RACCONTARE  GIORNI

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di  GERARDO  ACIERNO

 

 

A Ognissanti, cappotto e guanti”.

Non ricordo da chi e quando mia madre avesse appreso questo motto ambrosiano. Forse dalla “signorina Rancilio” la donna venuta qui nel nostro borgo da Milano intenzionata a fare impresa in terra lucana. Erano gli anni lontani della gioventù di Mamma. In paese era rispettata e ammirata, la signora lombarda, l’unica donna che allora sapesse guidare l’automobile, una Balilla di sua proprietà. Nella sua fabbrichetta di calzature un pugno di giovani donne paesane impararono a sagomare tomaie, suoli e tacchi. Poi scoppiò la Guerra e lei rientrò per sempre in terra lombarda.

         Fatto sta che da bambino, in questo giorno, mia madre mi faceva trovare sulla sponda del letto ben ripiegati, guanti e cappotto. E infatti pioveva e faceva freddo ogni volta. Quello era il primo dei quattro giorni di vacanza a scuola. Dopo essere stati, io e i miei compagni, puntuti chierichetti durante la messa in una delle numerose chiese del paese, allora tutte aperte e tutte strapiene di fedeli, si andava al cinema parrocchiale, il pomeriggio. La notte di Halloween (Dolcetto o Scherzetto!) non sapevamo cosa fosse né dove si festeggiasse. Conoscevamo e anche bene, invece, certe leggende e certi racconti riferiti ai nostri morti che – dicevano gli anziani con toni intimidatori e misteriosi – si preparavano a rientrare per una notte, quella tra l’1 e il 2 Novembre, nelle loro case. E alle finestre notturne, in quella notte, si usava mettere candele, lumini e bacinelle colme d’acqua per dar loro il ‘bentornati.’

           Un po’ di paura si provava, quella notte. Soltanto un poco, mista a curiosità tutta fiabesca che mai ci dava risposte convincenti. Ripensandoci, le paure sarebbero arrivate per tutti noi molti anni dopo, quando siamo diventati dapprima padri ed ora nonni. E riguardano loro, figli e nipoti queste paure. Ma provengono da altre sponde della vita.

          Ho letto ieri sull’inserto del Corriere un racconto di Fabio Genovesi, bravo narratore toscano, che della sua adolescenza racconta i giorni trascorsi a vedere film horror in compagnia della mamma e che durante le scene più violente lo spediva in cucina a prendere un bicchiere d’acqua. E le notti di Halloween vissute in modo quasi del tutto solitario sulla riviera toscana, a Forte dei Marmi. Dice lo scrittore che quello è stato un modo per vincere timori, superare momenti di panico. Egli ha considerato Halloween anche un modo di fare festa fuori dalla tradizione italica. Insomma, film horror e notte di Halloween gli sono serviti per crescere e superare intoppi di qualsiasi natura presenti “in quell’età davvero spaventosa che è l’adolescenza”.

       E mi è venuto da accostare e da ripensare al diverso modo di vivere e di raccontarsi i giorni con i propri figli tra le due madri, quella dello scrittore e la mia. La mamma di Genovesi che tra carezze e ceffoni fa crescere il figlio anche attraverso la visione di certi film e la mia che sapeva bene quanto mi piacesse fabbricare l’anima alle cose ma quando un giorno della mia infanzia le chiesi: – Mamma le cose hanno un’anima?  mi rispose: – Il Signore l’anima l’ha soffiata soltanto negli uomini. Siamo noi che diamo l’anima alle cose.

        A Ognissanti, oggi, io non aspetto i mostri bussare alla porta di casa e chiedere “.. dolcetto o scherzetto..” né preparo più guanti e cappotto. Non fa più il freddo di anni ormai lontani e questa notte sarà un’altra mia notte d’insonnia. Mi farà compagnia il vecchio armadio di famiglia che lagnoso come allora continua a lamentarsi del tempo che passa mentre al bravo scrittore toscano certamente farà ancora una volta piacere attendere il trillo del campanello di casa.

       Comunque per entrambi ancora una volta questo giorno avrà aggiunto un granello di gioia nella nostra silenziosa clessidra della vita.

 

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