SUSSISTENZA DELLA POPOLAZIONE DI TRAMUTOLA DURANTE L’OTTOCENTO

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vincenzo petrocelli

vincenzo petrocelli

 

Da un rapporto del 1811(1): “La situazione del regno di Napoli”, conservato nell’Archivio di Stato di Potenza, si rileva che in Tramutola, all’epoca del rapporto, si faceva uso d’acqua di fonte e che era abbondantissima. Non era in uso nessuna pratica o alcun mezzo per poterla purificare.

La fontana “‘Ncap l’acqua” era una fonte naturale ed aveva tutte le qualità potabili ed era priva di vizi e di materie estranee.

L’acqua della fontana era usata per bere e per cuocere i cibi. Era trasportata dalle donne con barili di legno e c’è da affermare che questa pratica, molto in uso, non dispiaceva alle giovinette, perché era una buon’occasione per uscire da casa ed incontrare il proprio innamorato. Anzi, talvolta si approfittava per rivedere il giovinetto, di successivi viaggi, badando a svuotare il barile poc’anzi riempito.

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Il cibo ordinario era misto, ma con un’inclinazione all’erbivoro, senza che fosse rimarcato alcuno sfavorevole effetto sulla salute.

Presso la classe “meschina” in povertà o miseria, si faceva uso di pane misto di frumento e di frumentone o granturco, che dire si voglia.

Il pane che si mangiava comunemente non era difettoso, ma era ben cotto e ben fermentato.

In Tramutola rare volte si faceva uso di polenta e, in ogni caso, quelle rare volte, che era cucinata, era condita o con olio o con lardo.

Tutte le classi facevano uso continuo di carne, meno ché quella dei contadini, i quali se ne cibavano di rado, e di quella d’animali morti naturalmente, che si comprava ad un prezzo “vile”, senza peraltro che la loro salute ne risentisse tristi effetti.

La carne d’agnello era mangiata dal mese d’aprile al mese di giugno. Da questo mese a settembre, cucinavano carne di pecora. Poi da settembre a novembre quella di capra. Da novembre in poi s’iniziava ad usare la carne suina.

Le qualità di pesce più consumate erano le triglie, i merluzzi e le alici. Non si vendevano molto spesso, anzi assai di rado e ne facevano uso, tutte le classi, all’infuori della povera gente. Il pesce che era venduto era pescato nel golfo di Taranto, e giungeva dopo un viaggio di ventotto ore, e quello pescato nel golfo di Policastro giungeva dopo sedici ore. I pesci salati, di cui si faceva uso ordinario, erano le sarde e le alici.

I vini prodotti e bevuti dai tramutolesi erano tutti “generosi”. Non sono stati mai bevuti vini viziati e mai sono state usate materie estranee per mascherare i difetti. Tutte le classi ne facevano uso senza vedersene degli eccessi e, per conseguenza, senza ravvisare alcun danno alla salute.

L’olio veniva da paesi lontani, ed era per lo più, di buona qualità. Se ne faceva uso per condire i cibi e non era nocivo alla salute.

I legumi erano ottimi e si vendevano allo stesso prezzo del grano. Gli ortaggi erano di poche specie e di buona qualità. La frutta era rara. I latticini erano ottimi e si vendevano a prezzo discreto.

Abitudini alimentari 

Il generale sistema di porsi a mensa era tre volte il giorno: il mattino tre ore dopo fatto giorno, dopo mezzodì e la sera per cena. In tempo delle messi, i contadini, si ponevano a mensa fino a quattro volte il giorno.

Non esistevano stabilimenti per alimentare i poveri.

In tempo di carestia si era fatto uso di patate, tartufi, lupini e d’erbe selvatiche condite con olio, la qual cosa produsse dei mali di stomaco e dei forti languori.

Vestimenta

La maniera di vestire del popolo era comoda per tutte le stagioni; ed erano usati da ambo i sessi dei panni che erano fabbricati dalle donne del paese. Non vi erano pubblici stabilimenti per vestire i poveri.

Abitazioni

Le abitazioni del basso popolo erano di pietra con cemento di calce. Erano anguste, mal custodite dall’umido e dal freddo. Erano senza nettezza, perché spesso vi coabitavano animali di bassa corte.

Il focolare, posto in un angolo dell’abitazione, era costruito sul pavimento all’altezza di un uomo, con camino di fabbrica, ove si bruciava legna di quercia, di faggio, di cerri e sarmenti. Si cucinava in vasi d’argilla sulla brace o in caldaie sospese sulla vampa. Il combustibile per le lumiere era il solo olio d’olive.

Le cause dell’insalubrità dell’aria nel paese erano determinate dall’angustia, ristrettezza e meschinità delle case; i sepolcri della chiesa madre, non ben custoditi, che si aprivano frequentemente; le strade anguste, fangose, immonde, dove si buttava tutte le lordure ed immondezze, perché non lastricate; cadaveri di bestie insepolti a poca distanza dall’abitato. Numerose stalle nell’abitato in stato di indigenza, miseria e povertà.

Si usava somma vigilanza per gli edifici cadenti e per prevenire ed estinguere gli incendi.

Le abitazioni che erano costruite lungo il vallone o calangone, attuale Crocevia, erano soggette alle rovine dell’alluvione.

Vi erano pochi cani e se qualcuno andava in rabbia era subito ammazzato. Non vi erano animali da tiro.

Impiegati alla guarigione

 

Vi erano due medici, un chirurgo, uno speziale, due ostetrici e due salassatori. I medici erano condottati dal comune con l’obbligo di curare tutta la popolazione.

Non vi erano medici o cerusici condottati da corporazioni.

La classe povera non mancava della necessaria assistenza.

Gli impiegati predetti erano esperti nel loro mestiere, all’infuori delle ostetriche.

Patologie

 

Le malattie endemiche, durante l’estate. Nell’autunno la febbre lenta e nervosa oppure putrida e dissolutoria. Nell’inverno e primavera primeggiavano le malattie reumatiche e le tossi. Rare erano le febbri dette di mutazione, giacché i campagnoli non dormivano nelle vallate.

La malattia ordinaria che uccideva assai gli adulti, era la pleurite, cagionata dal riscaldamento nel salire i colli e dal raffreddamento nel discendere.

Le malattie dei bambini erano varie e più micidiali. La causa maggiore era l’acqua stagnante degli orti nelle vicine “pantane”.

La mortalità giovanile, specialmente delle donne al primo parto, creava molti vedovi, che tornavano a sposarsi per la seconda volta e alcuni anche per la terza volta o altre.

La vaccinazione aveva fatto dei progressi, all’epoca della statistica e i risultati erano stati favorevoli. Si era, perfino, giunti a smorzare in gran parte il contagio vaioloso, perché il popolo basso aveva concepito l’idea vantaggiosa della vaccinazione.

I morbi venerei erano rari ed erano curati con diligenza.

Il risultato di parecchi anni di penuria aveva prodotto gran povertà, influendo molto presso la classe infima ad aumentare le infermità e ad impedire la guarigione in ambo i sessi ed in ogni età.

I bastardi erano alimentati con cura dalle loro madri.

Oltre alle precauzioni dettate dalla legge, per distinguere le morti reali da quelle apparenti, si usavano dei rimedi stimolanti ed ustori.

Nel paese vi erano poche donne sterili, pertanto non si era mai esaminato quale ragione poteva influire sulla sterilità.

Economia rurale

I lupi abbondavano precisamente durante l’inverno, quando i monti vicini al paese erano coperti di neve. Si uccidevano solo se incontrati per caso, da gente armata d’archibugi.

La caccia si faceva a solo diletto, libera d’ogni prestazione o signoria. La caccia delle lepri era condotta segnando le orme nel tempo delle nevi. Si faceva anche caccia delle volpi e delle pernici, perché queste sono indigene, caccia delle beccacce, mallardi ed altri uccelli acquatici che sono nei tempi emigrati in queste località.

Il numero dei cacciatori ammontava a venti individui.

Per uso medico si raccoglievano delle cantaridi(2).

Si pescavano poche trote che non facevano oggetto di consumo.

Pastorizia

L’attività di pastorizia era eseguita nei luoghi ove crescevano le erbe spontanee ed in prati incolti. Quest’attività era eseguita durante l’estate ed i pastori erano costretti ad errare, cercando altrove i pascoli, fuori del proprio territorio o nei monti di Marsiconuovo, posto nel Principato Citeriore per diritto di promiscuità, essendo Tramutola aggregata in provincia di Basilicata, in epoca murattiana. Durante l’inverno alcuni possessori di terreni, svolgevano l’attività in luoghi chiusi o siepati nel territorio del comune.

La pastorizia era di sussidio all’agricoltura, rendendo, per mezzo dei letami, ubertosi i terreni coltivati per la produzione del lino e delle canape.

Durante l’inverno, tutto il bestiame era nutrito col fieno, paglia e fronti d’arborei ed in tutte le stagioni si nutrivano dì erbe agresti.

Gli ovili erano tutti costruiti di fabbrica quadrilunga e chiusi, avendo una sola apertura con uscio. L’abbeveraggio era eseguito con acque correnti di fiumi o di ruscelli.

La maniera di tenere nelle stalle gli armenti, se durava lungamente produceva agli animali la pulmonia causata dall’eccessivo caldo degli ovili, all’immediato contatto con l’aria rigida e all’abbeverarsi in acque fredde. All’epoca della Statistica, non si conoscevano rimedi per questo tipo di malattia. Il gregge andava soggetto anche alla schiavina(3), ed il rimedio per la cura era riparare gli animali dall’aria fresca e farli dimorare in luoghi non umidi.

I buoi e le vacche, che erano gli unici animali addetti ad arare e trasportare le biade, non che i materiali per fabbriche e tutti gli oggetti di consumo nel territorio, non soffrivano altro male che l’eccessiva fatica che li distruggeva molto prima del tempo solito, rendendoli inabili.

Vi erano anche delle cavalle, in un numero non molto grande, le quali producevano dei figli che erano addestrati nei maneggi. Per ben allevarli, era usanza che la notte rimanevano in luoghi aperti con le madri. Se qualche volta le cavalle erano impiegate per la trebbiatura, queste abortivano facilmente.

Nel tempo, si era osservato che se qualche cavalla era stata resa pregna, una sola volta da un asino, difficilmente produceva in seguito dei buoni cavalli.

Prodotti della pastorizia

Il latte era di buona qualità e si producevano dei caci saporiti e salubri per il consumo locale e gli esuberi erano venduti a Napoli e Salerno, ove questi caci erano noti e ricercati. I cuoi erano commercializzati dopo che erano stati manifatturati in Montemurro.

La lana era di quella detta gentile, di buona qualità, precisamente, quando gli ovili si mantenevano puliti. Il consumo era di due terzi in panni che erano fabbricati dalle donne del paese per uso familiare.

La pastorizia formava il sostentamento della quinta parte della popolazione.

L’inventario era così costituito: settemila capre e pecore e duecento tra cavalle e vacche.

Alla custodia del bestiame vi erano addetti circa cinque individui per un gregge di centocinquanta animali.

Abbondavano i polli e polli d’india, oche, conigli, colombi, che si vendevano con le uova ai ricchi dalla classe indigente o si consumavano nelle famiglie. Non si faceva commercio, a causa di mancanza di strade facili verso le grandi città.

Api

 

Le arnie erano di legno di faggio quadrilunghe, coperte di paglia ed erano custodite lungo gli ovili. Frequentemente i geli uccidevano le api, ed era per tale ragione che quest’industria non si moltiplicava. Le api si cibavano in collina e luoghi piani ove abbondavano gli alberi fruttiferi, rosmarino, timo e boraggine. Il loro mantenimento non costava quasi niente. All’epoca della Statistica durava ancora il barbaro costume di uccidere le api, nello smelare il loro prodotto in cera.

Bachi da seta 

 

I bachi da seta prosperavano a cagione dell’aria molto varia in primavera. La loro coltura era oggetto di puro piacere d’alcuni ricchi. Da un rapporto delle manifatture, redatto nell’anno 1844, dal Cav. Cantarelli, Segretario della corrispondenza nel Real Istituto d’Incoraggiamento di Napoli, si rileva che l’educazione del baco da seta si estende quasi in tutte le province del Regno e che le nostre sete organzine gareggiavano in bontà con quelle d’altre nazioni. Il merito delle nostre filande era di realizzare frange, rasi e panciotti in seta che fornivano piena prova dell’abilità degli operosi manifattori.

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Agricoltura

 

All’epoca della Statistica, il territorio era costituito da tomola tremila; la popolazione di tremila settecento sessantadue individui. Dei tremila tomoli, di territorio, circa mille erano coperti da selve e da castagneti. Mille e duecento tomoli erano coltivati ad uso di prati, querceti, vigneti e pochi ad uso di semina di cereali. Ottocento tomoli irrigabili erano addetti a giardinaggi ed altro.

I terreni irrigati si coltivavano a braccia con la vanga, il rimanente a braccia con le zappe e poco con l’aratro.

Prevaleva il sistema di letamare per fertilizzare tali terreni.

Era precisato che l’irrigazione quantunque fosse eseguita a non molta distanza dall’abitato, non produceva alcun’infezione nell’aria.

Le specie di coltivazione del frumento erano in piccolo numero, quelle che si coltivavano.

I maggesi, con la zappa e con l’aratro, erano preparati con due arature, mentre quelli con la vanga una sola volta.

I semi si preparavano frequentemente in liscivie di calce o di potassa e si gettavano, per la semina, a mano ed, in un tomolo d’estensione delle terre irrigabili, se ne spargevano, dieci stoppelli di semi. La semina si faceva in confuso e solamente nei giardini si praticava pollicando a solchi.

Il grano che si consumava era in piccola quantità, si suppliva alla deficienza per l’annona per mezzo del frumentone che si seminava in abbondanza ed il raccolto era molto prosperoso nei terreni irrigabili.

Per la produzione del fieno si raccoglievano le erbe spontanee col falcione e si tenevano esposte all’aria in forma di coni. Le erbe che si raccoglievano nei luoghi irrigati non erano ritenute di buona qualità. Nei prati e nei pendii letamati si raccoglievano abbondanti erbe delle seguenti specie: trifoglio, serpillo, puleggio, millefoglie e verbena.

Ad uso di giardino si coltivavano quasi tutte le piante conosciute nel Regno, ma la migliore produzione, per riuscita, erano i cavoli, detti verze. Negli orti tramutolesi prosperava la robbia dei tintori.

Piante che davano materia da filo 

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A Tramutola si coltivava il lino detto rustico, il quale si seminava alla metà di settembre e quello detto molle, che a differenza del primo doveva essere irrigato, si seminava in marzo, quest’ultimo era ricercato per la teleria fine. Si coltivavano le canape, distinte in ruvide e gentili. Il secondo, essendo adatto a lavori delicati, era quello più ricercato.

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La lavorazione del raccolto, piante di lino e canape, era quella di lasciare macerare nei fossi, bonatoio, per cinque o sei giorni, poi si prelevavano le piante macerate e si esponevano al sole. La macerazione eseguita nel fosso Vallone Sicco comportava tristissime conseguenze nell’aria con danni agli operai ed a quei miseri costretti ad abitare nei luoghi ove si eseguiva detta attività. Siccome quest’attività, di macerare, si eseguiva in luoghi lontani dall’abitato, non costituiva nocumento alla pubblica salute per gli abitanti di Tramutola.

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I tentativi di macerare a secco erano stati anche compiuti ma, tale processo di curare il lino, non aveva dato buoni risultati, poiché il lino si trovava il più delle volte fradicio, guasto ed ammuffito e quindi non aveva quella tenacità richiesta ai filamenti. Le manifatture eseguite dai tramutolesi erano rivolte essenzialmente ai lavori ordinari da servire ai bisogni dei contadini e degli operai. I possidenti andavano in Napoli a provvedersi di quanto faceva a loro d’uopo.

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Il totale sostentamento della popolazione tramutolese, proveniva da quest’industria. L’esperienza acquisita dagli addetti nelle lavorazioni dei lini e delle canape, raccolti sul territorio tramutolese, avevano determinato la situazione di richiesta della nostra manodopera negli altri paesi della Basilicata, nel Principato Citeriore e nella Calabria Citeriore.

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Ogni anno, circa quattrocento lavoratori, da settembre ai principi di marzo andavano negli altri paesi a lavorare i lini e le canape per supplire ai bisogni delle loro rispettive famiglie.

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I terreni coltivati a vigneti erano di cattiva qualità, argillosi ed umidi e posti alle falde dei monti anziché delle colline. Il vino prodotto era sufficiente per il consumo familiare ed era ritenuto non di buona qualità. A tal proposito, era suggerito di piantare i vigneti nei terreni aridi anziché lasciarvi vegetare i castagneti selvaggi.

I terreni a coltivazione d’olivi erano pochi, ma producevano abbondantemente, quindi si suggeriva di estendere la coltivazione.

Infine per i boschi era detto che vi erano piccoli gruppi di querce, qua e là sparsi, che non davano frutti sufficienti per i porci di grascia del comune: supplivano a questa mancanza le selve cedue di castagni, con i loro frutti. I castagni si recidevano da venti a sessanta anni ed il legname si vendeva ad un prezzo vile, per non potersi trasportare, a causa della mancanza di strade.

Manifatture

 

Sia i maschi che le donne tramutolesi, avevano buone predisposizioni per le attività manifatturiere. Non mancavano d’ingegno, né erano pigri, in speciale modo le donne, le quali si occupavano, a preferenza, delle manifatture di lino, canape e lana.

Il lino, detto rustico, costava grana trenta al rotolo, il molle o gentile grana quarantacinque al rotolo. Erano ben macerati e gramolati. Per la cardatura e filatura di una libra di lino, si richiedeva la spesa di grana quattro. Una donna poteva filare once nove il giorno.

S’impiegava un rotolo di filo per una canna di tela della larghezza di palmi tre e la spesa era di carlini uno.

Il lino era imbiancato con le liscivie di cenere e poi era lavato ripetute volte ad acqua corrente.

Una canna di tela di palmi tre di larghezza, delle migliori, si vendeva carlini sei e ne faceva uso la classe dei possidenti per biancherie da letto e da persona.

Le filande di Tramutola avevano fatto un tale progresso, che potevano con buon successo e con conveniente economia provvedere non solo ai bisogni locali di tessitura ma destinare al commercio l’esubero.

Le tele, di cui facevano uso gli operai del paese e della campagna, erano acquistate al prezzo di grana trenta e trentatré alla canna di tela di palmi tre di larghezza.

La quantità di queste tele oltrepassava di molto il fabbisogno locale, pertanto erano vendute nel resto della provincia di Basilicata, nel Principato Citeriore e Calabria Citeriore.

Le lane, che si manifatturavano a Tramutola, erano del paese ed il loro prezzo era da cinque a sei carlini per rotolo. A quest’attività erano impiegati pochi uomini, essendo delle attività ordinariamente proprie delle donne. La filatura si eseguiva con il fuso semplice. Per cardare e filare nel modo migliore una libra di lana si richiedeva la spesa di grana dieci. Una donna poteva filare in un giorno once nove. Il filo di lana era destinato a fabbricare del panno, appunto di lana. Per una canna di panno si adoperava un rotolo di lana.

La filatura con le macchine a vapore inglesi annientò l’ingegno degli uomini tramutolesi e l’industria locale, non essendo più competitiva sul costo della lana prodotta con le macchine azionate dalla mano dell’uomo. Gli addetti potevano anche comprare le macchine a vapore, ma poi avrebbero dovuto comprare il carbone che sarebbe stato fornito dagli stessi inglesi ed il prezzo non sarebbe stato mai competitivo.

A Tramutola, all’epoca della Statistica, vi era una sola gualchiera(4). Insufficiente a preparare tutti i panni necessari per uso nel paese, pertanto i tramutolesi erano costretti a fare uso delle gualchiere degli altri paesi della Basilicata ( Viggiano) e del Principato Citeriore (Padula).

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Vi era nel paese anche una tintoria, che prevalentemente tingeva a blu chiaro e verde al costo di carlini cinque per canna. Suppongo che fosse situata in Vico Tintiera verso Capo Casale.

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Ordigni differenti

Il legno che maggiormente era usato per le manifatture era il castagno e si usava per le travate degli edifici, per usci ed altre chiusure vendute anche per la provincia di Basilicata (Picerno).

Per i carri era usato il noce, il carpino ed il cerro, tutti legni indigeni.

Il ferro per le manifatture proveniva da Vibonati comune del Principato Citeriore e si vendeva a grana quindici per rotolo, l’acciaio a grana trenta.

Gli utensili necessari agli usi domestici ed all’agricoltura erano lavorati nel paese, all’infuori dei chiodi. Gli utensili domestici erano venduti anche per la provincia (Picerno).

Esisteva anche la produzione di coltelli, dei quali però se n’è faceva scarso commercio nella provincia di Basilicata. Invece erano commercializzate le manifatture in rame, vasellami da cucina ed altro. Il rame da manifatturare proveniva da Vietri di Salerno.

Suppongo che i calderai tramutolesi avessero le loro botteghe in Via Calderai, strada adiacente Via Cavour.

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(1) Statistica Murattiana

(2) Il principio attivo della droga (usata un tempo nella terapia di alcune malattie, e sostituita in tempi recenti, per gli stessi usi, dalla cantaridina) contenuto nel liquido circolante e nelle parti molli della cantaride e ricavato dal corpo disseccato e polverizzato degli insetti adulti.

(3) Vajolo delle pecore.

(4) Macchinario di epoca preindustriale usato nella manifattura laniera.

 

 Vincenzo Petrocelli

 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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