
LUCIO TUFANO
“All’ombra dei cipressi e dentro l’urne”- (ad un secondo professore di Liceo)
Ora lo puoi dire, ora si che ce lo puoi dire se all’ombra dei cipressi e dentro l’urne il sonno della morte è men duro.
Diccelo caro maestro, ora che la liberazione ti ha riscattato nella sopraggiunta quiete dai triboli e dall’ansia, la fine delle angosce e del dolore.
Nostro era il languore del giovane Werther, quello del romantico Ortis, quello di chi bello di fama e di sventura, baciò la sua pietrosa ltaca, poi che fu preda dei capricci divini, o quello di Catullo, dalle attese snervanti, e di Enea colmo di commiserazione, di Virgilio nel viaggio agli inferi, di Mimnermo, il rassegnato Leopardi della Grecia antica.
Eravamo ragazzi dall’entusiasmo didascalico, epico per lo Sturm und Drang, per quelle sensazioni teocritee, per quel cesello di grandiosi versi, di cui tu fosti vivo e penetrante, unico interprete, dalla prima georgica alla cantica di Paolo e Francesca, “quali colombe dal disio chiamate”, al cantico delle creature, ai passi di D’Annunzio e di Gozzano.
E ci guidavi in quell’altro clima, in quei prismi fissi, sfaccettati, quotidiani, sensibili, lucenti ed opachi, esteriori di un’epoca, una delle tante curate dalla tua abile regia, anche e soprattutto, come chi sa bene intendere, quegli imponderabili presentimenti, quei misteriosi segni e magici presagi. E il secolo di Augusto ci indicavi, confidenziale e autentico, come il secolo più grave, più triste, più religioso, descritto da Tito Livio e da Properzio, e il Carmen Secolare, ed elargivi gocce di saggezza propinate nel silenzio delle ore che, seppur lente, scorrevano alla luce dei finestroni di quel Liceo-Ginnasio e al cospetto della grigia realtà che ci privò di più grandi esperienze e dei successi.
Certo! Sol chi non lascia eredità d’affetti poca gioia ha dell’urna … quando vaghe di lusinghe non danzeranno più le ore future, chissà se ci parlerà ancora lo spirito delle vergini Muse e dell’amore.
Dicci se potrà essere ristoro, ai di perduti, un sasso che distingua le nostre dalle infinite ossa che in terra e in mare semina morte.
E se anche la Speme, ultima Dea, fugga i sepolcri, e involga tutte cose l’oblio nella sua notte.
Dicci se, ai generosi, giusta di glorie dispensiera è morte.
Un sentimento ci prende, una gentil pietade abbiam di te, di noi, anche se nel nostro occaso il sole roseo tra i verdi cupi tuttora brilla ed ansimando corre la nostra vaporiera in questa terribile e fugace vista, per questi brevi incontri di affetti e di distacchi.
Ci imprimevi messaggi dal vasto cielo della memoria storica, dal mytos dei greci, alla humanitas dei latini e poi all’ethos dei cristiani, al pathos europeo dei romantici … E proponevi schemi di critica crociana indispensabile e necessaria per capire gli autori e le linee di pensiero, e come collegati fossero strettamente, anzi concomitanti con lo spirito delle ere, la guerra e la pace degli umani, e come uno scrittore fosse figlio del suo tempo, degli odi e delle gesta, di passioni e vicende.
Assorti sul mito di Afrodite, figlia di Zeus e di Dione e sui racconti mitologici che ci porgevi, Ciprigna per Omero, del suo santuario a Pafo nella isola di Cipro, o di Citera nell’Odissea, e di Zefìro che la solleva dalla spuma del “mare che sempre scroscia”.
Le acque dell’Acheronte ti raccolgono nella barca di Caronte senza possibile ritorno, il fiume più importante dell’Ade, l’invisibile; di quell’Ade che ci descrivevi nel suo grande estuario, tra lo Stige e il Cocito e che ingoia le anime dei probi e de reprobi, di quelle ombre senza memoria, luogo di delizia riservato ai soli dei, quell’Ade dalle immense porte, per le quali solo si entra senza poterne uscire per il Cerbero di guardia.
Tu ci hai strappato un grande pezzo della nostra giovinezza, una tenera, ingenua, trepidante giovinezza, spesa con te, nelle conversazioni che più amavamo e dalle quali ci distoglievi per il più severo approntamento con la vita, con le sue inesorabili leggi, i suoi appuntamenti.
Te lo porti questo grande pezzo di noi, consapevoli che non ce lo potrai mai più ridare.
Eravamo ragazzi, in quel vortice di doveri e di speranze, ove il sole, la stagione negletta, soffiava le sue tinte sul nostro povero amore e sulle viole.
IN COPERTINA : IL PROF.TRAMICE AD UNA MANIFESTAZIONE IN DIFESA DEL LATINO