QUEL MINORITARIO DI BERNIE SANDERS

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Marco Di Geronimo

Marco Di Geronimo

Spesso si ignora che i leader più gettonati della sinistra attuale sono stati bistrattati per anni. Eppure è un dato da non sottovalutare. La mancanza di popolarità di gente come Sanders e Corbyn in tempi passati costruisce la loro credibilità oggi. E i loro audaci programmi sono sostenibili proprio perché hanno la forza di decenni di sfide.

Bernie Sanders è un senatore indipendente eletto in uno Stato «blu» (fortemente democratico) come il Vermont. È ebreo, forse ateo, e si proclama da sempre «socialista» in un Paese che confonde con estrema facilità socialismo e comunismo. In un Paese che ha fatto della lotta ai “rossi” il suo DNA. E mentre gli Stati Uniti erano in guerra fredda con l’Unione Sovietica, Sanders era invitato (e andava!) a un incontro che si teneva proprio nell’URSS. Nonostante tutto ciò, Bernie Sanders ha rischiato concretamente di diventare il 45° Presidente degli Stati Uniti. E se non lo è diventato, è solo per colpa di una campagna miope e tendenziosa del Partito democratico statunitense.

Altrettanto si potrebbe dire su Jeremy Corbyn (in prima linea all’opposizione del Governo Thatcher, di cui Blair è stato l’erede laburista). Uguale discorso si può fare su Jean-Luc Melenchon (guardato con sospetto dai francesi per la sua fame di comunista borbottone, benché fosse un fuoriuscito del PS). Mentre, su Pablo Iglesias, leader di Podemos, non si può dire che fa politica radicale fin dagli anni Ottanta solo perché negli anni Ottanta non era nemmeno diplomato.

L’affermazione di questi fenomeni politici è in larga parte fraintesa dai quadri della sinistra radicale italiana. (O più in generale dall’intera sinistra italiana, oltre che ovviamente dal centrosinistra, al momento incapace di intendere e di volere). Spesso si taccia chi propone lotte più avanzate di essere un «minoritario» che non potrebbe portare al Governo la sua fazione. La stessa identica accusa che per anni hanno dovuto scontare gente come Sanders e Corbyn, il cui successo è indiscusso.

In particolare basti ricordare il «con Corbyn il Labour non vincerà mai», frase di Renzi rivelatasi effimera. Con Jeremy Corbyn alla guida, il Labour ha recuperato 14 punti percentuali in un mese di campagna elettorale e trasformato una sicura vittoria dei Conservatori in un fragilissimo pareggio. Se il Governo May scricchiola ogni giorno e deve fare i conti con una maggioranza in costante fibrillazione, lo si deve solo all’enorme capacità di costruzione del consenso del segretario laburista.

In tutta Europa le sinistre avanzano sulla base di programmi avanzati. Ovunque si voglia guardare, nessuno si fa avanti proponendosi come mera sinistra di governo. Il movimento di Sarah Wagenknecht, il cui bacino stimato pesca da tutto l’arco del centrosinistra tedesco e suggerisce consensi a doppia cifra, è su posizioni più radicali di quelle del nostro Stefano Fassina. Iglesias è riuscito a condurre al Governo il PSOE di Pedro Sanchez (obiettivo dichiarato di Podemos da anni a questa parte) e a concludere un accordo su una manovra fortemente socialista.

Bisogna rendersi conto che non basta l’addizione leader + programma + simbolo a generare la sinistra di domani. Serve innescare un processo politico che dia voce a un’agenda davvero ambiziosa, costruita su basi ideologiche solide. Il megafono che la deve diffondere va certo dato a un leader carismatico: ma che sia capace di scatenare una mobilitazione diffusa e permanente attorno a quell’agenda avanzata. Per poi incanalarla in una forma partito non solo adeguata ai tempi, ma anche alle necessità della rappresentanza politica dei singoli. Un partito che si riunisca e permetta ai propri iscritti di votare e contare qualcosa.

Come osserva una deputata francese di France Insoumise, la crescita delle destre in tutta Europa è alimentata dall’estremo centro. Oggigiorno nessuna forza di sinistra che inglobi nei suoi orizzonti la collaborazione naturale e permanente con una forza liberale può essere credibile. È sepolto dalla Storia il binomio DS-Margherita: questo schema non si è riprodotto da nessuna parte in Europa.

È chiaro che il sistema partitico italiano crea esigenze muscolari difficili da aggirare. L’ambiguità in cui vive il PD dovrà essere spezzata: e forse il prossimo congresso servirà a farlo. Ma prima ancora di immaginare una casa comune delle sinistre, serve capire su quale cavallo scommettere. E come al solito, non si intende una persona, ma un’idea. Bollare minoritario il socialismo contemporaneo è un grave errore. Specie nella prospettiva futura.

Questa legislatura infrangerà la diga elettorale dei 5Stelle. E quando gli elettori adesso in freezer si riverseranno nel bacino elettorale, di certo non premieranno i moderati di turno. Il disagio della società odierna ha bisogno di risposte nette. Se non sarà la sinistra a offrirgliele, c’è da aspettarsi che sarà la destra a mietere. L’interrogativo inquietante è: quale destra? Salvini… o peggio?

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Sull' Autore

Marco Di Geronimo

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E; collaboro pure con Leukòs (https://leukos.home.blog/). In passato ho scritto anche per ItalianWheels e per Onda Lucana.

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