È abbastanza sorprendente vedere le foto della visita ufficiale del presidente a stelle e strisce Donald Trump e di sua moglie Melania. È sorprende anzitutto che abbia scelto Riad per il suo primo viaggio all’estero e a pochi giorni dalla rielezione di Rohani riconfermato alla guida dell’Iran.
Interessante è anche la figura di Melania che abbiamo visto scendere dall’aereo presidenziale senza velo ma con un abito lungo e nero che ricorda l’abito che usualmente indossano le donne saudite. A presentarsi a capo scoperto fu anche Michelle Obama che, all’epoca, fu criticata aspramente per questa scelta.
In effetti Melania Trump ha delineato la facoltà di scegliere della donna americana, libertà culturale e religiosa, diretta conseguenza della storica difesa di principi, quando non tutto era danaro. Dall’altra la scelta di un abito che ricorda un abaya: lungo mantello nero che copre tutto il corpo eccetto la testa, che le saudite indossano fuori casa, fa pensare che si intenda ingraziarsi, in qualche maniera, la platea saudita.
Al di là di questo, che pure è molto significativo, poiché non equivale a pescare un abito qualunque dal proprio armadio, ma sono scelte simboliche che sottintendono dei messaggi chiari ed in questo caso una volontà manifesta di avvicinarsi ad un Paese musulmano wahabita, responsabile di una crescente crisi umanitaria in Yemen.
Sebbene la politica estera americana dal secondo dopo guerra non è cambiata, ha avuto una chiara ed esclusiva inclinazione per gli affari, e ad oggi pare maggiormente scoperta e vulnerabile politicamente, poichè del tutto priva della volontà di costruire accordi di pace effettivi e reali oltre che, di un piano strategico a lungo termine. Difatti se si inneggia al processo di pace e al contempo si sigla un accordo miliardario per la vendita di armi, paragonato al New Deal, appare decisamente poco credibile politicamente il sostegno al processo di pace. Allora come un nervo scoperto, è evidente che l’unica via percorsa in politica estera è quella che conduce al profitto, a discapito di tutto.
Non molto diversa per taluni aspetti è stata la politica condotta da Obama che ha appoggiato le primavere arabe senza alcun piano politico successivo, con ormai note conseguenze nel flusso migratorio, in termini di perdite umane. Il discorso di Trump è stato in netta controtendenza rispetto a quello di Barack Obama al Cairo nel 2009, intervento che fu considerato anticipatore rispetto alle rivoluzioni che si susseguirono nei paesi del Nord Africa e che portarono alla caduta dei regimi.
Una delle tappe del presidente statunitense sarà l’Italia, che offre non solo geograficamente una mediazione fisica tra i paesi musulmani più prossimi e i paesi europei. Una vocazione sempre più riconosciuta dalla diplomazia internazionale e che di fatto ha visto il nostro Paese coinvolto in prima linea in situazione di crisi umanitarie e migrazioni. Non sia solo l’accoglienza e le dichiarazioni del neo eletto presidente francese a riconoscere un ruolo ed una mission fondamentale al nostro Paese, ancor di più in un momento in cui di mediazione c’è tanto bisogno.
FRANCESCA IACOVINO