IL PONTE MUSMECI, SIMBOLO DELLA CITTÁ

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ida leoneIDA LEONE

Lo ricordo bene, il mio professore di storia e filosofia del liceo, che socchiudeva gli occhi e sussurrava che “il ponte Musmeci, con quella sua forma che ricorda un millepiedi, è una delle più cospicue opere di arte contemporanea oggi esistenti in Italia” e ricordo le facce di noi studenti, abituati ad essere provincia dell’Impero, che lo guardavamo scettici e pensavamo che stesse esagerando. Mi ci sono voluti quasi 35 anni per capire bene di cosa stesse parlando. Aveva ragione lui.

Il viadotto sul Basento, a tutti noto come “il ponte Musmeci“, è indissolubilmente legato alla città di Potenza. Ed indissolubile è anche il rapporto fra Sergio Musmeci, il geniale progettista, e la cittá, un rapporto che sta vivendo da qualche tempo una vivificante nuova giovinezza. Raccontano che la forma così sorprendente delle arcate del viadotto fosse da tempo un pallino dell’ing. Musmeci, ma la città di Potenza, che premiò il suo progetto per la costruzione di un viadotto che scavalcasse la ferrovia, il fiume Basento e la strada, alle porte della città, fu l’unica a consentirgli di realizzarla.

“La particolarità della struttura è quella di essere costituita da una membrana unica di cemento armato con uno spessore uniforme di 30 cm, modellata a formare quattro arcate contigue, caratterizzate ognuna da un interasse di 69,20 metri e una luce libera di 58,80 metri tra gli appoggi. La lastra unica di cemento viene sia tirata e deformata, per creare delle specie di dita che sorreggono l’impalcato che ospita la carreggiata stradale, sia ripiegata su se stessa per creare un quadrato di 4 archi di 10,38 metri di lato che sorreggono l’intero peso della struttura” (fonte: Wikipedia)

I lavori iniziarono nel 1971, furono terminato nel 1975. Sergio Musmeci morì poco dopo, nel 1981, e quindi il ponte di Potenza fu con ogni probabilità una delle ultime cose a cui si dedicò. Il bellissimo documentario curato da Effenove e con la regia di Vania Cauzillo ha esplorato con grande attenzione e profondità la figura di Sergio Musmeci, una persona eclettica e con mille interessi che andavano ben oltre l’architettura e l’ingegneria delle strutture.

Durante l’occupazione tedesca, tra il 1943 e il 1944, quando per il pericolo delle retate si doveva passare gran parte delle giornate chiusi in casa, Musmeci studiò autonomamente le materie comuni al biennio delle facoltà scientifiche, appassionandosi all’astronomia, una disciplina che non abbandonò mai e che contribuì a formare la sua ampia e raffinata cultura, caratterizzata da una profonda competenza nell’ambito dell’ingegneria strutturale e che spaziava in universi paralleli: dalla musica, che amava profondamente (suonava il pianoforte), mentre la sua casa era frequentata dai jazzisti romani con i quali condivise viaggi per assistere a festival e concerti internazionali e notturne jam-sessions casalinghe; alla fisica e alla filosofia, che coltivava attraverso ostiche letture per addetti ai lavori; all’aeronautica(fonte: Treccani)

Dunque il ponte Musmeci è un simbolo per la cittá, anche se non ce ne rendiamo conto. Come il Serpentone, è un monumento a quello che siamo, ed è interessante rilevare che entrambi (Serpentone e ponte) non hanno subito il benchè minimo danno dal devastante terremoto del 23 novembre 1980. Un fatto che si impone, alla memoria collettiva della città. Se hanno resistito loro, possiamo resistere anche noi. E la estrema bellezza e la estrema sgradevolezza estetica non c’entrano nulla con la funzione, e la funzionalità, e col fare il proprio dovere di restare in piedi e utili quando tutto il resto del mondo sembra crollare.

Un simbolo intorno al quale è arrivato il momento di coagulare attenzione, amore, interesse della cittá; simbolo che unifichi, che compatti i cittadini in un unico obiettivo, che renda orgogliosi e partecipi. Siamo convinti che la forza della città capoluogo ne trarrebbe grande giovamento; che il software della città, i suoi abitanti, sentano forte l’esigenza di unirsi intorno ad un obiettivo molto alto, che abbia come protagonista il suo monumento – simbolo. Negli ultimi anni il ponte è tornato protagonista: è stato imbandierato, illuminato, fotografato da artisti di tutto il mondo; ha ottenuto prestigiosi riconoscimenti (i progetti e le planimetrie sono contenuti nel fondo archivistico “Musmeci Sergio e Zanini Zenaide”, che nel 1997 venne dichiarato di notevole interesse storico dalla Soprintendenza archivistica per il Lazio e successivamente acquisito nel 2003 dal Ministero per i Beni e le Attività culturali per le collezioni di architettura del XX secolo del MAXXI. Nello stesso anno il ponte è stato dichiarato monumento di interesse culturale dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali), è diventato, come dicevamo, oggetto di un documentario.

E’ arrivato il momento di dargli il posto che gli spetta nel mondo.

 

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Sull' Autore

Ida Leone

Esperta di Fondo Sociale Europeo e delle politiche della formazione e del lavoro. Mi interesso anche di fenomeni di innovazione sociale e civic hacking: open data, wikicrazia, economia della condivisione, creazione ed animazione di community di cittadini. Sono membro del gruppo di lavoro che ha portato Matera a Capitale europea della cultura per il 2019. Sono orgogliosamente cittadina di Potenza e della Basilicata, e lavoro e scrivo per migliorare il pezzetto di mondo intorno a me.

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