PIPPO CANCELLIERI E L’ALTA VELOCITA’ A BOLOGNA

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PIPPO CANCELLIERI

 

Il salone con porta al centro aveva a destra un mobile libreria attrezzata e scrivania stesso stile, a sinistra opposto in fondo una vetrata su una ampia balconata dal quale oltre il parapetto, traguardando la Torre degli Asinelli vedevi tra la foschia della mattina il Santuario di San Luca.

Diciassettesimo piano di una delle due torri gemelle appena fuori Porta Mascarella e agli inizi di via Stalingrado.

Il colpo d’occhio da seduto alla scrivania in fondo, era di quelli che ogni Ingegnere spera, piccoli tavoli a destra e sinistra con addetti all’Ufficio Tecnico e di fronte accecante il cielo di Bologna.

La prima cosa che feci fu di aprire un cassetto. Subito avvolto dal profumo del legno, degli inchiostri e della carta quando invecchia, la cosa che mi colpì fu la piccola targhetta con il nome di quello che pensavo ne fosse stato l’artigiano.

“Giò Ponti per Castelli”.

Cazzo ero immerso in un’opera d’arte di Design Avanzato e nessuno dei colleghi di Astaldi se ne era neanche accorto!

Mi guardai meglio attorno.

L’intero appartamento a partire dall’uscio di ingresso passando per i pavimenti, le lampade, le piastrelle del bagno fino alle maniglie, era di una cura forse maniacale ma assolutamente efficace nel colpo d’occhio; doveva averlo pensato una persona consapevole della eleganza estrema di tutti gli accostamenti, eleganza nella sua accezione più pura certo fine a se stessa per i più, ma per questo obbligatoria nel godimento che l’Arte e ancora quella moderna di Alto Design sa dare a chi ne sa godere.

Poi arrivarono gli altri a salutarmi, quelli dei piccoli tavoli, e poi ancora dal piano di sotto il Direttore Tecnico, un elegantone quarantenne sempre a sistemarsi la cravatta, quello di Cantiere segaligno in doppiopetto chiaro (sic!), il capo contabile napoletano con almeno cinque tic diversi, segretaria, addetti vari, ricchi giochi e cotillon.

Erano venuti tutti, gentili (?) a darmi il benvenuto.

Sapete … uno che da Impregilo scendeva i tre gradini fino ad Astaldi doveva apparire come un marziano appena arrivato sulla Terra.

Stabilii subito con chi me la sarei fatta e con chi no.

Di certo alla prima occasione avrei buttato giù dabbasso l’idiota che s’era messo a sedere sulla scrivania di Ponti/Castelli, l’ing. C, il segaligno Direttore di Cantiere in doppiopetto!

La cosa era iniziata così alla fine del 2003 quando i grandi ponti sulla Alta Velocità Bologna Firenze erano finiti e io iniziavo ad annoiarmi per noiose gallerie da 15km.

“Ingegnere, sono Nicola Oliva il papà di Alessandro ora suo addetto all’U.T., avrei piacere di incontrarla magari quando scende a casa per Natale”.

“Alessà ma che ca@@o hai raccontato a tuo padre che mi convoca come alla Digos?”.

Nicola Oliva ingegnere, era il Direttore Generale di Astaldi, così tanto per individuare soggetto e funzioni.

Così mi recai a via Tiburtina alla sede della terza Impresa di Costruzioni Generali italiane, vestito come al solito e come faccio da sempre, col mio bomber Patagonia dentro il quale come tutti coloro che hanno un capo di quella marca, finisci per viverci h_24 fino a quando non arrivi a tiro della moglie che se non te lo getta, almeno per pietà lo ficca in lavatrice a sessanta gradi e carica massima di Dixan.

Mi avevano portato nel suo ufficio sull’attico dal quale si vedeva perfino il Cupolone.

L’Ufficio era vuoto però.

“L’ingegnere la prega di attendere, gradisce qualcosa?”.

“La pace nel mondo … !” … mentre la vedevo allontanarsi stizzita portandosi via il suo di dietro molto meno androgino delle nostre segretarie su a Milano.

“Pippo, grazie di essere venuto!”.

Mi girai e lo vidi, un sessantenne ancora atletico stile Circolo Aniene con lo stesso Bomber Patagonia mio, solo rosso.

E si perché dimenticavo che nelle grandi aziende il venerdì è tollerata la deroga alla giacca e cravatta ed era appunto di venerdì.

Ma la cosa ancora più incredibile era che aveva anche lui la Jotter della Parker, il vero coltellino svizzero Wenger, e la Moleskine quella piccola a breviario, tutta roba che cavò dalle tasche mentre tirava un moccolo perché diceva di aver perso un importante pizzino che la moglie gli aveva consegnato all’uscita di casa e sul quale era scritto qualcosa dal quale dipendeva la sua vita quella sera.

“Ha guardato nel taschino della camicia … quello a destra?”

Ci filammo subito.

Uscii con la carica di Responsabile Ufficio Tecnico di Astaldi alla Stazione di Bologna in Alta Velocità che manco immaginavo qualcuno avesse pensato di fare tra l’ultima tratta degli spagnoli di Sacyr e quella di Condotte verso Milano.

Su progetto di Ricardo Bofill, si trattava di realizzare uno scavo profondo a filo del binario 11 sempre in esercizio, lungo 650 metri, largo 50 fino a via dei Carracci e soprattutto profondo 25 metri per poi realizzare la stazione interrata a tre livelli!

Una figata!

Naturalmente chiesi prima la autorizzazione ai miei vertici di riferimento di Impregilo ricevendone il viatico con una remora.

Visto che al momento avevano solo il MOSE, allora in offerta e visto pure che non mi piaceva, vollero l’impegno d’onore che se l’Azienda avesse avuto bisogno di me per qualcosa di importante, sarei dovuto tornare.

Sei mesi bellissimi ed infernali tra i quali la prima opera a firma mia alla Stazione, la paratia di primo salto a filo del Binario 11. Diaframma tirantato con un battente di dieci metri, fuori progetto e che tra l’altro portava in cima una vetrata di cinque metri in funzione di sicurezza per gli operai che avrebbero lavorato di sotto a seguito di lancio da parte di qualche idiota di oggetti dai finestrini; progetto che li dentro mi fece iniziare ad avere rapporto stretto con Antonio col quale mantengo tutt’ora una amicizia sincera.

Antonio era un geometra del nord ovest naturalizzato romano, tosto, duro e puro che si interessava di acquisti delle provviste di cantiere.

Sentirlo trattare con i fornitori di tiranti per decine di chilometri, era gustoso ancora di più che essere in un mercato arabo!

L’avevano posizionato inopinatamente davanti a me alla mia sinistra su uno dei citati tavolini pur non essendo in mia dipendenza diretta.

Ogni tanto uscivamo assieme fuori sulla balconata, lui per una sigaretta, io a sentire da lui di mille storie di cantieri e non solo (tralascio per decenza), in giro per il mondo.

La sera si andava a cena assieme e poi assieme allo stesso albergo cui lo avevo fatto trasferire, verso il Ghetto, comodo e silenzioso in un angolo della movida bolognese che come forse non sapete inizia a mezzanotte d’inverno per trasferirsi d’estate a Rimini. Mica come ai miei tempi da studente che a quell’ora s’era tutti a dormire o a ripetere le estensioni dei Teoremi dei Lavori Virtuali come Betti, Castigliani e vari terribili altri.

(Teorema dei Lavori Virtuali, tratto intermedio della dimostrazione)

La mattina non era infrequente che lo vedessi rientrare mentre io … uscivo!

Mai gli chiedevo oltre il sorriso d’invidia pura che gli riservavo.

Tutti perfino in sede, lo avevano in rispetto, riconoscendogli una capacità che altri evidentemente non avevano, di spuntare sempre il prezzo più basso che si trattasse di carta igienica o di un sistema Kelly per le macchine dei diaframmi, oltre naturalmente la simpatia innata che trasmetteva a tutti.

Tutti tranne … .

Il segaligno in doppio petto Direttore di Cantiere che ancora oggi mi chiedo quali opere avesse mai diretto prima oltre qualche castello di sabbia a mare.

Questi puntuale come una cambiale, a ogni mezza mattinata veniva di sopra e spalle a me, gli iniziava il cazziatone di giornata, in genere su argomenti poco più che risibili dei quali oltre a non capire una beneamata mazza, pure era in evidente torto.

Dopo sulla balconata chiedevo ad Antonio del perché non reagisse per come doveva ma solo per sentirmi rispondere:

“Lascia stare, è una storia che non interessa a nessuno”.

Doveva essere qualcosa di intimo nella quale Antonio si era trovato ad avere avuto un ruolo, se non una colpa, diciamo imponente.

Si ma la cosa non poteva andare avanti così.

Era diventata disturbante per tutti in Ufficio, tanto che prima e dopo ogni mattina si sentiva l’aria addirittura friggere.

Non che la sceneggiata giornaliera mi scomponesse più di tanto, certo però mi infastidiva perché il segaligno si frapponeva fra me e le Torri, rovinandomi il paesaggio.

Così un giorno … .

 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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