
by LEONARDO PISANI
Chiunque assista alla processione, che il 16 Luglio si avvia da Avigliano verso il Santuario Mariano del Monte Carmine, è colpito da particolari, suggestivi e spesso enormi ex Voto portati a spalla dai devoti. Sono i pittoreschi “Cinti” aviglianesi, antica tradizione , presenti con varianti nel sud d’Italia , chiamati “centi” nel Cilento, “Cicli” in Sicilia, “cigli” nel salernitano. Il primo documento storico è uno schizzo del 1747 conservato all’Archivio Storico di Napoli. I Cinti aviglianesi hanno caratteristiche differenti che li rendono unici: rappresentano Santuari e Chiese importanti, sono costruiti a mano con candele decorate ed hanno imponenti dimensioni. Questi particolari ex voto nel corso dei secoli, hanno raggiunto un pregevole qualità artistica , merito delle botteghe e delle maestranze di ebanisti ed artigiani, specie di fine dell’800, tra cui ricordiamo i Rosiello, Viggiano, De Carlo e la famiglia Salvatore. L’eredità della scuola artigianale continua con la Famiglia Rizzi, Rocco classe 1930 e oltre 60 anni di esperienza nell’edificare le piccole chiese di cera con suo figlio Donato.
Ma vi fu un periodo in cui i cinti aviglianesi assunsero un aspetto diverso, non più Chiese di Cera ma una conformazione bellica, erano gli anni del secondo conflitto mondiale. Di quei cinti particolari ne è rimasta uns sola traccia.
Un carro armato di candele votive, decorate con terre e vernici, rigorosamente lavorato a mano con l’arte e l’abilità degli antichi artigiani aviglianesi. Era il 1942, festività della Madonna del Carmine. Anche tempi di guerra, di paura del futuro, di preoccupazioni per coloro che erano partiti sotto le armi. In ogni parte del mondo, spesso senza avere loro notizie. La devozione popolare Mariana che aveva nella tradizione dei Cinti, uno dei suoi ex voto principali si appella alla Santa patrona per ottenere la protezione e il ritorno dei cari sotto le armi. I cinti, nei bui anni bellici, assunsero forme differenti, da piccole chiese divennero aerei, cingolati, navi a simbolo delle forze armate nelle quali combattevano i familiari dei devoti. Domenico De Carlo, maestro elementare in pensione, aveva 11 anni ed era uno dei tanti ragazzini che dopo la scuola andava a “fare il garzone” in qualche laboratorio artigianale.Era abitudine per “far imparare il mestiere” e “toglierli dalla strada”. Domenico andava dal cugino maggiore , “Ciccio Titlat” , ebanista ed ha partecipato alla costruzione di quel carro armato di candele. “ La struttura era di legno” racconta “ poi si inserivano le candele bianche. Tutte le parti, compreso il cingolato, erano ricoperte di candele” . Un lavoro di precisione e maestria, dove ogni particolare era curato, rigorosamente a mano. Compresa anche la colorazione. “ Tempi lontani e di miseria” scava nella memoria il maestro “ anche i colori venivano preparati da noi garzoni: miscelavamo le terre per dare il colore con le vernici per la lucentezza. Mica c’erano i colori già preparati. E bisognava stare attenti: prima si costruiva il cinto con le candele bianche e poi le decoravamo. Le vernici erano scivolose, bisognava prestare attenzione per non impiastrare il tutto. Non c’erano soldi e certo non si potevano ricomprare candele e terre.” I cinti erano anche l’occasione per mostrare l’abilità delle maestranze, delle botteghe, della propria arte. “ Gli artigiani ad Avigliano erano bravi perchè conoscevano le tecniche del disegno” spiega De Carlo “ Il comune organizzava corsi di disegno, tenuti da una professoressa toscana la Marchiò, molto brava. Disegno artistico e tecnico, tecniche di pittura, uso dei colori e tanto altro. L’artigiano a quei tempi era completo, questo era il segreto della maestria.” Una maestria che raggiunse livelli altissimi. Fra quei ex voto del 42 ve ne era uno enorme: La basilica di San Pietro. “ Lo ricordo, enorme, pesante con l’Obelisco in mezzo” racconta Domenico “ tutto con candele, anche il colonnato del Bernini. Era curato in ogni dettaglio.” Peccato che non sono state trovate fotografie di questa spettacolare Basilica in miniatura. La foto del carro armato di cera è del prof Filippo Bia e fa parte dell’archivio fotografico di Leonardo Lovallo. I cinti bellici furono costruiti fino al 1943, poi dopo l’armistizio dell’ 8 settembre, cambiò tutto, come ci dice il maestro De Carlo “ Alla miseria e ristrettezze si unirono anche la paura e la consapevolezza che tutto stava cambiando, ma senza sapere cosa sarebbe successo.”