QUANDO LA VACCINAZIONE DIVENTA UN LUSSO

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espedito moliterni

Il corpicino è nudo, la madre lo cinge tra le sue braccia; sembrano scolpite, la fame scava nelle membra, come uno scalpello, non lascia altro che resti scarniti, ma lei lo stringe, lo protegge, con le poche forze che le rimangono, non può fare altro.

In quella Regione le temperature sono alte, ma il bambino è caldissimo per la febbre, respira con affanno, è dal giorno prima che non apre gli occhi, non risponde alle parole della mamma, ha il corpo pieno di macchioline rosse, non riesce a succhiare le bustine di proteine, zuccheri e vitamine che a volte arrivano in quel martoriato villaggio africano.

Ha il morbillo, per la febbre non ci sono medicine, non resta che aspettare che qualche convoglio umanitario riesca ad arrivare, sperando in una provvista di medicinali e cibo. Per il morbillo sono andati in cielo già tanti bambini, tutti molto piccoli, i più deboli.

La madre lo sa, ha visto altri bambini, con le macchioline rosse, chiudere gli occhi e non riaprirli mai più.

Ma lei non si dà per vinta, è debole, è stanca, ma ha la forza di una madre. Non lascerà andare via la sua creatura.

Uno scialle di colore rosso vivo corre lungo il suo corpo, coperto da un telo di stoffa di un colore usurato dal tempo; il viso, scavato, è una smorfia di dolore, il corpo è raccolto e accovacciato  a protezione del suo bimbo, lo dondola, lo accarezza sempre, gli sussurra: “ cara piccola anima innocente, il tuo viso scolpito, scarnito dalla fame e dalla malattia, i tuoi occhi ricolmi di lacrime di sofferenza, io sarò sempre qui con te a proteggerti, non avere paura”.

Si guarda intorno, spesso, non sa nemmeno il perché, forse spera che compaia qualcuno che possa salvare la sua creatura. Si affida a questo pensiero per raccogliere le restanti forze.

Il villaggio è lì, immutato nel tempo, qualche capanna di fango, rami, paglia e bambù a proteggere dai raggi infuocati del giorno. Tanta sabbia, sparuti baobab e acacie. E’ stato costruito un pozzo per la stagione secca; rade coltivazioni ad alleviare la fame secolare.

Con il tramonto cala il silenzio nel villaggio, il cielo diventa dorato, la sabbia si tinge di mille sfumature di rosso, dei pochi alberi si scorge solo il contorno. A breve la notte avvolgerà il villaggio; lei stringe ancora più forte il suo bambino, sa che è importante arrivare al nuovo giorno, sa che le luci del mattino alimentano il fuoco vivo della speranza.

“ Dormi, tesoro, chiudi gli occhi, è ora di sognare fino all’arrivo della luce del sole”

“ Devi sognare solo i tuoi sogni, ti porteranno lontano, io sarò con te e ti terrò sempre la mano”

“ Dormi, anima mia, la tua mamma è qui con te e insieme vedremo sorgere il sole”.

Un nuovo giorno ridisegna i contorni degli alberi, la luce si incunea fra le fronde e, illuminando la sabbia con bagliori chiari ed accecanti, disegna i contorni delle capanne ed incoraggia i canti del mattino per salutare una nuova alba, non scontata.

Lei osserva il suo bambino, è ancora molto caldo, i suoi occhi sono chiusi, ansima, qualche volta freme e si scuote, ma è ancora vivo. Lo stringe a sé, lo coccola, gli asciuga la fronte, con un panno intriso di acqua gli bagna le labbra inaridite, ripete il suo nome, vuole che senta la sua voce, è l’unica medicina che ha a disposizione.

Si guarda intorno, alcuni sono seduti davanti alle loro capanne, le esili gambe incrociate, il capo chino, le mani pendolano inermi; altri si avviano,  armati di zappe rudimentali,  verso le coltivazioni di miglio e arachidi; le donne, con accanto i loro figli più piccoli, armate di piccoli batocchi cilindrici e di recipienti grezzi in terracotta, si adoperano per garantire il pasto odierno.

Ogni nuovo giorno si rinnova con questi gesti, con il sorriso dei bambini verso le loro madri, con quegli occhioni che scrutano fin dentro l’anima, con i canti del villaggio, con le storie dei più saggi, con la serenità che traspare in ogni viso nel ringraziare il loro Dio, chiunque sia, per aver donato un nuovo giorno.

Una nuvola di polvere, prima piccola, poi più grande e ancora più grande; è ormai vicina, si accompagna al rumore metallico di una jeep, di quelle che solcano con facilità e maestria le dune del deserto, danzano su avvallamenti, piccoli rilievi, a volte rimbrottano ma arrivano sempre a destinazione.

Mani alzate al cielo, a piedi nudi, esclamazioni di gioia e di giubilo, accompagnano la corsa di tanti verso la vettura; alla sua guida c’è un uomo, il viso coperto di polvere, un cappello a larghe falde, una sahariana di tela che ha dimenticato il suo colore, alle sue spalle un carico ricolmo di speranza.

La felicità si è impossessata del villaggio, i bambini lasciano le madri e corrono festanti verso l’uomo con il cappello,  gli uomini abbandonano le zappe e danno disposizioni per una ordinata distribuzione del carico, altri continuano a stare seduti ma alzano le braccia, fino a quel momento penzoloni, verso il cielo, proferendo parole di ringraziamento.

Lei rimane con il suo bambino, ma il suo viso lascia trasparire una timida speranza; i suoi occhi quasi abbozzano ad un sorriso,  ora diretti verso una meta, la sua bocca si dischiude, lentamente, rimane sospesa per alcuni attimi, per poi pronunciare, con forza, invocazioni di aiuto;  il suo sguardo si posa, ora sul gruppo festante riunito intorno alla jeep, ora sulla sua creatura ancora con gli occhi chiusi.

Con perfetta sincronia, tutti si allontanano dal mezzo, decine di braccia  indicano al benefattore, ancora seduto al posto di guida, la signora con il suo bambino addormentato. Qualcuno lo avvicina, lo prende per mano e, avanzando tra la folla compita, lo accompagna in quel povero capanno.

C’è tempo per la distribuzione dei viveri, i bambini sanno che non è ancora il tempo delle caramelle, ora è il momento di ridare la vita ad un piccolo uomo.

Ha una barba folta incolta, i capelli neri, ricci a cespugli disordinati, è giovane, è un medico, avanza con un largo sorriso che apre il cuore della mamma; si avvicina al bambino, pochi sapienti movimenti cercano i segni della malattia sul suo corpicino caldo, troppo caldo.

Il suo viso è sereno mentre trae da uno zainetto una boccetta ricolma un liquido marroncino, scandisce le istruzioni, accompagnate dal movimento complice delle dita; consegna il tutto alla mamma, accarezza lei ed il bambino e, mentre si incammina verso il suo mezzo, le regala un sorriso colmo di speranza.

Tanti altri lo aspettano, lui dispenserà speranza, gioia e vita.

I colori dell’alba e del tramonto si alternano puntuali in quella piccola comunità, il medico è ancora lì, si è fermato qualche giorno, ama quella gente, è difficile per lui partire, è come lasciare parte di se stesso; fra quelle capanne albergano fratellanza, altruismo e solidarietà di cui si nutre.

Ma è arrivato il momento di rimettersi in cammino; i bagliori chiari ed accecanti del mattino si stanno impossessando del villaggio mentre lui sta per partire. Indirizza il suo sguardo verso la capanna del bambino addormentato, osserva i movimenti della mamma sempre rivolti verso la sua creatura; capisce che qualcosa è avvenuto e si avvicina.

Con gioia, vede il bambino sorridere, i suoi occhi ora sono limpidi e vivi; gli tocca la fronte, non è più caldo. Cerca lo sguardo della mamma, che trova; sorridono, mentre i visi di entrambi sono solcati da lacrime di gioia.

La vita è ritornata in quella povera capanna.

Tutta la comunità è schierata per salutare l’uomo buono dai capelli ricci; lui dispensa le ultime caramelle ai bambini festanti. I più grandi sanno che seguiranno giorni difficili, ma sono felici di intonare un canto di ringraziamento all’uomo venuto da lontano. Poi restano lì, immobili, ad osservare la nuvola di polvere che si allontana e diviene sempre più piccola.

Non è facile ripartire … per tutti.

In molti Paesi africani, il morbillo rappresenta la seconda causa di morte nei bambini al di sotto dei due anni vita; centinaia di migliaia di piccole creature non ci sono più perché stroncati da questa malattia, spesso complicata da encefaliti e polmoniti.

Come mai? In quelle zone del mondo i bambini non possono essere vaccinati per il semplice motivo che il vaccino non è a loro disposizione, non è facile che arrivi fin lì; è difficile garantire la catena del freddo, indispensabile per preservare la sua efficacia.

Mentre in quelle zone si muore di morbillo per la difficoltà di accedere alla vaccinazione, nel mondo occidentale, dove i vaccini abbondano, i Governi sono costretti ad investire tante risorse economiche ed umane in campagne di informazione, educazione, persuasione per convincere i riottosi a vaccinare i loro figli. Le motivazioni del rifiuto? Le più irrazionali. Tutte con alcuni denominatori comuni: indifferenza nei confronti del bene collettivo, dubbi sull’utilità delle vaccinazioni, pregiudizio, falsa convinzione che, nella nostra opulenta società, di malattie infettive non si muore, disinteresse nei confronti dell’esigenza di proteggere le persone fragili.

Qualche volta cerchiamo di vedere il mondo con gli occhi dei più deboli! Basta così poco!

 

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Sull' Autore

Espedito Moliterni. Lauraeto in Medicina, specialista in Igiene e Medicina Preventiva, attualmente in pensione, ha ricoperto la carica di Direttore del Dipartimento di Prevenzione della ASM di Matera

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