divisioni geografiche di provenienza sono state eliminate e la fusione di tutto è stato una apporto culturale non indifferente per lo sviluppo culturale e sociale di questa area ?
“Gli italiani a Bahia, pur avendo origini diverse in Italia, qui formavano un tutt’uno. Nelle città dell’interno la solidarietà era importante e il trattamento amichevole ricevuto dai brasiliani contribuì a consolidare un sentimento di “italianità”. I dialetti erano facilmente trasponibili, utilizzando la lingua italiana e anche il portoghese. Nella capitale Salvador, l’esistenza della Casa d’Italia ha contribuito a creare quello che definirá uno spirito nazionale italiano integrato con lo spirito nazionale brasiliano. L’inesistenza di un italiano che, concentrando ricchezza e potere, fosse al di sopra degli altri, facilitò notevolmente questo equilibrio nella colonia italiana.”
-Casa Confiança, il libro, racconta e racconta alle future generazioni, grazie ad uno scritto autobiografico di uno dei protagonisti, quelli che furono i primi anni di vita di quel nucleo di commercianti trecchinesi attorno al quale si sviluppava un centro sempre più abitato da persone che erano accomunati dagli stessi interessi economici. Non credo ci siano altre testimonianze così ben dettagliate per altre zone dello stato di Bahia. Che valenza può essere attribuita al testo di Carlos Marotta, una volta che, persone come lei e lo stesso nipote Carmine Marotta, hanno verificato la veridicità dei luoghi e dei fatti ?

“Il rapporto di Carlos Marotta è incredibilmente dettagliato. E la cosa più importante è che questi dettagli siano molto oggettivi e informativi. Egli realizza una narrazione che possiamo considerare completa, analizzando la nascita e l’evoluzione di un organismo sociale, economico e político.”
-Quanti altri emigranti pionieri come Rotondano, Niella e Marotta hanno fatto la storia in altri centri dello stato di Bahia ?
“Ci sono molti immigrati pionieri che hanno contribuito allo sviluppo di altre città. Non tutti, però, hanno lasciato un resoconto delle loro attività. Queste diverse attività sono evidenziate oggi attraverso la ricerca. Francesco Sarno, il primo della mia famiglia a venire in Brasile, possedeva già, alla fine del 1800, una casa commerciale a Poções. I fratelli Leto, della famiglia di mia moglie, avevano a Jequié un cinema, una fabbrica di gasosa e una centrale elettrica. Braz Labanca aveva un cinema e una centrale elettrica a Poções. Gli Orrico viaggiavano tra Poções e Jequié con una compagnia di trasporti. Gli Scaldaferri erano a Jaguaquara, con diverse attività commerciali. E l’elenco è lungo, con gli italiani che vivono e si sviluppano in diversi comuni fin dagli inizi del 1900.”
-Ci racconti qualche aneddoto che ritiene interessante per meglio conoscere la storia degli amigranti in Bahia ?
“La famiglia Vita aveva una filiale della fabbrica di soda a Recife. Francisco Vita, il proprietario, fece realizzare un poster in cui la parola “refresco” era scritta in modo errato: “resfresco”. Un amico giornalista ha attirato l’attenzione di Vita sull’errore. La cronaca dell’epoca racconta che “per prendersi gioco dell’amico, il vecchio Vita fece realizzare un manifesto più grande, mantenendo la S ingiuriosa, per sfruttare l’occasione pubblicitaria, affinché più persone parlassero e consumassero il suo prodotto….”
-Lei è figlio di emigranti, lei ha vissuto nell’entroterra bahiano prima di trasferirsi in Salvador. Il suo rapporto conle genti locali e con gli altri emigranti come è stato? Le hanno mai fatto pesare il fatto di essere comunque figlio di una persona arrivata dall’Italia ? Secondo quello che si racconta in Italia gli italiani ed i figli di italiani, ormai brasiliani a tutti gli effetti, sono molto integrati nella vita sociale del Brasile senza alcuna discriminazione. E’ davvero così ?
”Ho avuto un’infanzia e un’adolescenza privilegiate, vivendo in una via chiamata Rua da Itália, a Poções, dove vivevano anche cinque zii e alcune altre famiglie italiane. Solo alle elementari c’era una leggera discriminazione, quando alcuni compagni ci chiamavano “figli del gringo” ma oltre a ciò, l’integrazione sociale era completa. Il fatto che gli italiani abbiano una lingua latina, una religione cattolica, e una situazione finanziaria media ed elevata per tutta la città, aiutava molto il rapporto sociale, a cui si aggiungeva l’atteggiamento attento verso i lavoratori manuali”.
-Quest’anno si festeggiano i 150 anni di emigrazione Italiana in Brasile, l’ambasciatore Italiano ha definito il
2024 anno del 150 anniversario dell’arrivo dei primi Italiani in Brasile.
In questi anni in Brasile ne sono arrivati tanti, di Italiani con destinazioni diverse. Dal nord Italia verso Rio grande do Sul, da tutta Italia verso San Paolo, dal sud Italia verso Bahia e Pernambucco. Un grande giornalista, studioso della emigrazione Italiana nel mondo, autore di famosi libri, Gian Antonio Stella, letta la storia dei Trecchinesi in Jequié, nel 2004, disse che i lucani giunti in Bahia erano stati così bravi che avrebbero potuto dire “io ce l’ho fatta”. Infatti, mentre altrove, gli italiani erano contadini al servizio degli imprenditori qui in Bahia molti erano imprenditori di importanti industrie, grandi allevatori e commercianti internazionali di prodotti Brasiliani come caffé, Cacao e tabacco.
-Quanto è stata grande questa differenza fra italiani a san Paolo ed italiani a Bahia ?
”Questa differenza era grandissima e completa. Non si ha notizia di alcun immigrato, non solo a Bahia, ma anche nel Nordest del Brasile, che lavorasse nei campi come salariato. Nel Sud, certamente, molti immigrati sono diventati imprenditori, ma la maggior parte erano lavoratori salariati”. Oltre i noti fatti storici di Jequié, ci sono stati altri italiani in altri comuni dello stato di Bahia che hanno influenzato la cultura, il commercio, l’industria e lo sviluppo economico dei comuni in cui operavano. Parlo di Jacobina, di Feira de Santana, di Poções, di Miguel Calmon e di tanti altri luoghi.
-Lei conosce molto bene queste storie e questi luoghi. Potrebbe descriverci altri importanti nuclei di italiani che hanno caratterizzato, con la loro presenza, l’economia del posto, ma anche la cultura e la vita sociale.
“Le località con una maggiore incidenza di immigrati, come Jequié e Poções, formano una “colonia” dall’inizio del 1900, nel senso più generale di concentrazione. Ma solo più tardi, negli anni Quaranta, a Jaguaquara e Lauro de Freitas si formarono centri coloniali, con immigrazione specifica per il possesso e la coltivazione della terra. In altre città di Bahia vi furono individui immigrati che, con le loro attività professionali, contribuirono allo sviluppo dei municipi in cui vivevano. Queste attività erano le più diverse e la competenza e la serietà degli immigrati facevano che si integrassero nella società locale. Per parlare di vita culturale e sociale, generalmente cercavano di integrarsi nelle pratiche locali, partecipando alle attività esistenti, senza crearne di nuove. Solo nei luoghi dove esistevano centri più grandi, come Jequié e Poções, si svolgevano alcune attività specifiche, come è avvenuto a Poções, con il Dopolavoro Umberto Maddalena. E a Salvador, la capitale, con la Casa d’Italia.”
-Si racconta che all’epoca fu Casa Confiança a dare un grandissimo impulso alla economia locale, di Jequiè e
dei comuni limitrofi. Adesso cosa spinge l’economia locale e quanto contribuiscono i Trecchinesi e gli italiani a questa crescita economica?
“L’importanza di Casa Confiança é nel fatto che centralizzava le attività commerciali urbane e rurali. Soprattutto Carlos Marotta ha avuto la sensibilità di capire che avrebbe avuto senso, solo una produzione commercializzabile. Dunque l’iniziativa di prestare attrezzature agricole e garantire l’acquisto della produzione. Casa Confiança è diventata anche un punto sicuro di appoggio per i nuovi immigrati che arrivavano, informati delle potenzialità della regione.”
-Cosa vuol dire di importante agli italiani ed ai lucani Trecchinesi in particolar modo ?
“Devo dire agli italiani che hanno trasformato quello che sarebbe stato un peccato – dover lasciare il
proprio Paese – in un motivo di orgoglio, per aver contribuito in modo così decisivo allo sviluppo di un
altro Paese. Soprattutto a Jequié i trecchinesi, ebbero un ruolo esemplare nella società locale e, come
buoni repubblicani e democratici, salutarono con favore l’abolizione della schiavitù (1888) e la
proclamazione della Repubblica (1889).”
-Lei è nato in Brasile, in Italia é stato come turista per conoscere i luoghi da cui sono arrivati i suoi avi. Ha mai sentito parlare i sui parenti di nostalgia dell’Italia? Li ha mai visti emozionarsi a parlare del proprio Paese di origine e dei parenti che vivevano a migliaia di chilometri di distanza ?
“I miei genitori e i miei zii non parlavano molto dell’Italia, né sembravano nostalgici. Unica eccezione era l’ultimo parente arrivato, che parlava sempre dell’Italia, ricordava la vita a Mormanno e, in un certo senso, si pentiva di essere venuto in Brasile. I miei genitori hanno sempre avuto una costante corrispondenza con i parenti di Mormanno, fin dall’inizio del 1900, e, dopo il 1945, diversi sono andati a visitare l’Italia. Ancora oggi manteniamo contatti, visite e tutta questa corrispondenza nel nostro archivio. Una zia, in Italia, maledisse Cristoforo Colombo per aver scoperto l’America, dove erano andati i suoi fratelli.”
-Una ultima domanda, consiglierebbe ad un Italiano, adesso nel 2024, a trasferirsi definitivamente in Brasile, ad esempio in Bahia o nell’entroterra Bahiano ?
“Attualmente sarebbe incerto consigliare a qualsiasi giovane italiano di venire a Bahia o nel suo interno. Gli italiani che ancora arrivano a Bahia, alcuni dal Sud del Brasile, sono già occupati nell’industria locale, soprattutto nel settore petrolchimico e automobilistico. Ci sono poche opportunità per professionisti indipendenti o anche imprenditori nell’interno di Bahia. Nel settore dell’istruzione ci sono alcune opportunità. Altri, incantati dalle bellezze naturali, cercano ancora di gestire locande o attività turistiche. Dipendendo della professione e dei contatti, sarà sempre possibile trovare un lavoro”.
Grazie Eduardo Sarno per l’intervista concessami e per aver sempre tenuto a cuore lo studio della storia degli Italiani in Brasile. Sono veramente rare le persone come lei, che hanno tramandato alle future generazioni l’essenza della storia dell’emigrazione, gli aspetti più profondi e meno conosciuti. Grazie per aver dedicato l’intera sua vita a questi studi e grazie per aver fatto conoscere il frutto dei suoi studi e delle sue ricerche. Come dice lei la storia non si cancella ma la storia va raccontata e tramandata. Grazie per averlo fatto.