
LUCIO TUFANO
Una città di provincia che ha segnato la sua metamorfosi improvvisa di scleropoli piccolo borghese, grazie al processo massiccio di inurbamento di masse extraurbane, che non hanno né memoria, né il culto della propria identità.
Questo si può spiegare dal fatto che storicamente si è caratterizzata come città del terziario, come “città dei timbri”, ove la operazione esclusiva e fondamentale del potere è stata quella di convalidare o invalidare l’atto. Quella del timbro, imprescindibile dalla specie di potere che la esprime.
Non c’è stato timbro senza potere, non vi è stato potere senza timbro. Per questo occorreva scrivere una storia del potere scritto, effigiato, del potere bollato, emanato, decretato, ordinato, ma anche la storia di una coabitazione intermittente, più spesso ossessiva tra politica, burocrazia, impiegati e travet, della burocrazia come vettore e come veicolo, corridoio, anticamera, finestra o porta chiusa o aperta, rappresentanza locale dei poteri centrali, giudiziari, ecclesiastici, militari, occulti …, ma anche di quanto gli uffici pubblici hanno rappresentato fin dall’Unità rispetto alla campagna e al popolo. Quindi si è sempre reso necessario e improrogabile l’assalto alla “città dei timbri”, alla lentocrazia, alle sue omertà ed ai suoi conformismi, alle sue ipocrisie kafkiane, giacché, dice bene Di Consoli, “il potere della burocrazia cresce sempre sulla penuria di talento”.
Potremmo riprendere l’argomento della polis dalla quale proviene la politica e che continua ad essere la radice genealogica della laicità, di quella laicità che subisce continue battute di arresto anche specialmente a ragione degli interessi soddisfatti o da soddisfare, quella sorta di “fascismo delle rendite istituzionali” che rappresentano le tossine del sistema e la chiusura ermetica della politica all’ingresso di altri.
In questo libro non vi è nulla che possa sbigottire, vi sono fantasmi che hanno lasciato espressioni, ricordi e parole in dotazione, senza alcun testamento, bensì, a loro insaputa, in un dono spontaneo di generosità e grandezza. In questa città, infima gora che ingoia tutto, che non vuole avere memoria, malgrado la presenza di molti storiografi, e dove sussiste imperterrita l’arroganza di chi si fregia di titoli, con la ostentata voglia di esporsi, con i giovani, assillati da problemi esistenziali e concreti, che spesso non conoscono né hanno tempo e voglia di conoscere, dove gli scritti ed i lavori di chi ha vissuto nel passato non vengono quasi mai recepiti e citati. Tutto risponde a una persuasione egocentrica, la mania di chi ritiene che si debba tracciare un solco nuovo, con innovazioni senza originalità e senza il dovuto rispetto dell’autenticità e della tradizione, una nevrosi arrivista e superficiale che non intende recuperare gli antichi valori.
Chi ebbe la fortuna di vivere in quegli anni, quelli del politichese meno scaltro, più sprovveduto, quel clownismo-goliardico appena sfornato dal Liceo Classico, quegli incontri alla Taverna Oraziana con Ignazio Petrone e Pietro Valenza, Gino Grezzi, Chiaffitella Nicola, con i poeti e i pittori: Riviello, Falciano, Corrado, Masi, Pedota, Parrella, Cuscino, Bernardo Panella e altri …
Quegli incontri assidui con Nino Calice, uno dei pochi ad aver intuito la grande carica di umorismo e di satira di quel gruppo di giovani stracarichi di umore e fantasia, anticonformisti e anticodazzo-parrocchiale quelli che subito si schierarono contro la tirannide dei gelsomini: quel doroteismo protezionista e clientelare, onnipresente e asfissiante, alla mano e nel contempo ipocrita, genuflesso e autoritario … foto da Potenza d’epoca fb
