Quello che non è stato mai detto è che in questi due ultimi decenni le Regioni sono state prese d’assalto dalla classe imprenditoriale anche dal punto di vista della difesa o dell’accrescimento degli “affari della ditta”. Sedersi in Consiglio regionale non come rappresentanza di interessi categoriali, ma proprio personali, è stato in questi anni un buon escamatoge per trovarsi lì dove le cose si decidono. Non che ci sia l’assalto diretto alle finanze, sotto forma di incentivi o contributi ad attività imprenditoriali o artigianali ( che pure ci sono stati in molti settori a cominciare dall’alberghiero), ma come capacità di trovarsi nel posto giusto al momento giusto, per decidere come deve essere modificato un provvedimento, oppure in quale settore dirottare le incentivazioni, oppure quale priorità dare ad una cosa anzichè un’altra, ovverosia quali punteggi premiali dare a chi offre alcune caratteristiche o altre. Un conflitto di interessi profondo e nascosto che opera in queste assemblee legislative periferiche, a Milano come a Palermo, come a Bari o Potenza. Tanto nascosto che nessuno si è premurato di fare una norma per evitare che chi si interessa di certe attività vada nelle commissioni in cui si decidono le politiche di quel settore, ovvero che per i cinque anni di attività legislativa denunci all’ufficio di presidenza tutte le attività in essere, le partecipazioni societarie, in modo da capire se e come , con la sua attività, possa perseguire interessi privati. E, nel vento, come nei rifiuti, come nella sanità, come nell’indotto petrolifero, si sono registrati accostamenti impropri e tali da far capire agli osservatori più attenti che è ora di intervenire con una legge ad hoc sul tema del conflitto di interessi. Mentre prima ai consigli regionali arrivavano avvocati, medici, sindacalisti e funzionari di partito, oggi la motivazione di certe candidature è meno legata ai partiti, più “professionale”, nel senso dell’interesse singolo o di gruppo a partecipare alle scelte economiche delle istituzioni. E se questo conta poco in realtà come Lombardia, Veneto, Emilia, lì dove il privato trova occasioni nel mercato libero di fare affari e soldi, in realtà piccole , dove la regione rappresenta l’unica grande impresa pubblica, questa partecipazione diretta o indiretta dell’imprenditoria nostrana diventa quasi una concorrenza sleale. Poichè stiamo parlando, a destra e a manca, di svolta morale, e di moralizzazione della vita pubblica, parliamo anche di questo per favore, sia nelle candidature da evitare che nelle leggi da fare. Ed è evidente che è un suggerimento che vale per tutti. Una legge nazionale sul conflitto d’interesse, valida anche per le regioni*, è partita nel 2016 ed è riuscita ad avere l’approvazione di una solo ramo del parlamento, per cui l’iter dovrà ricominciare. Ecco, le Regioni possono anticiparne l’uscita con una legge che ne riprenda il contenuto. In vista delle regionali di Novembre, potrebbe essere un modo per dire che su certe quesitoni si vuole fare sul serio Rocco Rosa
http://www.camera.it/leg17/465?tema=conflitti_di_interessi
*Per le regioni era disposto un obbligo di adeguarsi entro sei mesi dall’entrata in vigore dalla legge; decorso tale termine si applicava la legge stessa; per le regioni a statuto speciale ed alle province autonome di Trento e di Bolzano tali previsioni si applicavano nel rispetto degli statuti e delle relative norme di attuazione.