RECESSI DI ETA’ SOGNANTE: LA CITTA’ DELLE CENTO SCALE

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DOMENICO FRIOLO

“Scalo Inferiore “: alle prime ore del mattino, giungevano treni dalle tratte da Salerno, da Foggia, da Taranto. La Stazione veniva invasa da pendolari e studenti che a Potenza, capoluogo lucano avevano lavoro e scuola, quasi sempre alle Superiori. Un numero davvero impressionante di gentE di tutte le età ed estrazione. Un fiume umano travolgente, chiassoso scomposto. Chi con passo lesto guadagnava la strada che saliva verso la città, chi spingeva altri, che procedeva con passo più lento. C’era chi saliva nei bus, in attesa nel Piazzale Marconi, chi si incamminava su una strada dal bel selciato di pietre squadrate, via Nazario Sauro, che rasentava orti fertili con verdure e alberi da frutta, poi le mura di cinta del Viviani. Dal lato opposto, campi seminati a grano, poi l’Istituto Enaoli e la città a fronte, vera muraglia gigantesca di alti palazzi posti come una foresta di altissime sequoia. Ai piedi di questi palazzi, si dipartivano strade per ogni dove. La folla si ramificava come il delta di un fiume, e procedeva lungo la direzione scelta, dove c’erano uffici e le prime scuole. Ai pendolari si aggiungevano i ragazzi di Potenza provenienti dai tanti rioni del versante sud della città: Chianchetta, Betlemme, San Rocco, da via Crispi con pendolari che usavano la “corriera” o le prime macchine familiari usate dai corrieri privati, dal popoloso rione Libertà, dal Francioso, da Gallitello, da Castello. Raggiunte le parti più alte della città lungo interminabili scalinate, col fiato grosso, gli impiegati in ufficio avevano raggiunto lameta, mentre il più dei ragazzi dovevano scollinare via Pretoria e  discendere il versante nord: via Mazzini, discese di San Giovanni, di San Gerardo, man mano il grosso degli studenti si sfoltiva, ma cosa strana, il corteo umano si ingarbugliava maledettamente nei pressi della Caserma Lucana, in quanto Potenza ha due stazioni ferroviarie, e quanto descritto in precedenza, si verificava dallo scalo Superiore verso la risalita in drezione della città e presso la Caserma il tutto si restringeva ad una sola via da percorrere per tutti, con correnti opposte di essere umani dall’andare frenetico. Uno spettacolo affascinante di giovani di ambo i sessi, vestiti , come la stagione meteo  e pretendeva, libri sotto le braccia avvinghiati e stretti da una resistente banda di gomma vivacemente colorata e arpionata a se stessa. Anche io come tanti ragazzi, dal Campo sportivo, raggiungevo le scuole a Santa Maria, ci si stancava e si sudava, come gli altri mi sentivo stanco. Figuriamoci i ragazzi pendolari, che affrontavano un viaggio massacrante in treno o in bus, con più ore di viaggio sulle spalle, viaggio con percorsi tortuosi. I ciao, i buongiorno , dati e ricevuti, erano un legame che saldava tutti con tutti. C’era un ragazzo, anni dopo, che andava per un tratto con parvenza di procedere contromano a questo fiume umano, egli andava incontro alla ragazza che amava, un amore sfortunato,che fu strappato, divelto dalla brutalità di gente che  avevano ancora attaccate al corpo mentalità medioevali, non più adatti alle nuove generazioni. Per questi giovani innamorati,e sfortunati, scrissi una poesia. Eccola:

RECESSI DI ETA`SOGNANTE
Ora, sorrido al ricordo,
dei giorni più cari,
i giorni splendidi
dell’età sognante.
Chiamavamo sogni
le cose più belle,
e tu, adagiata 
tra le mie braccia, 
nel porgermi labbra
indugianti, sinuose, calde,
recessi d’amore vergine,
consegnavi il sogno 
alla realtà desiderata.
Caro, dolce amore…
Come eravamo radiosi…
Noi, creati per amarci, 
per non lasciarci mai…
Purtroppo, 
mai dividemmo 
lo stesso tetto, 
e dopo tanto tempo, 
lentamente, piano, piano
ritornammo a sognare 
ricordando noi, 
insieme, sempre.
Dolce caro sogno…
Un sogno come allora, 
anche questa volta,
tristemente amaro. 
Noi, non possiamo…
Questo, è un altro tempo, 
abbiamo altri ruoli, 
da onorare, così…
Così, capimmo perché 
si chiamano sogni, 
le cose perdute:
l’amore struggente.
Così, capimmo perché
si chiamano sogni
le cose più belle:
le realtà non permesse. 
La ragione prevalse, 
sulla forza trascinante 
celata nell’animo: 
perché sognare ancora ?
Le foglie sanguigne 
dell’autunno settembrino, 
scivolate dai rami, 
si adagiarono al suolo 
deponendo amore 
e contenuta amarezza, 
su cui, vegliano tutt’ora, 
lo spirito, il ruolo, la ragione.
Un’amore grande non ha tempo e….
“Così capimmo perchè 
si chiamano sogni le cose perdute .”
Così capimmo perchè 
si chiamano sogni le cose più belle
Così come fu solo un sogno 
quel tetto che mai dividemmo.

by Domenico Friolo (n.1970)

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