QUANDO L’AVVOCATO RICHIEDEVA LA “MOSSA”

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LA CITTÀ DAL TEATRO E DALLE QUINTE (ULTIMA PUNTATA)

LUCIO TUFANO

Era l’anno in cui Potenza aveva rossore dei suoi vicoli, perciò il Consiglio comunale decise di mutare i loro nomi.

Il vicolo «Innamorata» che dalla Pretoria portava alla casa Labbate, con le finestrette piene di garofani e di spingardo, l’antico vicolo delle notti estive ove pareva si sentisse, ancora in sordina recato dal fresco vento notturno il motivo di una serenata medievale, cambiò in «Fratelli Santa Sofia».

I consiglieri comunali Biscotti, Marchesiello, De Stefano, Gavioli, Tedeschi, De Rosa, Pignatari, Tufanisco, Crisci e Verrastro avevano deciso per la nuova toponomastica.

Il prefetto cav. Vincenzo Quaranta, giovanissimo tra i prefetti, era giunto a Potenza che lo aveva già conosciuto vent’anni prima agli inizi della sua carriera.

Al teatro Stabile, in quell’ottobre del 1905, trionfava l’operetta con la compagnia Ramponi diretta da Achille Rivetti, mentre pochi mesi prima la compagnia Armida Chiarini Furian, aveva dato ai potentini: «Come le foglie», «Sperduti nel buio», «La signora delle camelie».

Un «Otto» espressamente fatto venire da Berlino su richiesta del rappresentante Curci Michele, fu acquistato, a fine anno, per il «Casino Lucano», mentre si concedette tregua al più che trentenne verticale che ebbe la fortuna di conoscere da vicino l’anima giovanile di Leoncavallo.

Le signore, dopo aver giurato fedeltà al vecchio, lo tradirono subito col giovane: il «Chiaro di Luna» fu palpeggiato sui dolci tasti.

Allora il teatro, che appariva come un grosso edificio con i cancelli attorno ai suoi tre ingressi, bello e suggestivo e con i custodi in divisa, raccoglieva la grande aspirazione dei potentini di evadere dal piccolo ambiente cittadino. Gli impiegati, gli studenti del liceo specie i liberi professionisti, organizzati in gruppi, stimolavano la commissione teatrale e gli impresari a far venire le più rinomate compagnie, ed erano i frequentatori più assidui.

In tutti quegli anni le ballerine esercitarono un fascino irresistibile nei confronti del grosso pubblico maschile. Non è da escludersi che il teatro fosse uno dei grandi fatti romantici, anzi l’ambiente in cui alcuni ceti espressero tutta la loro carica esibitoria che il provincialismo aveva fatto loro accumulare. Difatti anche da spettatore il potentino, avvocato, professionista, o anche artigiano, interveniva, interrompeva, richiedeva la «mossa

Si andava a teatro con la stessa emozione di chi parte, euforico di vedere gente nuova e di essere visto, di conoscere e di farsi conoscere.

Si andava a gruppi nei corridoi dell’antiteatro, dove le ballerine si preparavano nei loro camerini, ansiosi di ammirarle, avidi di un sorriso, fortemente presi da quella civetteria senza pudori e smaliziata che relegava la loro consueta timidezza al difuori di se stessi, ormai estranea, mettendoli a loro agio nei dialoghi frettolosi, nelle sbirciatine supplichevoli, nelle frasette spiritose e incerte, nelle strette di mani promettenti e furtive.

Qualcuno se ne innamorava. Altri le seguiva fino a Napoli.

Era tale il clima spregiudicato e libertario delle signorine che i potentini vedevano in esse le conchiglie, il mare, i grandi palazzi, le città con i tram.

Il teatro è stato per i potentini una stazione di arrivi e di partenze, una nave, un treno, uno sbocco verso la metropoli, un legame con il mondo.

Oggi sembra tacere il teatro comunale F. Stabile come può tacere un vecchio cuore stanco di pulsare: il vecchio cuore di una città.

Anche se, restaurato, dopo il terremoto dell’80 esso è ancora come una vecchia bottega degli scampoli, pezze di tessuto passate di moda e giacenti ancora fra gli stigli; stoffe di vari colori in parte sfocati.

Sono cento e più anni di storia, di regimi, ai quali quasi tutti si inchinarono e dei quali si compiacquero, di epoche e di classi le cui rappresentazioni assumono, significati diversi di folklore, di moda, di costume, di spontanea ed originale commedia.

Né si può dire che fu soltanto la storia di un particolare tipo di pubblico e dei gusti, dei sentimenti e delle vocazioni di questo, ma anche di tutti coloro che ne rimasero fuori e che non poterono assistere allo spettacolo o per incultura o perché fu loro vietato l’ingresso, e di tutti quegli altri che audacemente si avventurarono nel buio vortice della stretta scala a chiocciola, più stretta di quella del campanile della cattedrale, dopo aver corrotto il vecchio Zi Vito, ansiosi di sedere sulle panche del loggione per scrutare avidamente le ballerine e inebriarsi alla bella voce della affascinante soprano, rapiti da un sogno di pochi centesimi che di solito durava fino alla calata del sipario su cui, con la luce dei lampioni, rimanevano fissi gli sguardi trasognati.

La sua storia è quella delle diverse epoche che dalla lontana serata di gala del 25 gennaio 1881, con la venuta a Potenza di Umberto I e della regina Margherita, si sono succedute fino agli ultimi anni.

Una storia lunga, che qualcuno potrebbe classificare retorica, anche se sappiamo che questa diventa spettacolo quando risponde ai canoni prescritti, ma essenzialmente storia dei sentimenti di Potenza, piccola città meridionale cui piacque più la parte di spettatrice.

È la storia di un pubblico mai stanco di applaudire e di attendere e di una lunghissima serie di arrivi e di partenze.

Si tratta perfino di un teatro monarchico, di un destino regale perché tenuto a battesimo dal re. Ma esso muore con la monarchia e con la vecchia prefettura l’epoca dell’accentramento amministrativo e politico, nella quale il prefetto era l’autorità più eccelsa di una città piccolo-borghese e piena di uffici e di impiegati.

L’essere stato costruito dopo la epopea risorgimentale non diede ad esso alcun ruolo, né alcuna veste cospiratoria, a differenza dei grandi teatri italiani contemporanei dei moti carbonari, nei quali, fatto squisitamente rivoluzionario, il coro del Nabucco incendiò gli animi.

Esso nacque dopo l’Unità, col Regno sabaudo, a venti anni circa dai grandi fatti della costituzione. La sua parabola è disegnata dagli eventi, ma più che da questi, dai discorsi politici che sono vere e proprie tappe della sua lunga storia, i discorsi tenuti da Pasquale Grippo e da Ettore Ciccotti a Zanardelli, a Togliatti a Rossi Doria e a Guido Dorso, da Branca a Colombo, pietre miliari della conservazione e progresso, tentativi di rinascita e sintomi di sorda pigrizia, di torpore e di riscossa, di accettazione e di ripulsa; la fine del feudalesimo agrario e del latifondo nella inquisitoria di Giustino Fortunato, l’avvento e la lenta realizzazione del capitalismo industriale nei pacati discorsi di Emilio Colombo, le due estreme componenti che racchiudono l’intero periodo.

La storia della proprietà e dei suoi passaggi, quella delle masserie, dei villini, delle tombe-gentilizie e dei palchi (latifondi di gala) è storia di ieri. Nessuna rivoluzione poté mai essere tanto repentina da strapparci palchi alla borghesia di Potenza, giacché essa li abbandonò prima che la evoluzione dei tempi glieli aveva presi. Ma come un tempo possedeva i palchi così oggi possiede le grandi bomboniere di finissima porcellana: i bagni di maiolica dei suoi quartieri alti.

Il tema di fondo invece è sempre squallido e grigio, come squallida e grigia è la città, dalle fioche luci, dalle poche vetrine, dai lunghi e tristi inverni, dalle serate monotone nelle quali la gente si annoiava e andava alla continua ricerca di evasioni.

È in questo ambiente, nei vicoli, nelle bettole, nelle maldicenze, che la storia assume le micro dimensioni utili alla nostra lente, attraverso cui abbiamo ingigantito la pulce, per dare uno spazio alle cose che non l’avrebbero mai potuto ottenere; alle belle zitelle e alle brutte dal destino bivalente, alla loro assurda instancabile passeggiata lungo la via Pretoria, senza oltrepassarne i confini psicologici, complemento l’una dell’altra, dallo sguardo miope e un po’ di ostentata malia nella attesa della inesorabile pena; agli egocentristi, quelli della burocrazia, che non lasciarono le scrivanie né le meridiane della città; al buffone prefetto di marca neroniana; agli ingordi padroni dei fabbricati e dei poderi, delle ville e dei portoni; agli speculatori amici degli assessori; ai politici paternamente miopi; alle puttane, severe in casa, prodighe fuori; ai monelli del Basento e dei suoi bot’ni. Dragoverde, Sassolino e Piscinone, pirati delle vigne e mangiatori di fave verdi e di randini arrostiti; ai sobri bevitori delle cantine; ai figli dei vicoli riscaldati dal fragrante tepore del panificio municipale e perennemente avvinghiati alla sua presa d’aria; ai personaggi multiformi fedeli interpreti degli inverni e delle estati; ai fischiatori dei motivi in voga sotto l’arco dello Stabile, venditori di sigarette americane e masticatori di gomma, dai petti ricolmi di am-lire e dalla faccia intrepida; a don Peppe, frettoloso e paterno esattore della quattrosoldi, che amabilmente consentiva di vedere le proiezioni di «Biancaneve e i sette nani», di «Cena delle beffe», di «Topolino», alla signorina Satriani, con il negozio accanto alla Trinità, garbata contabile di palline vetrate alla menta; a Pietro Giacummo, tessuti di Via Pretoria, con in bocca il sigaro e la mitologia di un alfabeto pornografico; Peppinella Barone, primo caffè del mattino, dalle tazze bollenti di caffè con anice, forni a fascine, sempre situati tra una chiesa e una fontana, scuri androni dal fiabesco contrasto di bosco e di focaccia; al favoloso spirito dei giardini pubblici dalla cantilena nasale perseguito dallo scherno e dalla ironia, fantasioso amante delle diciottenni domestiche; ai preti, misteriosi demoni confidenti, nelle opache sacrestie e avvolti da nebbie infrarosse di incenso; ai cori, alle nebulose, ai chiassi e agli alalà! del Fascismo di Potenza alle esibizioni individuali e a quelle di gruppo e studentesche, a quelle militanti; alle voci ed alla piazza; a Pascale, dagli stivali neri; amante d

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ei cavalli, e al suo grande sogno di dirigere il passo o il trotto; a «ministro» piccolo prestigiatore del taùto, termine sacro di una liturgia da antico teatro greco; ai convitti femminili gestiti dalle suore, dalle finestre con le grate in ferro e piene di gigli e di sensuali visciole a ciocche granata; ed infine ai gatti, inquilini abituali degli anfratti stantii di travi marce e ragnatele nei vecchi tuguri sotterranei, ed ai cani coi quali si scontravano negli antri, nei cortili o nei vicoli ciechi ghignando, inseguendosi e che orinavano agli angoli dei portoni.

È così che teatro si allarga fino ad abbracciare la città, le sue creature, i suoi larghi, i suoi attori. Lo scenario diventa naturalmente mutevole a seconda delle stagioni.

COPERTINA DA POTENZA REVIEW, FOTO INTERNA DA MONDO BASILICATA, SAGGIO DI LUIGI LUCCIONI

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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