Il commento più diffuso, circolato, in modo bipartisan, a proposito delle ultime elezioni americane, ha riguardato la presunta scarsa qualità dei due contendenti alla poltrona di politico più potente del mondo. Sarebbe stato un duello fra due “invotabili”,con gli elettori a stelle e strisce chiamati ad esprimere la propria preferenza con la molletta applicata sul naso. Al di la della fondatezza di una tale affermazione, tutt’altro che assodata, la vicenda richiama l’attenzione sulla qualità della classe dirigente e sulla considerazione di cui gode la politica nella società contemporanea. Parlare male e senza distinzione di chi ci governa è ,oggi, lo sport nazionale più praticato. Non è solo questione di social media, come si potrebbe pensare. Ci sguazzano comici, ci maramaldeggiano presentatori televisivi e chi più ne ha più ne metta. Il dileggio e le imprecazioni contro “I politici” rappresentano l’intercalare quotidiano lungo la strada che conduce l’uomo medio alla cittadinanza consapevole. Il che è curioso, considerato che i mondi sono comunicanti e le porte girevoli sempre in azione. Per l’Italia, si potrebbe essere indotti a pensare che il minoritarismo culturale in cui è piombata la politica affondi le sue radici nelle vicende di tangentopoli e nei tanti scandali che hanno costellato la nostra storia recente .In realtà, il fenomeno si nutre degli effetti collaterali della globalizzazione e dell’incapacità dei governanti di incidere su dinamiche economiche complesse e sovranazionali. Prostrati dal clima sociale ostile, molti, a corto di autorevolezza ed afflitti da uno strisciante senso di colpa, non provano nemmeno a difendere la dignità della propria funzione. Col capo cosparso di cenere, preferiscono avventurarsi in una gara sulla riduzione dei compensi, inseguendo, a chi la spara più grossa, coloro che su queste robe ci campano, almeno nel breve periodo.Per una buona fetta degli altri, i più furbi, non resta, pur di sopravvivere, che abbandonarsi alla più classica delle prostituzioni intellettuali scegliendo, su ogni questione, la posizione che maggiormente conviene in relazione alla propria sopravvivenza politica. Se le cose stanno così, viene da chiedersi se la delegittimazione continua e senza distinzioni di un pezzo importante di classe dirigente e lo scadimento della sua funzione siano forieri di effetti benefici per la società o se piuttosto non si ritorcano contro di essa. L’interrogativo mi ha riportato alla mente un celebre articolo pubblicato negli anni ’70 dall’economista statunitense George Akerlof, a proposito del mercato delle auto usate e delle asimmetrie informative. Al termine della sua dissertazione, l’autore teorizza la scomparsa del mercato stesso, causato dalla tendenza degli acquirenti ad offrire un prezzo calibrato sul valore medio e non sul valore puntuale di ciascun veicolo. Questo fa si che i possessori di auto di maggior valore le ritirino dal mercato in un meccanismo a spirale che fa cessare le compravendite.Se il mercato di cui sopra, più che essere la politica, si rivelasse essere la democrazia ci sarebbe poco da stare allegri. La storia insegna che vittima del qualunquismo è il qualunquismo stesso. Non è utile abbassare lo stipendio dei politici per adeguarlo al loro presunto valore. Si pretenda piuttosto di essere governati da persone il cui valore sia adeguato al compenso che ricevono. Si tratta pur sempre di coloro che sovrintendono alla cosa pubblica, compito per il quale io vorrei i migliori, non dei campioni della medietà.
