QUANDO MUORE UN PILOTA BISOGNA TACERE

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Anthoine Hubert era un pilota di Formula 2 ed è morto ieri in un incidente a Spa-Francorchamps. Il giovanissimo pilota francese (non aveva ancora compiuto 23 anni) è rimasto vittima di una collisione sconcertante. Cominceranno certo inutili polemiche e conviene stroncarle sul nascere.

Ancora molto bisognerà comprendere sulla dinamica dell’incidente. Ci limitiamo a un’analisi superficiale, solo per farci intendere dal lettore. Comunque siano andate le cose, infatti, non sembrano sussistere responsabilità dei piloti. E solo un’inchiesta approfondita saprà fare luce su dettagli meno chiari.

Giuliano Alesi, figlio d’arte di Jean, ha perso il controllo della sua F2 in uscita dall’impegnativo complesso dell’Eau Rouge-Raidillon. La macchina di Alesi ha seminato confusione nel gruppo (che sopraggiungeva ad alta velocità) e Hubert è finito fuori pista, nella via di fuga che si apre sulla sinistra all’inizio del lungo rettilineo del Kemmel. L’automobile rosa, dopo un impatto già molto pesante con le barriere, è scivolata verso la pista. Nel frattempo arrivava a grande velocità la vettura di Correa, che affrontava l’inizio del Kemmel oltre la linea di delimitazione della pista a causa della confusione che s’era creata. A questo punto è avvenuto l’impatto. Terribile e mostruoso nelle immagini trasmesse in televisione e mai più replicate. L’automobile di Correa ha colpito in pieno quella di Hubert: il musetto dell’americano ha cozzato contro l’abitacolo del francese. Entrambe le vetture si sono capovolte e la gara, immediatamente, è stata interrotta dalle bandiere rosse.

Da subito la situazione è apparsa critica. Gli appassionati sanno bene che quando le immagini televisive non indugiano sulla zona dell’incidente e non si trasmettono replay dell’impatto è segno che c’è il rischio di ricevere cattive notizie. L’attesa dei fan, tutti in pensiero per le condizioni dei piloti, si è bruscamente interrotta con la notizia della morte di Hubert. Poche ore dopo, per fortuna, si è appreso che Correa, di cui pure si attendevano notizie dall’ospedale, è fuori pericolo.

L’appassionato di automobilismo sa che gli sport motoristici sono sport molto pericolosi. Il rischio è insopprimibile. Il mero concetto di corsa automobilistica o motociclistica implica una dose di pericolo. E l’appassionato sa che, qualunque siano i progressi della tecnologia e gli accorgimenti degli uomini, tragedie come questa sono e rimangono possibili.

L’appassionato di automobilismo sa che una lunga serie di scribacchini senza intelligenza e sensibilità, privi di qualunque preparazione ed educazione, sfruttano queste tragedie per ripetere stanchi slogan contro le corse o qualunque altro elemento delle corse. Sa l’appassionato che in breve molti si scaglieranno contro gli organizzatori, il circuito, la mancanza di sabbia nelle vie di fuga, le imprudenze dei giovani rampanti della Formula 2.

Ma l’appassionato di automobilismo sa bene che incidenti simili sono spesso inevitabili e, a prima vista, questo era uno di quelli. Non sa se augurarsi che non lo fosse, perché in futuro lo si possa evitare, o che invece lo fosse, perché altrimenti la vita di Hubert sarebbe stata spenta invano. Comunque stiano le cose, c’è un vincolo indissolubile tra benzina e sangue e negarlo servirebbe solo a far finta di niente.

Negli ultimi dieci anni il mondo delle quattro ruote ha chiesto tributi di sangue superiori ai dieci precedenti. Sono morti piloti giovanissimi, come Hubert ieri e il figlio di Surtees, nel 2009, anche lui alla guida di quella che un tempo si chiamava Formula 2 (ma che era una categoria diversa da quella di oggi). Giovane come loro, è morto anche Jules Bianchi, padrino di Charles Leclerc. Sono morti, oltreoceano, Dan Wheldon e Justin Wilson. Non si contano anche gli infortuni: in America sono ancora freschi quelli di Franchitti, Hinchcliffe, Aleshin e Wickens. Nella Vecchia Europa non si dimenticano Massa, e soprattutto Billy Monger, il 18enne che perse le gambe in Formula 4. E stiamo citando solo alcuni.

L’automobilismo e il motociclismo sono sport pericolosi. E quando esigono il loro tributo di sangue (così lo chiamavano i piloti di decenni fa) non ha molto senso chiedersi perché, o contestare l’ingiustizia di queste morti. Sono profondamente ingiuste e profondamente prive di senso: è innegabile. Proprio per questo, e per il dolore che suscitano, è necessario portare rispetto ai ragazzi più coraggiosi d’Europa e dintorni, che ipotecano la loro esistenza per inseguire l’ebbrezza delle corse. Forse non è ragionevole la loro scelta di vita. Ma il rispetto che si deve a chi muore perché ha vissuto come voleva deve spingerci a tacere, a soffrire senza alimentare stupidi chiacchiericci, e a toglierci il cappello di fronte a chi era disposto a morire per osare e ha osato ed è morto.

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Sull' Autore

Direi di scrivere soltanto questo: "Potentino, classe 1997. Mi sono laureato in giurisprudenza a Pisa".

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