PROPOSTE PER CAMPAGNE ELETTORALI MIGLIORI

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Marco Di Geronimo

Marco Di Geronimo

Le campagne elettorali diventano sempre più assurde. Ma in generale è l’intera vita politica del Paese che sta assumendo un sapore tragicomico. L’Italia è sull’orlo di una campagna elettorale permanente, e comunque priva sia di discussioni su temi reali sia di reale confronto tra candidati e forze in gioco. Come cambiare questo sistema? Urge una legge sui partiti.

I partiti dovrebbero essere disciplinati dall’articolo 49 della Costituzione. Che però è molto laconico. E si limita a dire che i cittadini partecipano «con metodo democratico» alla vita politica italiana attraverso i partiti. Serviva dare una disciplina più compiuta a queste quattro parole in croce. Inutile dire che nessuno ha voluto dare seguito a questo bisogno della nostra democrazia.

Non è quindi un caso che, crollati i partiti e il sistema proporzionale, il nostro circuito di rappresentanza è entrato in crisi. Intere comunità politiche hanno smesso di incontrarsi, di pensare, di confrontarsi tra loro e al proprio interno. E le dinamiche elettorali hanno indotto chi fa politica a ragionare nel brevissimo termine e guardando agli avversari come nemici dotati di voti, e non colleghi incompatibili per pensieri e idee.

Due i principali indiziati di questo disastro. Le coalizioni e le soglie di sbarramento. Non perché sia ingiusto che i cittadini sappiano in anticipo chi vorrà coalizzarsi con chi. Né perché sia inutile impedire alle opzioni minuscole di disturbare la dialettica parlamentare con uno o due deputati. Bensì perché questi due strumenti giuridici hanno destrutturato tutti i partiti.

Detta in parole povere: ci si allea e ci si accorpa per strategia e non per politica. Si fa il cartello elettorale per superare lo sbarramento, al di là di come la si pensi. (Ne sono una testimonianza La Rosa nel Pugno, Sinistra Arcobaleno e, più recentemente, LEU e PAP). Le soglie di sbarramento non hanno arginato la frammentazione, visto che i micro-partiti hanno risolto il problema unendosi sotto le elezioni e dividendosi una volta in Parlamento o Consiglio regionale.

Anzi, verrebbe da dire che le soglie di sbarramento hanno addirittura incentivato la frammentazione. Perché le correnti minoritarie nei partiti più piccoli, temendo di essere danneggiate in sede di ripartizione delle candidature (o di stesura dei programmi), hanno preferito scindersi. Ogni scissione significa un nuovo partito: un battaglione di militanti cristallizzati attorno a una posizione politica, che riacquista forza contrattuale di fronte agli altri. E che ha voce in capitolo sul simbolo, sulle candidature e sui programmi. Cosa che, in minoranza, è difficile avere.

E con una tale polverizzazione dei partiti, la presenza di coalizioni pre-elettorali ha complicato il quadro. Favorendo passaggi bruschi dal centrodestra al centrosinistra e viceversa (vedi l’UDEUR, l’UDC e NCD). Le coalizioni non sono più un orizzonte politico e teorico, un patto tra forze diverse che trovano il minimo comun denominatore tra i propri programmi e le persone giuste a garanzia della sintesi. No, sono meri meccanismi elettorali per massimizzare la traduzione di voti in seggi. Che vengono puntualmente disattese a urne chiuse.

Bisogna scardinare questa filosofia elettorale. Per farlo, c’è bisogno di una legge sui partiti. Ce ne è bisogno per porre un freno a tutte le malattie che affliggono la politica italiana, la democrazia interna ai partiti e quindi la partecipazione delle persone. Far parte di partiti malati non piace a nessuno e allontana la gente. Eppure i partiti sono i canali principali per incidere nelle democrazie rappresentative. Perché la politica parlamentare di un gruppo politico la decide il suo partito. E se si vuole un popolo fiducioso nella propria classe politica, bisogna dargli dei partiti in cui esprimere le proprie idee e farle pesare quando si deve decidere le scelte all’interno delle Camere.

La prima disposizione da inserire nel nostro ordinamento è la coincidenza necessaria tra partito e lista di candidati alle elezioni. Bisogna mettere al bando le centinaia di cartelli elettorali che affollano tutti gli appuntamenti di voto. Certo, si tratta di una regola generale, alla quale affiancare eccezioni. Per esempio, per le elezioni comunali e provinciali (sì, bisogna ripristinare le elezioni provinciali). O, in via eventuale, per le elezioni europee – purché conformi ai gruppi europei di riferimento. E nel caso non si faccia in tempo a fare il partito nuovo per le elezioni, si avvierebbe di diritto la fase costituente del nuovo partito (e lo scioglimento degli azionisti del cartello).

Dopodiché urge permettere ai cittadini di acquisire tutte le informazioni necessarie sulle candidature in ciascuna elezione. Anzitutto sarebbe d’uopo obbligare tutti i partiti a organizzare due o tre dibattiti teletrasmessi e disponibili online. Con obbligo di partecipazione. Chiaramente i confronti pubblici dovrebbero essere di due tipi. Almeno uno con tutti i candidati alle cariche di vertice (premier, governatore, sindaco). E poi un altro con i più papabili, calcolati con una supermedia dei sondaggi realizzati da istituti accreditati presso il Viminale. Non è fantascienza: in America, i candidati alla Casa Bianca sono puntualmente più di due, ma i confronti TV sono sempre a due. E però, se un terzo outsider raggiungesse il 15% in tot sondaggi su base nazionale, le reti televisive sarebbero costrette per legge a invitare anche lui.

Un’altra misura che si potrebbe disporre potrebbe essere la compilazione di un opuscolo standardizzato in cui raccogliere nomi, foto, simboli e programmi di tutti i candidati e i partiti per le singole elezioni, da inviare preventivamente via posta a tutti gli elettori una quindicina di giorni prima dalle elezioni. La ripartizione interna dell’opuscolo sarebbe tratta a sorte, proprio come la disposizione dei singoli sulla scheda elettorale. A ogni partito andrebbero garantite tot pagine, nelle quali indicare nome, simbolo, posizionamento politico, formula di governo, e una presentazione di tot caratteri, oltre a una serie di link (anche social) di riferimento. Seguirebbe qualche pagina con l’elenco di nomi, foto, bio e link dei singoli candidati. In premessa a tutte le candidature, una presentazione standard a cura del Ministero dell’Interno su cosa e come si vota, e un fac-simile della scheda elettorale.

Un capitolo spinoso da affrontare è anche il finanziamento della campagna elettorale. Oltre ad apposite norme sulla trasparenza (basti ricordare che i partiti politici tedeschi sono costretti a dichiarare al Bundestag le donazioni maggiori a 500mila euro che ricevono), si deve reintrodurre il prima possibile una forma di finanziamento generalizzato ai partiti. Anche in natura, se necessario, attraverso il comodato di appartamenti (comitati elettorali), stampe (volantini e manifesti), e imponendo ai social network una sponsorizzazione gratuita a parità di condizioni per tutti i candidati (anche consiglieri e parlamentari). In particolare la nuova normativa dovrebbe valorizzare i partiti più piccoli, che rischiano di essere tagliati fuori dal dibattito per ragioni economiche. Una grave sconfitta per uno Stato avanzato e democratico come il nostro.

Non finisce qui. La stessa presentazione delle candidature ha bisogno di una drastica riforma. La istituzionalizzazione dei partiti serve per mettere le liste elettorali nelle mani dei militanti e non delle segreterie di partito (qualunque sia il livello). La legge deve istituire un metodo e una formula di calcolo delle liste elettorali, prevedendo che i candidati siano pubblicamente selezionati dagli iscritti (o dai simpatizzanti, per chi voglia fare le primarie aperte). Eventualmente si può restringere la platea ai militanti (trovando comunque una qualifica giuridica che permetta di distinguere tra i meri tesserati e chi invece si dedica alla vita di partito). Comunque è necessario garantire rappresentanza alle correnti interne e ai loro esponenti, bilanciare i capilista tra le fazioni, permettere che in ogni partito tutte le anime abbiano diritto di parola in ciascun appuntamento elettorale. Mai più devono ripetersi telefonate disperate di quadri ai segretari, come quelle che Renzi si vantava di aver ricevuto da deputati uscenti di lungo corso. Né devono ripetersi episodi incresciosi come quelli di Cuperlo o Civati, maltrattati in sede di compilazione delle candidature del PD e di LEU al punto da essere costretti a saltare un giro.

In più bisogna restituire agli elettori il controllo del proprio voto. Il voto di preferenza è uno strumento pieno di limiti, ma è l’unico strumento elettorale che consente al cittadino di selezionare direttamente i suoi candidati preferiti. Ci vuole una normativa ad hoc, studiata nel dettaglio, per arginare il problema dei pacchetti di voti. Ma bisogna ripristinare la preferenza plurima, che è tra l’altro l’unico mezzo che i candidati meno navigati hanno per pesare davvero il proprio appeal (raccogliendo voti dai sostenitori più indie dei big, e tracciando loro medesimi l’acqua che portano ai dirigenti e ai quadri). Se bisogna integrare o mantenere la preferenza di genere, è chiaro allora che le preferenze che l’elettore deve essere chiamato a esprimere debbono essere almeno tre.

Ancora, e si chiude. La presentazione delle liste deve essere sì agganciata alla rappresentatività del partito (o del gruppo civico, per le liste civiche). Ma non può dipendere soltanto dall’aver eletto deputati o dall’aver raccolto tot firme. Né si può tollerare oltre il teatrino della matrioska dei simboli. L’istituzionalizzazione dei partiti permetterà di dare veste giuridica ai partiti stessi, e anche di graduarli in proporzione al tesseramento (altra questione spinosa da disciplinare nel dettaglio a garanzia di trasparenza e veridicità). Questo significa che si potrebbe esentare ex lege i partiti «grandi» e «medi» da oneri aggiuntivi alla presentazione della candidatura; mentre, per i partiti «piccoli», si potrebbe mantenere la raccolta firme.

E non basterebbe la presentazione della lista di candidati: vero che bisogna rimuovere l’indicazione del capo della forza politica (per spostare il dibattito dal personalismo al confronto tra comunità), ma bisogna aggiungere anche il deposito di un manifesto politico (una descrizione dell’orizzonte ideologico del partito), un programma di governo (la presentazione dell’indirizzo politico di legislatura) e un’agenda normativa (con l’illustrazione di gran parte delle proposte da tradurre in provvedimenti e leggi una volta «dentro» la stanza dei bottoni).

Vanno messe al bando le coalizioni pre-elettorali. È chiaro che si trattano di meri escamotage per trasformare i voti in più seggi, sfruttando la dimensione delle circoscrizioni. Deve essere chiaro a tutti che le coalizioni si costruiscono in Parlamento (o nell’assemblea legislativa elettiva). E che si costruiscono sulla base dei programmi e secondo processi democratici interni ai partiti. Per questo c’è bisogno di una legge sui partiti che garantisca la democrazia interna ai partiti medesimi, magari prevedendo anche referendum online interni e obbligatori su certe questioni. La legittimazione delle cariche interne alle comunità politiche deve essere rafforzata, così come quella della militanza. Coalizzarsi e fare politica deve significare, agli occhi di tutti, lottare per le proprie idee. Inutili e truffaldine coalizioni pre-elettorali che distorcono voti devono sparire. Al massimo si può optare per un sistema simile a quello australiano, prevendendo una sorta di voto di scorta. E cioè indicare una seconda scelta in caso il proprio partito non raggiunga lo sbarramento, per trasferire il proprio voto a un’opzione (a giudizio dell’elettore) più votata. Un modo non solo per scongiurare la dispersione del voto, ma anche per mappare i canali di dialogo tra gli elettorati. In parole povere, per tracciare quanti elettori di un partito sono disponibili al dialogo con un altro partito. Fornendo indicazioni validissime per il post-voto. Più autentiche del suffragio speso per una coalizione costruita a porte chiuse a soli fini elettoralistici.

Insomma, in parole povere: le campagne elettorali basate su comizi improvvisati, candidature di facciata e fumo negli occhi devono finire. Bisogna stimolare un confronto serio e ragionato tra i candidati, impostandolo sui temi e senza paura di mettere al centro del discorso i partiti. Serve un confronto tra comunità, programmi, orizzonti: bisogna archiviare la stagione politica (e giuridica) dei leader, dei risparmi e dei simboli di marketing. La politica è una questione maledettamente seria che non può ruotare attorno a chi mettere su un 3×2 o a chi deve concederci il simbolino con cui risparmiarci la raccolta firme. Il cittadino deve scegliere tra opzioni, tra programmi, tra comunità diverse. Comunità disciplinate dalla legge, e alle quali la legge deve garantire diritto di accesso.

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E; collaboro pure con Leukòs (https://leukos.home.blog/). In passato ho scritto anche per ItalianWheels e per Onda Lucana.

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