
LUCIO TUFANO
GIULIO STOLFI (1)
Era nostro amico, sempre con noi in ogni iniziativa, rievocazione o manifestazione di cultura, di poesia, di storia della città.
Aveva percorso le esperienze del più sorprendente novecento, e lo si considerava il “decano” dei poeti potentini. Pensammo di attribuirgli, con una serata a lui dedicata, una concreta attestazione per la sua saggezza, e per quel suo essere guida di quella poetica che, dagli anni trenta, passava per gli anni ’50 e veniva fino a noi.
Il 4 gennaio del 1972 decidemmo di fargli dono di una medaglia d’oro: “una vita per la poesia”.
La precarietà del vivere aveva ispirato dubbi e sospetti su di una era ormai svanita, su quel momento storico fortunato per la Lucania, i mitici anni di Sinisgalli, di De Martino, di Levi e Scotellaro, di Rossi Doria, di Michele Parrella …
Questa regione incognita, come per un prodigio, si era illuminata, arrisa da una stagione nuova, piena di echi e di successi. Il nome della Basilicata era nei titoli dei libri, nei contenuti delle critiche e nelle colonne dei giornali, nelle riviste esposte nelle vetrine dei librai e nelle edicole. Tutto rievocava il tempo di Orazio Flacco, venosino, emigrato a Roma e cresciuto come vate all’ombra dell’Impero, amico di Mecenate e cantore della grandezza augustea.
Dopo tanti secoli, Sinisgalli aveva colto la portata dell’evento miracoloso e ne parlò con orgoglio in una intervista sulla Fiera Letteraria: “… dopo Orazio … venne Sinisgalli – sentenziò. Nasceva dopo mille anni – scrive Vito Riviello – negli atti del 1° Convegno di Atella del 1964 sulla cultura lucana «il primo poeta lucano, partito dal suo paese con la carrozza della neve dopo aver cercato pennini zoppi e semi di carrubi ed esser entrato in un opposto tipo di civiltà per ridurre i numeri alla stessa ragione delle foglie … con una vena sacrilega verso il lusso che uccide l’infanzia all’altezza della fiaba».
Non furono cantori nostalgici di un mondo arcaico che non esisteva più come antidoto al “male” della città e del progresso tecnologico ed urbano.
Un fatto fu il confronto e la dialettica tra due società o due culture parimenti vitali, un altro fu la emarginazione e la scomparsa per una delle due, quella contadina, sotto i colpi delle ruspe di una squilibrata e caotica urbanizzazione, della caotica e fraudolenta industrializzazione, che non era progresso, come poteva apparire negli ingenui anni del boom economico, bensì una litania straripetuta di violenza socioantropologica, di demagogie della diaspora, storia di contadini gettati o finiti allo sbaraglio nelle periferie invisibili, nei labirinti metropolitani, nel grigiore del terziario, con la rottura di delicati equilibri, di mancanza di certezze dall’oggi al domani, con la disperazione di amicizie e famiglie.
Chi avrebbe potuto mai pensare, dalla fine degli anni trenta, agli inizi degli anni cinquanta, che i contadini avrebbero dovuto lasciare le campagne e che ogni distinzione tra città e campagna sarebbe stata cancellata dalla inesorabile marcia del cemento, cancellata per fino negli oggetti caserecci, negli indumenti di fustagno, nelle giacche a toppe di velluto e pezze, nei berretti militari, nei costumi delle donne, negli organetti delle feste, negli abituri e nei pagliai, nel parlare, nel vivere e nel camminare assieme ai muli, ed ai maiali … nella mimica e negli atteggiamenti, nel linguaggio.
Cacciata l’erba tra i sassi dei sagrati e delle piane, cacciati i cespugli e le siepi, i sentieri e le aie, la toponomastica dell’antico paesaggio agrario, cacciati gli alberi, le querce, gli olmi, gli ontani, i gelsi.
De Martino nel suo postumo libro “La fine del mondo” raccontò di un contadino impazzito perchè la grande quercia a presidio della sua casa come “termine” della sua esistenza, era stata abbattuta.
Vi furono muri, strade e ringhiere che ruppero i poderi, spazzarono via le aie della festa e della mietitura epopeali, l’asfalto che ingoia le messi di un tempo e le vecchie capanne. Vennero le luci dei lampioni, palazzi e geometrie schizoidi delle seconde e terze case del benessere piccolo borghese.
Resta la memoria dei padri e dei paesi “caparbiamente piantati / sugli aspri monti a sfidare / l’urto rabbioso del vento …”, restò la frana che ci mangia i magri campi e ci spia la malaria dai canneti …
“torno a casa ed il vento
freddo mi porta il rude tuo saluto
paese di mio padre e queste strade
di ciottoli ineguali le facciate
corrose delle case strette al monte …”
“… uomini avvolti nei mantelli neri
sostano nella piazza mentre spande
la carovana misera dei muli
bruschi odori di resine e di foglie …”.
Ciò nonostante – come ha affermato Mario Santoro al premio di poesia dedicato a Stolfi – «il tardo neorealismo lucano con lo scadimento evidente, la poesia della lucanità nella accensione più disdicevole e facile, nell’accentuazione di taluni toni, nelle decadenze di alcune malinconie votate per una rassegnazione, al pianto facile ed inconsolabile, al lamento per una condizione atavica e per una sofferenza insopprimibile», vennero poi energicamente respinti da molti poeti lucani tra i quali Giulio Stolfi, che a giusta ragione, non voleva “rischiare di essere configurato come poeta del pianto facile e del lamento scontato”.
“Alcuni fili conduttori – ha ragione Santoro – si possono indicare e tra questi anzitutto il paesaggio con la diversità di alcune connotazioni implicite nel territorio, con le colorazioni sovente accese, i rimandi specifici e certe note dominanti di amarezze vere, fino a lontananze ancestrali segnate da destini ineluttabili e crudeli, ma anche con gli abusi nella ripetizione stanca di certi rituali, le insincerità palesi o malcelate, il ricorso a certe modalità di maniera, la finzione”.
In tale doppio riferimento difficile spesso da separare, il paesaggio davvero funge da elemento catalizzatore ed è comune a quasi tutti i poeti lucani per decenni

PROVINCIA DEL REAME
Pagine giallo avorio delle annate
del Poliorama Pittoresco
legate a fregi d’oro
sospiroso rifugio di viole
frusciante cimitero di farfalle
candide cronistorie – le corti d’amore
della regina di Aquitania
i gigli di Nola –
diletto di sere d’inverno,
la strada di ferro
da Santo Stefano a Lione
usi e costumi dei maori
antichità messicane,
ardito miraggio di evasioni
intorno alla tabacchiera, nebbiose acqueforti
dell’arco di trionfo dell’Étoile
le rovine del tempio del sole
Guglielmo il Malo e le miniere
saline di Cracovia
(anno primo semestre secondo)
e gli appunti di storia naturale
il dittàmo il ghepardo il levriero
e la salamandra,
utili conoscenze per famiglia,
le mie mani ripetono tracce
di convinte consultazioni
sulla poltrona rococò
quando la meridiana del giardino
segnava le ore serene.
Le pistole di madreperla
nella custodia di raso
l’abito da cerimonia
dono paterno al primo duello
investitura solenne
del cavaliere in pantaloni
di nanchino
lo scrupoloso rituale
obbligatorio cipiglio
austera felicità di padrini
– punto d’onore, signori,
punto d’onore –
la nuvoletta d’ovatta
nel viale dei platani all’alba
esito innocuo temuto
nella straziata veglia delle dame,
caselle di un cruciverba già risolto,
erano i puntigliosi trastulli
di un’infanzia perenne.
Il mio avo correva l’Europa
esule liberale pellegrino
alla scoperta di pallori
internazionali
e dissertava a Londra sui vantaggi
di moderni servizi di posta
oppresso dalla nostalgia
della diligenza di Avigliano.
La vaporiera di Portici
sui piatti di Capodimonte
i grifoni metafisici
dei candelabri di Boemia
l’alfiere dei cacciatori
corrusco nella dorata
goliera di ottone,
araldica fantasiosa
dei palazzotti di provincia
patetici numi tutelari
di un panorama di lustrini,
affondano in un’aria stupefatta
di garza e ribes
e s’entra compunti nel salotto
come in un sepolcreto di famiglia.
Incredibili zerbinotti
del circolo dei civili
i vostri fieri baffi di acagiù
trafiggevano cuori di trina.
Paladini di un mondo verticale
è lontano l’anno che apriste
il granaio ai contadini,
munifici alteri
protettori dei poveri.