In queste ore di grande concitazione per mettere i conti a posto e per aprire la strada all’approvazione del bilancio preventivo, Marcello Pittella si rende conto di aver sopravvalutato la qualità dei suoi dirigenti che con frequenza sempre maggiore lo fanno trovare di fronte a difficoltà non previste. Il caso della disputa in diretta tra Arpab e Acquedotto Lucano è significativo ed ha rappresentato per Pittella la prima volta in cui ha dovuto alzare la voce, fino a farla sentire fuori del palazzo. Magari fosse un caso isolato! Nella sanità le trattative con l’imprenditoria privata del settore sembravano aver risolto un annoso problema, ma , da dopo che Pittella è uscito dalla riunione le cose sono rimaste lettera morta. Insomma, come per De Filippo, la sottovalutazione del funzionamento della macchina amministrativa ha ridotto all’osso i risultati che pure la politica doveva conseguire per cui , alla fine, ci si ricorda più di quello che non funziona che di quello che è stato fatto. Anche Pittella ha dimostrato di essere un locomotore funzionante, sopratutto rispetto a decisioni di forte valenza poltica, come quelle sull’ambiente e sul Cova, ma che, per tante altre cose, si accorge tardi, quasi a fine corsa, di non aver avuto tutti i vagoni che correvano attaccati . Una volta si diceva: i politici passano, i funzionari restano, a dimostrazione del fatto che bisognava attenersi ai riti, agli usi e agli abusi, alle pratiche e al potere dei dirigenti che rimaneva immutato e immutabile. Ma se questo valeva per gli anni in cui tutta la dirigenza arrivava per concorso e per merito, non vale per l’amministrazione regionale che buona parte dei dirigenti se li sceglie dall’esterno come atto fiduciario. La conseguenza è che saranno pure bravi a dire sì, ma lo sono di meno a far correre i vagoni alla stessa velocità delle decisioni politiche. E quando manca l’orgoglio a dimostrare di valere per sé e non a limitarsi ad ubbidire al politico, allora capita che si finisce con l’essere zavorra ai piedi stessi di chi l’ha voluto e scelto. Le stesse difficoltà finanziarie nascono dalla pigrizia degli uffici, con un sacco di beni non rivalutati e un altro sacco che non entrano nella contabilità perché ci sono commissari liquidatori che nascono con le aziende da liquidare e muoiono senza aver concluso il loro lavoro. Non parliamo poi delle generale rilassatezza degli uffici nei quali si è perso lo spirito di squadra, con buona parte del personale che non è neanche conosciuto dalla dirigenza . Insomma è avvenuto il consueto gioco di corte, dove il Re è stato tranquillo e sereno perché non gli hanno fatto aprire le finestre per vedere in tempo i focolai d’incendio che si spandevano sul territorio. Adesso che le finestre sono aperte, si aspetta di capire come va a finire. r.r.
POLITICA E BUROCRAZIA: QUANDO I LOCOMOTORI CORRONO CON LE CARROZZE STACCATE
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