RENZI VS GRASSO: LA LEZIONE SPAGNOLA SUL FUTURO DELLE SINISTRE

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Marco Di Geronimo

Marco Di Geronimo

Matteo Renzi non si rassegna all’idea che dovrebbe starsi zitto per un po’. L’ex Sindaco di Firenze ha avviato una carriera da senatore semplice molto diversa da quella che ci si aspettava, e che di semplice ha ben poco. Considerando che ormai è guerra aperta tra il suo fronte e quello della minoranza socialdemocratica del PD, la domanda che sorge spontanea è: chi vincerà?

Dopo aver pontificato per anni contro il fuoco amico (dopo averlo peraltro aperto molto spesso contro Bersani), l’ex Segretario PD ha presentato una contromanovra. Il piccolo problema è che una contromanovra era già stata presentata… dal Segretario del PD. In buona sostanza Renzi sconfessa la posizione di Martina (il quale, poveretto, è stato inviato al macello ed è ora accusato tra le righe d’essere un traditore della causa renzista). Snobbato dal capo, che non gli si dimostra leale, e snobbato dall’establishment più rosso (molto affezionato invece a Zingaretti), Martina difficilmente conserverà il suo ruolo al Nazareno dopo il Congresso. E anzi, difficilmente tenterà di conservarlo.

Ma qualunque sia l’esito della battaglia congressuale tra i renzisti e la minoranza, c’è da domandarsi quali siano gli sviluppi futuri del Partito democratico e delle altre opzioni della sinistra. Anche perché i post-comunisti si stanno ora esibendo in un nuovo sport: la scissione sincronizzata. Mentre Rifondazione pianta grane sullo Statuto per scongiurare un suo scioglimento in Potere al Popolo, nel vuoto contenitore di Liberi e Uguali si protraggono le dispute tra MDP e Sinistra italiana. Peraltro, la creatura di Pietro Grasso si sta dilaniando su una questione di lana caprina: il posizionamento alle elezioni europee, quando non si è ancora ben capito né chi si presenterà alle europee né (soprattutto) quale sia la piattaforma di LEU sulla questione Europa.

Fiorivano nei giorni scorsi dei post di apprezzamento sulla manovra economica spagnola, varata dal Governo socialista di Pedro Sanchez col solido sostegno di Unidos Podemos di Pablo Iglesias. E se adesso va di moda «fare come la Spagna», sfugge alla dirigenza della sinistra italiana sia il fatto – di non poco conto – che i partiti italiani non sono uguali ai partiti spagnoli, sia il fatto che in Spagna ci sono due diversi modelli (PSOE e Podemos, appunto): a quale ispirarsi?

La lezione spagnola insegna un precetto molto utile per seguire l’evoluzione della sinistra italiana. A seguito di sollevazioni popolari che si sono riverberate in tutto il Paese (il 15-M degli Indignados), è nato un partito di sinistra radicale che ha trovato ampio seguito nell’elettorato grazie a una proposta socialdemocratica molto avanzata e di netta rottura con le politiche di austerità. La presenza di un nuovo partito liberale (Ciudadanos) aveva inoltre indotto Podemos a radicalizzarsi a sinistra, non potendo attingere all’elettorato moderato (già servito da PP e C’s).

La crescita della nuova sinistra ha costretto la base del Partito socialista, il più radicato e tradizionale presidio del centrosinistra iberico, a spostarsi verso posizioni più critiche nei confronti del Governo Rajoy e addirittura a cogliere l’iniziativa per rovesciarlo e impiantarne uno proprio. Il PSOE ha addirittura rieletto proprio Segretario generale Pedro Sanchez, dimessosi in lacrime quando i socialisti si sono astenuti riconfermando Rajoy al Governo, e ritornato alla guida del Partito schiantando le parti più moderate e liberali dell’establishment.

Cosa può imparare la sinistra italiana dalla Spagna? Semplicissimo: che ha fatto tutto il contrario e ha sbagliato miseramente. Al momento prospettive di riscossa sembrano incapaci di manifestarsi. Le sinistre più radicali sono state del tutto incapaci, a causa della loro litigiosità e del loro perenne complesso di inferiorità nei confronti di PD e M5s, di incarnare l’alternativa di sinistra al sistema. In questo modo non sono riuscite né ad ancorare il M5s a sinistra, né a relegarlo al ruolo di alternativa di destra (trasformandolo nel C’s italiano). Le sinistre non hanno impersonato alcuna istanza di cambiamento e perciò non hanno spostato a sinistra assolutamente nulla e nessuno. Anzi, la maggior parte delle decisioni prese (scissione dal PD, uscita dal Governo Gentiloni) sono state assunte senza che l’elettorato né le capisse né si accorgesse della differenza.

Il PD, a sua volta, trasformando il M5s in un suo avversario, ha perfezionato il naufragio. Le politiche di austerità dei Governi Renzi hanno alimentato il malcontento e slegato gli elettori del PD. I quali, non potendo ripiegare a sinistra, hanno consolidato il partito di Grillo. Che continua a galleggiare tuttora, nonostante appoggi un governo reazionario e antisociale, perché sia il PD sia le sinistre continuano a essere impotabili.

Cosa ne uscirà dal teatrino della Leopolda e delle innumerevoli conferenze che agiteranno il centro a tinte rosa e la sinistra-quella-vera che impersonano oggi il fronte renziano e quello che da Zingaretti corre fino a De Magistris? Nulla d’importante, perché la soluzione non si paleserà finché il Movimento 5 stelle non diventerà a sua volte invotabile. Sarà a quel punto che un nuovo flusso di elettori sgorgherà via dall’opzione gialla per rientrare nel campo rosso: e in quel momento ne godrà chi sarà più credibile. Considerando l’onnipresenza renziana, difficilmente sarà il PD. Ma non per meriti (al momento del tutto assenti) delle innumerevoli e cangianti sinistre.

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Sull' Autore

Classe 1997, appassionato di motori fin da bambino. Ho frequentato le scuole a Potenza e adesso studio Giurisprudenza all'Università degli Studi di Pisa. Ho militato nella sinistra radicale, e sono tesserato all'Associazione "I Pettirossi". Mi occupo di politica (e saltuariamente di Formula 1) per Talenti Lucani. Scrivo anche per Fuori Traiettoria (www.fuoritraiettoria.com), sito web di cui curo le rubriche sulla IndyCar e sulla Formula E. In passato ho scritto anche per ItalianWheels, per Onda Lucana e per Leukòs.

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