QUEI TEMPI DI BANDIERE ROSSE

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LUCIO TUFANO

LUCIO TUFANO

 

Socialisti, comunisti e anarchici avevano strani volti, barbe e capelli lunghi e recitavano strani giuramenti ogni volta che si parlava di partiti e di organizzazioni. Dalla campagna fino sulla piazza un urlo avrebbe imposto la successione delle classi. “Bandiera rossa trionferà, alla stazione … rivoluzione”, cantavano esagitale le donne di Rionero in Vulture e strappavano le bandolere che i carabinieri portavano ad armacollo sulle uniformi.
Il compagno – Gennaro Laus – reduce dalla campagna di Russia, aveva negli occhi la visione del rogo immane; la guerra lo aveva toccato nello spettro profondo della memoria: i campi di girasole, la ritirata degli arti congelati, il tintinnìo di gavette nella tormenta.
Guidava i contadini ed era sindaco. Di lui scrivevano i giornalisti del Corriere della Sera. Pajetta era accolto nei salotti borghesi con trepidazione e rispetto. “Che dirai quando la massa gremirà la piazza … il concetto del borotalco sarà lontano, il canto dei grilli sarà mietuto assieme al grano. Chi avrai compagno nel refettorio comunale? La gamiella in una mano, il cucchiaio di stagno nell’altra, ti daranno la certezza del domani?”. Questi erano i versi dei giovani intellettuali, declamati tra canzoni e chitarre, Lacrima Christi e “ossi di morto” nella cantina di Franculli. Da noi la piccola borghesia e la media preoccupate da: “haddà venì baffone”, si rifugiavano dietro la “diga” approntata dalla dc contro la marea mi-nacciosa.
“Soffiava il vento, urlava la bufera!” Amendola, fragorosamente applaudito al “Due Torri” per quei discorsi coinvolgenti, per quel suo caloroso interloquire con i compagni, le masse dell’anonimato, Lenin, Stalin, Togliatti, Longo, l’Armata Rossa, Gramsci e poi Crusciov, l’incontro di Camp David con Kennedy, la distensione e il disgelo, eppoi Berlinguer e il compromesso storico riempivano i discorsi della vigilia e quelli dell’indomani.
Peretti Griva aveva raccontato della magnifica esperienza della Cina. E Scutari, allibito, ci comunicò il suo sconforto per i fatti d’Ungheria. Strazzella, Mancino, Altamur9r_Esubn (1)a, Pace, Giannace, Ziccardi e altri erano testimoni di grandi battaglie per la difesa dei lavoratori. E Sclavo, Schettini, Ranieri, pronti a immolarsi per la redenzione del sud e della Basilicata, erano gli uomini del “centralismo democratico”.
Furono quelli i tempi di “Bandiera rossa”, i mitici tempi delle lotte, fino al febbraio ’68. Le forti nevicate di Potenza riaccendevano i sogni: Mosca-Potenza, serate a Mosca e serate da “Peppe” a san Michele. Nel clima da Cremlino innevato bandiera rossa si fischiettava, si canticchiava, si cantava in coro anche dentro i fumi del bicchiere tra i propositi fervidi e i fumanti piatti di minestra. La bandiera rossa, riempiva le manifestazioni il 1° maggio. Infissa alle pareti nelle camere del lavoro, portata negli scioperi, sui camion pieni di braccianti e dentro i pullman con gli operai. Cantata a voce alta, scandiva le marce e i cortei, e nei festival dell’Unità riapriva e chiudeva i dibattiti e le tavole rotonde, preparava le piazze al comizio. Allo Stabile contadini e operai, impiegati e artigiani, avvocati e onorevoli nei palchi e in platea.
Il senatore Ignazio era con noi, un cappotto classico alla “Colonnese”, con martingala, tetragono e brillante, Borsalino premuto sulla fronte, reduce dalle parate davanti alle tribune della piazza rossa. Fioccava candida la neve suoi sui concitati, convinti discorsi, fioccava in un parallelo e romantico riscontro di rigide serate e di rivoluzione. È poi Gran Caffè, disgelo, ventiduesimo congresso, gran messe di voti …: il movimento operaio avanza nel mondo!!!
Ma proprio in quegli unni ’70 la società subiva trasformazioni economiche, sociali e culturali di portata storica, mentre la struttura e la logica del partito comunista ora rimasta la stessa. Andavano affacciandosi alla ribalta i movimenti radicali, degli studenti, quello delle donne, gli ecologisti e i verdi, che si facevano interpreti di esigenze che i partiti, troppo burocratizzati, non riuscivano più a registrare, nonostante gli sforzi per tenersi legati ai problemi della società e malgrado il frenetico mobilitarsi delle organizzazioni sindacali … la Cgil.BfUvKjPT
Il mito della rivoluzione andava in disfacimento e tutti gli slogan, le formule e gli schemi a esso ispirati. Le bandiere, i simboli e i fatti cromatici, le voci, i discorsi, gli stili e i carismi propri di quel teatro politico, volti e abiti, grinte e atteggiamenti, che, fino a qualche decennio prima erano in grado di galvanizzare gli animi, avevano perduto ogni forza. Il simbolo del Pci, segno efficace, condensato, solenne e che rispondeva a quei valori universali si andava modificando, la bandiera rossa, che lo conteneva, mobilitava la psiche nella sua totalità. Erano gli idoli-motori che caratterizzavano il duplice aspetto di rappresentanza ed efficacia e, l’inno, che aveva caratterizzato il richiamo e la riscossa, era diventato un inno come un altro, un componimento non necessariamente lirico.
Alla fine, c’è stata la rivoluzione? Sono serviti i simboli e i loro stimoli? Sembra che la rivoluzione più vasta che ci sia mai stata, quella dell’alta tecnica industriale, ha preteso un vasto rinnovamento conservatore. E il Pci? Si rinnovava o si conservava? Nino Calice, aderendo al Pci nel lontano 1959, richiamandosi alla coscienza storica, che dei mali della società italiana aveva Palmiro Togliatti, mi disse: “Mi fanno ridere coloro che oggi scoprono la cultura liberaldemocratica nel Pci, il cui corpo è allenato a una cultura di opposizione e non di governo. Purtroppo, il dramma consiste nel fatto che, i massimalisti sanno aprire una lotta e non sanno come chiuderla, i riformisti sanno chiudere una lotta ma non sanno come aprirla”. E Alfonso Del Noce sosteneva: “Lo scopo principale consiste solo in una rigenerazione individuale o nel rinnovamento dei partecipanti a questi riti, ma nel rinnovamento della tribù e, alla fine dei conti, del suo universo, vi è un sintonizzarsi con la legge di esso”. Bandiera rossa, è un inno di rivoluzioni già consumate, già cancellate, è un inno epocale come “Serate a Mosca, Soffia il vento, ‘O sole mio, Addio, mia bella addio, L’armata se ne va, Giovinezza, come il Nabucco, la Caduta di Varsavia, e ‘Na sera e Maggio”. Si tornerà a sentirla ogni volta che la memoria dei personali sentimenti lo richieda? Nulla è perduto della nostra e dell’altrui vicenda – della vicenda umana.
Va ancora rilevato che anche quelle società moderne che consapevolmente si sono staccate dalla tradizione, “sopravvivono solo grazie ad un tacito ricorso alle riserve di quei valori costanti, sulla cui negazione sono state erette”. Varrà sempre più “bandiera rossa” di qualsiasi folle o ebete urlo di qualche moderno cantautore …
Il mio amico Nino Calice sosteneva di prediligere “l’Internazionale socialista”, più commovente, rispetto a “Bandiera rossa” musicalmente concitata. E i ds che cosa predilessero? Chissà se rimase loro almeno la memoria storica, tra le foglie che caddero dal suo albero e i germogli che vennero dopo. Confusi con l’Ulivo, la Margherita e con qualche altra pianta, andarono al potere, con Prodi, Padoa Schioppa … e con Mastella, con Diliberto, Vendola, Boldrini ed altri come i comunisti istintuali e la sinistra chic del PD.
Non solo quelle che hanno compimento, ma anche per ogni rivoluzione che fallisce, per quelle che, sempre promesse, non si sono mai fatte, per tutte le vigilie inutilmente allestite è necessario un poeta, come Majakovskij, rovesciato. Un poeta che pianga sul “latte versato”, sul tempo perduto, sulle esercitazioni logorroiche, sulle macchinose strategie di attacco, sulla valanga delle rivendicazioni soddisfatte e non, su tutta la ideologia del diritto sottratta alle rivoluzioni fatte altrove, alle pandette ed ai codici di esse, ai mai soddisfatti bisogni delle masse, su quella del dovere affidata ormai agli scaffali ed agli archivi, sulla disciplina e sulla laboriosità tumulate nei romantici testi delle buone letterature nazionali e di famiglia, sul mito della buona educazione e del rispetto per gli anziani, e per gli “uomini” specie quelli onesti. È necessario insomma un “Majakovskij rovesciato” che recuperi quei valori annientati dalle iattanze, delle prosopopee pseudo rivoluzionarie, che maledica il “Partito” come tempio e come dogma. E giunse il tempo di un “mea culpa”, una lezione di umiltà nel riconoscere l’entità di errori commessi nella foga di chiedere il potere in nome del socialismo, di quel socialismo già da tempo deteriorato dalla prassi virtuale dei meccanismi e dei misteri congressuali, degli artifizi, delle demagogie elettorali, volgarizzato dalla ipocrisia e dal paternalismo, dalla povertà dei luoghi comuni, dalla perfida, teoria del linciaggio morale tra gruppi e compagni, reso ancora più utopistico dalle attività manovriere per acquisire ruoli più esponenziali o conservare incarichi, sconsacrato ed invocato da quegli altri opportunisti della “base per l’altezza” e dai trasformisti a seconda delle situazioni politiche e della convenienza.
Sin da allora la visione si andava sbiadendo nei partiti di sinistra e gli “equilibri più avanzati” premevano nei consessi della dialettica contrita come il teorema di Euclide: un criterio di similitudine di triangoli e di “vie nazionali” in un’aula di ripetenti. Le forzature esasperate per operaismi, manovalismi e contadinismi facevano parte del gioco, di quello che avrebbe inculcato nelle masse solo l’adrenalina della protesta e la convinzione di tutto poter ottenere senza sforzo eccessivo.
Con i “primi” di maggio, vi furono marce, cortei, parate di facce e d’insegne, fustagni e cappotti, tute e bluejeans. Per una sommossa latitudinale e che non doveva essere solamente locale, un evento di sollevazione storica e sociale … una vasta, capillare azione di presa della Bastiglia.
C’è stato il tempo in cui gravitava a sinistra e appariva mistificatorio un voler a tutti i costi assumere posizioni di sinistra, dovunque e nell’ambito di ciascuna formazione politica.
Perciò, al di là degli onesti convincimenti, vi è stato un modo anfibio di far politica, una felpata furbizia. Poi ci accorgemmo che la “sinistra” era essenzialmente un fatto fonico, gutturale, diverso da un’effettiva tradizione programmatica e operativa. Era il falso ruolo di chi aveva sempre in animo di rivestire ruoli vergini, smalti d’intransigenza e di censura, rimanendo al di sopra del sospetto.
Ogni partito ebbe le sue statue scolpite nei congressi, la sua numismatica: la verità è che Tayllerand ha una sua ragione, diversa da quella di Marat, o di Robespierre. Forse per questo, Occhetto e Craxi celebrarono insieme i fasti della rivoluzione francese e s’inviarono segnali unitari, rendendo omaggio alla rivoluzione borghese dell’89, criticando i giacobini e i loro estremismi. Segnali unitari a sinistra “per espropriare la Dc di quella sua funzione onnivora e volendola cacciare all’estremo, e farla diventare solo un polo conservatore”. Un’unità a sinistra non più all’insegna del fronte popolare, antiliberale e antioccidentale, come fu per Nenni e Togliatti, quanto piuttosto un fronte neo-borghese, pienamente assunto nella logica occidentale e moderna.
Intanto la collaborazione di una parte della sinistra con una Dc “forte e totalitaria” nel Mezzogiorno e in Basilicata, si rivelava non del tutto positiva, specie perché in essa si era scatenato da tempo l’opportunismo, la politica come mediazione, con una marea di richiedenti in posizione di partenza o in lista di attesa per incarichi e supplenze.
Qualcuno chiese di riflettere, di tornare indietro. Forse si trattava di un equivoco, di un inganno ordito ai danni delle generazioni. Altri riconosceva che la politica di alternativa alla Dc si era andata attenuando, logorata dai centro-sinistra, dal compromesso storico, dal pentapartito, dalle lottizzazioni e dal consociativismo. C’è chi riconosceva che non si poteva rimanere socialisti, né tantomeno comunisti: piuttosto diventare liberali. Norberto Bobbio ammonì che socialismo e liberalismo non sono conciliabili e Vittorio Foa sostenne che la sinistra era l’espressione compiuta del moderno nei suoi aspetti progettuali e utopici ormai realizzati, non in crisi, bensì completamente defunta, avendo da tempo esaurita la sua funzione.
Si, è vero, Majakovskij non c’entrava più. C’entravano ormai le attese deluse e le contraddizioni abnormi, c’entrava la memoria degli anni Sessanta, dalla mobilitazione degli edili ai concitati discorsi sulla “distensione”, c’entravano i tempi di Pietro Valenza, e delle prospettive, dei progetti degli intellettuali e della cultura, del vecchio operaio Di Tolla e della sua amica guercia che giravano per le cantine, così come si gira per i sepolcri nella sera del giovedì santo, aspettando la rivoluzione.
Ma la verità è che il Pci già partecipava al potere con un dito o un dito e mezzo, e faceva parte dell’articolata mano del potere, dal governo di lottizzazione al governo di partecipazione, alle larghe intese, fino al “governo ombra”. Agli occhi dell’immensa platea allestita con cura dai mass-media, vi era una classe politica tutta responsabile, chi più chi meno, della gestione programmatica e legislativa regionale. La Regione, anzi il governo regionale non poteva governare senza, le leggi alla cui formazione avevano partecipato anche i comunisti.
Poi i piccoli uomini hanno fatto grandi ombre ed è arrivato il tramonto, grandi partiti avevano bisogno di piccoli uomini per piccoli governi. Certo che nella lunga storia dei partiti nati e mossi da sentimenti di “rivoluzione e di protesta, ce ne sono stati di esemplari propensi all’abnegazione e alle lotte, ma anche …
Tutto è dipeso da come i tempi mutavano il disagio e la condizione di sottosviluppo in benessere per classi e masse che nel lavoro trovavano il loro unico sostegno e la ragione della propria esistenza.
Man mano la politica divenne la condizione di benessere e di agiatezza, guadagnando posizioni di potere e di prestigio con notevoli forme di privilegio.
C’è stato chi ha lottato per perseguire i più nobili fini, quelli di migliorare la condizione sociale; c’è stato chi ha approfittato per potenziare posizioni proprie e familiari, raggiungere traguardi di potere, entrando nel novero del Parlamento, del Governo e delle istituzioni e consolidando rendite, prestigio e fama. Ecco che vi sono individui che si sono collocati a cavallo di più poltrone, altri che hanno perseverato nel tramutare posizioni di sacrificio e di lotta in permanenti ruoli di onorevolato, altri si sono ficcati nei meandri di enti e sottogoverno, godendo per lunghi tratti della loro vita di appannaggi e … ora non appaiono più, neppure in via Pretoria, percorsa un tempo per chiedere voti e stringere mani. Ora non compaiono perché la gente non faccia loro i conti in tasca, non comprenda come la più forte rendita sia ormai costituita dal reddito dei politici, di quelli in servizio permanente effettivo, o di quelli in pensione con forte rendita. Eppure, quando il partito si limitava alle militanze di opposizione, si usava il termine di “compagno” con spirito di rispetto e solidarietà tra militanti e capi, specie quando il 1° maggio si risolveva in una manifestazione freddolosa, in una sparuta presenza di bandiere rosse e in un discorso nella piazza più importante.

le foto nell’articolo sono tratte dal libro di Domenico Notarangelo  E fu subito lucania- edizione giannatelli

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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