SICHELGAITA: L’ULTIMA REGINA LONGOBARDA

0

di Vito Telesca

Una premessa obbligatoria. Trattare la figura femminile, incastonata in un periodo storico che va dall’alto medioevo fino all’età moderna, e soprattutto in un contesto geografico circoscritto al sud Italia continentale, è un esercizio alquanto arduo. Innanzitutto perché è difficile anche ricostruire la vita di queste figure per mancanza di biografie e di fonti attendibili. Per farlo bisogna necessariamente rifarsi alle fonti sui loro  “uomini”, documenti che spesso hanno trattato, anche se solo indirettamente, le loro donne. È importante poi comprendere in quale contesto storico queste donne sono vissute, diverso da epoca a epoca, ma che avevano come comune denominatore il ruolo marginale che esse ricoprivano nella società, qualunque estrazione sociale avessero. La donna rimaneva relegata sempre e comunque all’interno della circonferenza psicosociale e politica dell’uomo e sempre nella sua ombra , pronta ad obbedire casato alle sue volontà. Il padre la “usava” spesso come promessa, regalo, pegno, oggetto di transazione per la sua politica di espansione politica attraverso il matrimonio e il marito la “utilizzava” per la continuazione della propria stirpe. Non proprio una bella immagine, ma questo era.

Anche lo status di “principessa” o “duchessa” non esonerava la donna da questa soggezione. Ma è anche vero che tutto ciò non le impediva  comunque di ritagliarsi uno spazio di autonomia, di primeggiare nelle proprie qualità o di acculturarsi spesso meglio e più dei propri mariti. È successo ad esempio alla prima principessa longobarda Adelperga (colta, raffinata e scaltra) così come all’ultima dei longobardi del sud, Sichelgaita. Ed è proprio su quest’ultima che oggi punteremo i riflettori.

 Terza  figlia di Guaimario IV di Salerno e di Gemma da Teano, Sichelgaita trascorse tutta la sua giovinezza nella propria città natale. Cresciuta tra le mura del Palatinum e con la rigida educazione della monache del monastero femminile di San Giorgio, ebbe la sfortuna di assistere inerme, all’età di sedici anni, dall’alto della torre del castello, all’uccisione di suo padre, vittima di una congiura ad opera dei nemici di corte e spalleggiati dagli amalfitani. Il tragico evento si rivelò decisivo per la formazione del carattere della giovane principessa che da quel momento, oltre alle cultura umanistica e scientifica (si affacciava con successo alla scienza medica) sentì la necessità di comprendere meglio il mondo delle armi e dell’autodifesa. Salerno e il futuro dei longobardi era fortemente in pericolo e da quel momento esclusivamente nelle mani di Sichelgaita e dei suoi fratelli. Ma non solo. I congiuranti vennero sconfitti solo grazie all’intervento dei normanni, gli unici in quel momento in grado di aiutare il principato di Salerno a non soccombere.

Roberto e Sichelgaita

Cresciuta sotto l’influenza culturale di pezzi da novanta per l’epoca, come Desiderio di Montecassino, Alfano I e l’abate Pietro della Santissima Trinità di Cava dei Tirreni, Sichelgaita ebbe  modo di studiare anche il greco, i classici e soprattutto accrescere la passione per la medicina, suo vero interesse  che l’accompagnerà per sempre. In tutto questo fervore culturale e assorbita nella preoccupazione sul futuro del suo regno, Sichelgaita non pensò mai al matrimonio.

Alcuni scritti dell’epoca la descrissero sommariamente come una donna “imponente, simile a Pallade Atena nell’incitare i soldati a pugnare” (Anna Comnena), oppure il giudizio di lei di Romualdo: “onesta, virtuosa, d’animo coraggioso e provvida nei consigli”. Curiosa la descrizione che ne fa Gabriele D’Annunzio nella canzone del Sacramento, forse ripresa da un vecchio dipinto oggi andato disperso, che ritraeva la principessa longobarda “dal quadrato mento”.

Probabilmente non proprio esile e graziosa.. Al matri monio invece ci pensò, eccome, quando i normanni minacciarono la città. A capo della delegazione c’era Roberto il Guiscardo, definito “terror mundi”, che sposò nel 1058, non sappiamo se per opportunità, per sopravvivenza, per amore o per politica costrizione. All’epoca il Guiscardo aveva vent’anni più della moglie e per l’occasione sciolse il suo matrimonio precedente con la normanna Alberada di Buonalbergo (madre del primo figlio Marco Boemondo) accampando come alibi l’improvvisa sopraggiunta consanguineità dell’unione. Alla ventenne Sichelgaita il guerriero normanno appariva come il salvatore della causa e soprattutto l’unico che potesse  difendere un principato ormai in rovina. Matrimonio fu e venne celebrato nella capitale del regno normanno, Melfi, che da quel momento divenne la sua seconda casa.

Sichelgaita divenne una vera e propria macchina da “parto”. Procreava ad ogni ritorno del Guiscardo dalle sue missioni. Nei periodi di assenza del suo uomo però non mancava di continuare a coltivare la sua passione per la medicina e a far crescere la scuola medica salernitana, divenuta probabilmente la più importante in assoluto e nella quale crebbe contemporaneamente un’altra figura femminile di primaria importanza, Trotula, ovvero la più importante e nota tra le “Mulieres Salernitanae“, ovvero Dame della Scuola di Salerno. Questa scrisse  trattati di medicina in campo dermatologico, ginecologico, ostetrico e inerenti alla prevenzione e all’igiene, come primo passo per la buona salute. Teorie, le sue fondate su basi scientifiche e non impostate sulle antiche superstizioni. Sichelgaita divenne sua amica e maggiore consigliera (nonché sponsor). La figura di Sichelgaita sotto il profilo politico ebbe modo di venir fuori soprattutto dopo la morte del Guiscardo anche se il rapporto tra moglie e marito purtroppo non fu idilliaco perché la differenza culturale tra i due era notevole. Solo in ambito militare riuscivano a trovare visioni in comune. Il loro rapporto inoltre divenne difficile soprattutto quando si trattò di scegliere il futuro successore del ducato normanno.

Robero-Guiscardo-Incoronato-Duca-Da-Niccolo-II

Sichelgaita spingeva per il loro figlio Ruggero Borsa, segnalato però come ragazzo dalle scarse doti diplomatiche e militari. Roberto stravedeva invece per il suo primogenito Marco Boemondo, secondo lui unico in grado di poter reggere l’eredità. Emblematico in tal senso un episodio: “Aprile 1073. Roberto viene colto da improvvisa e oscura malattia nel castello di Trani. Il duca di Puglia era vegliato giorno e notte da Sichelgaita che, vedendo suo marito in condizioni quasi disperate e credendolo prossimo alla morte, aveva preso il comando politico del ducato. Il neo eletto papa Gregorio VII, venuto a sapere della presunta e improvvisa morte del Guiscardo inviò una lettera di condoglianze a Sichelgaita, invitando lei e suo figlio Ruggero Borsa a Roma per ricevere l’investitura ufficiale quale erede del ducato di Puglia!” (tratto da “Il Sogno Orientale”, V. Telesca 2019). Ma il destino dei normanni del sud venne segnato dal nome di Marco Boemondo d’Altavilla, nonostante il tentativo di Sichelgaita che venne accusata di aver tentato addirittura un veneficio nei confronti del figliastro (tesi del cronista Orderico Vitale). Quest’ombra sulla sua figura però venne cancellata dalla condotta successiva di lei, perché se è vero che Boemondo era stato colpito da una strana malattia, è anche vero che fu la stessa Sichelgaita a salvarlo curandolo presso la scuola medica salernitana tra le braccia dell’amica Trotula. Guglielmo Appulo, fedele cronista di Roberto il Guiscardo non mancò di rimarcare tra i suoi scritti l’amore di Sichelgaita verso il marito. Morì nel 1090 e nel suo testamento espresse la volontà  di trasferirsi eternamente a Montecassino, suo luogo spirituale preferito, nel chiostro dei benefattori, distinguendosi volutamente dai normanni Altavilla, che scelsero la Santissima Trinità di Venosa per la tumulazione delle proprie spoglie. Sichelgaita restò fieramente longobarda fino alla fine.

Condividi

Sull' Autore

Avatar

Rispondi