Quando muoiono persone come Ziccardi, con loro se ne va anche un pezzo di democrazia vissuta, fatta di partiti e di uomini che la loro battaglia la facevano sul territorio, contro i privilegi, contro lo strapotere, contro l’egoismo degli agrari, contro un certo tipo di imprenditoria che , da che mondo è mondo, con il potere costituito si è sempre comportato come l’edera sul muro: linfa da sfruttare. Persone che credevano nella politica come capacità di cambiare le cose i destini, non di agevolare carriere e si comportavano ubbidienti e ligi come soldati cui toccava arrivare alla meta. Funzionati di partito si accontentavano del minimo sindacale, pur essendo persone che per valore specifico, professionalità e studi, poteva ambire a sistemazioni più comode. Come dire che riscaldava più il senso di una causa che il gonfiore di un portafogli. E anche dall’altra parte , sull’altra sponda, c’era la consapevolezza di una responsabilità collettiva. Quella di governare per tutto il popolo, senza discriminazioni e senza privilegi: tutti figli di Dio, ammoniva la morale cattolica. E ,per chi ha vissuto quegli anni della politica regionale, davanti a tutti, maggioranza o opposizione, c’era il territorio, la regione, la provincia, il comune, come solo punto di riferimento e come solo argomento di discussione: la situazione dell’agricoltura, i braccianti, le lotte, l’industrializzazione, servizi alle popolazioni. Le grandi battaglie in consiglio regionale si chiamarono Liquichimica, e poi il senisese con l’enorme tappo della diga di senise che veniva portato sotto Montecitorio per chiedere sviluppo in cambio di sacrifici.
Che è rimasto di quella democrazia? La confezione istituzionale senza l’anima vera che è la capacità di agire per il bene collettivo. Oggi nascono mestieranti della parola senza niente da vendere che non siano illusioni o paure o promesse da marinaio, una progettualità alla giornata, una incapacità di guardare al domani, una insana fiducia in se stessi e il rischio dell’avventura nel sangue. E, senza l’anima della democrazia come responsabiltà di servire il paese a testa alta, dove il bene collettivo era punto di riferimento e limite non valicabile, quei luoghi, parlamento o regioni sono diventati luoghi dove le decisioni diventavano di pochi, le cose riguardavano pochi e il dovere di servire si trasformava in potere di servirsi… Come ripartire? da dove? Questo il quesito che dovrebbe tenere sveglie tutte le persone che dicono di tenere a cuore il futuro di una regione, Poi ti accorgi che è il mondo delle ricette facili, delle ricette social e senti che la sola cosa che hanno in mente è sostituire i culi sulle sedie, nel senso che, per loro, tutto funziona se cambiano gli occupanti. Si dovrebbe pensare a sostituire le teste e a dare spazio a quelle che pensano. Ma nessuno che voglia cimentarsi in esercizi un pò troppo pesanti.
Quando muoiono persone che quella democrazia l’hanno formata vissuta e rispettata, allora si capisce che una terra senza patrioti è una terra per…filibustieri.