
di GERARDO ACIERNO
Quando si sparse la voce e si diffuse l’angoscia per l’epidemia in arrivo, crebbe a dismisura la paura, perché l’uomo è incapace di contenerne il senso, pur sapendo che questo è essenziale per la sua sopravvivenza, è un invito alla prudenza nel prendere decisioni.
In principio si saccheggiarono negozi e supermercati, fomentando, così, un fattore psichico e sociale davvero pericoloso. La paura della peste, nei secoli precedenti, aveva spinto gli uomini a ritrovarsi in grandi luoghi pubblici per invocare la protezione divina contro il demone ma così facendo essi avevano aiutato il contagio a diffondersi ancora di più. Oggi, gli uomini del nuovo millennio, invitati ad appartarsi nelle proprie dimore con una buona scorta di viveri, medicinali, ansiolitici e altra roba per sopravvivere, in attesa che il contagio si esaurisca e che la scienza trovi il vaccino adatto, se ne sono stati più o meno tranquilli, convinti da una falsa idea di libertà, di poter disobbedire quando e come avrebbero voluto.
Se la paura della peste nera, quella trecentesca e quella seicentesca, aveva messo l’uomo sulla via del sacro, quella attuale del coronavirus lo ha spinto sulla strada dei centri commerciali. Ma questa paura “materiale” non supportata da un “progresso” interiore morale, altro non ha fatto che rendere l’uomo colpevole di mancanze, spintonandolo verso un declino sociale, politico, economico. Verso la fine della stessa sua civiltà. Cassandre sono state lapidate, governi abbattuti, leader accantonati, coesione sociale sempre più dilaniata, territori messi l’uno contro l’altro, ospedali sovraccaricati, dirigenti ridicolizzati, comunità disumanizzate. E, di fronte, un futuro oscuro: quel che resta del proprio e quello dei figli e dei nipoti.
Anche la Basilicata con i suoi centotrentuno comuni questa volta sta partecipando alle venture della Patria, anzi alle sue disavventure: “precipitare nel caos, tutt’insieme appassionatamente!”. Non è bello ma è comunque un fatto comune e quindi si può morire insieme. Il resto non conta: è solfa inumidita dal solito, conosciutissimo lamento di chi ‘chiang e fott!’. Meridionale o settentrionale che sia. Qualcuno o qualcosa, ci Lega! Finalmente e purtroppo.
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