Lo spazzamento delle strade, che prima dell’Unità d’Italia si eseguiva da parte dei privati ad intervalli e per mezzo di bandi (tutt’ca pulizzassere strare e cuntane, altrimente paerann la multa), in seguito era eseguito dai carcerati di Santa Croce, uniti a coppia con lunga catena di ferro. Dopo molti anni il servizio veniva espletato dal regolare corpo di spazzini che man mano è andato aumentando, con effetti vari sulla nettezza urbana, secondo la maggiore o minore solerzia delle amministrazioni che via via si succedevano. Sulle strade principali e secondarie, accumuli di spazzatura. Si aggiungeva a ciò la tradizionale abitudine di sporcare dei cittadini che quotidianamente andavano a deporre l’alveo sotto le mura delle case più periferiche della città, nel lato che guardava la campagna. Circolavano vari carretti, sufficientemente solidi, provvisti di campanelle di avviso. Occorreva pertanto una maggiore vigilanza da parte degli agenti municipali per impedire che la gente si sbarazzasse quando e dove voleva del materiale di rifiuto delle case e per obbligarla a riporla negli appositi carretti. Date le condizioni delle fognature e delle abitazioni, occorreva non svuotare le carrette in posti troppo vicini all’abitato, dove si creavano focolai d’infezione chiamati “fumieri”, per i vapori che ne esalavano, anche per evitare che le emanazioni fossero spinte dai venti dominanti sulla città. Scarse erano le latrine pubbliche specie nei luoghi più frequentati e adatti. Le stalle numerose, duecentotrentatrè, venivano continuamente vigilate dalle Guardie Municipali, che redigevano ogni giorno apposito bollettino. Deprimenti le condizioni delle vinelle, delle abitazioni sotterranee e dei sottani. Allora i meandri della città, presidiati solo da qualche latrina, erano cosparsi di sottani, pochissimi con il buiolo dietro le vecchie porte, antri bui e fetidi, quasi serbatoio di muffe e del fetore di muli e maiali, di galline in libertà dietro e fuori dell’ingresso. Se erano la notte e l’oscurità a colpire il viandante e a darne la dimensione più rivoltante, l’olfatto recepiva il respiro dei rifiuti dalle scarpate. Era proprio quello il mundus subterraneus senza tombini e fognature. Pur tuttavia le grandi nevicate ammantavano di bianco, di fiaba e di innocenza, e dal cammaro (i giorni del grasso e dell’olio) allo scammaro (i giorni del magro) variavano con la festa i riti del mangiare. Sensazioni dalle quali derivavano nei centri nervosi gli stimoli destinati al loro soddisfacimento in rapporto con la carenza e la diminuzione delle riserve nutritizie, con la evacuazione dei rifiuti metabolici, con la fatica organica, con la insufficienza della ossigenazione o della respirazione, con la non piena soddisfazione di altre esigenze. Una scenografia non solo onirica, bensì realisticamente grigia, se non mortuaria. Un mondo dove l’abbondanza si specchiava nella condizione della frugalissima parsimonia. Dove le uniche rappresentazioni di ricchezza erano le parti divaricate del maiale sulle porte di poche case dei contadini più agiati. La festa del vicolo era appunto quella di contadini che friggevano, di contadini che cucinavano la sera della festa, epifania del mundus inversus. La parola consolatrice dello stolto veniva fruita dalla povera gente, in una dimensione verbale e mimica e come surrogato delle miserie corporali e psichiche, come parola oppiata che, anche attraverso le banalità rimate di parole e frasi ripetute, apriva parentesi fittizie, ma necessarie, di consolazioni intraviste in sogno, “surrogati fonici e verbali a tristezze esistenziali”. Il sogno dell’abbondanza faceva magicamente attutire e smorzare il morso della fame. L’artificio della smorfia consolava dall’inedia e l’histrio turpis (il turpe istrione), l’esponente della sporcizia, assumeva la maschera del ridanciano e del desolante guitto, tant’è che in altri tempi e momenti del percorso storico giullaresco, il buffone veniva demonizzato fino a coincidere con il pazzo. Povertà e pazzia venivano a coincidere. Il terreno che si riusciva ad arare dall’alba al tramonto diventava giornata: una unità di tempo che si sostituiva ad una unità di superficie, in tomoli e mezzetti. Gli anni si contavano dai vuoti e dai pieni, con le oscillazioni bibliche delle carestie e dell’abbondanza. L’anno della fame, quello della carestia, le cattive annate venivano poste al centro del calendario; il ‘giorno più lungo’ era quello in cui non si mangiava. Sembra attinente la considerazione fatta da Camporesi: «Anche il cerimoniale alimentare folcloristico ripropone una fruizione diversa del tempo, alternando alle lunghe giornate di frugalissime diete, a regimi di pura sopravvivenza, alle soglie dell’inedia, interminabili accessi rituali, orge alimentari e agapi ciclopiche, …» … diversamente dai pranzi borghesi, piuttosto giocati sulla estetica del cibo e della tavola. Era insomma il mondo che i cafoni sognavano, farneticando copiose mangiate, proprio quando sbocconcellavano il tozzo di pane. Contro la miseria, infatti, le plebi calabresi lanciavano invano i loro scongiuri:
miseria maladitta
vatti a mari ad annicari;
chista è carni benedetta,
e nun hai chi cci fari,
carica e scarrica pitittu e miseria
rugna e tigna
ru quannu vidi a mmia, morta tu cadi.
La nettezza del suolo[1], malgrado anche i lodevoli sforzi dei preposti ad essa, era molto trascurata ed un qualche provvedimento si rendeva assolutamente necessario
[1]17.3.1893. Relazione sulle condizioni igieniche e sanitarie, della provincia di Basilicata.
[2]e. de martino, Furore Simbolo Valore, introduzione di L. M. Lombardi Satriani. Feltrinelli. 1980. Milano.