
Mario Santoro
Si corre sempre un grosso rischio quando si torna a raccontare la poetica di un autore, vuoi per colmare una lacuna, vuoi per confermare la validità della stessa; rischio anche maggiore quando la poetessa in questione è Rosanna Manini.
Toscana di nascita (Manciano-Grosseto), lucana di adozione, delicatissima per la modalità della sua scrittura, colta, raffinata, discreta, indulgente, da una decina di anni, prematuramente, partita per l’ultimo viaggio, quello che ha fine altrove.
Quando i suoi volumi vennero pubblicati (anno 2002, Violacciocche; anno 2006, Sinestesie) si disse e si scrisse, meritatamente, tanto, si evidenziarono apparentamenti decisamente importanti, vicinanze plurime, elementi particolari di contiguità, accostamenti ad autori classici e moderni, comparazioni puntuali e sottolineature acute. Insomma ci furono numerosi giudizi critici tanto sinceri quanto lusinghieri da parte di letterati e poeti: Giulio Stolfi, Donata Larocca, Ippolito Corridori, Mario Martone, Maria Elisa Radaelli, Franco Trifuoggi, Mario Trufelli, Giuseppe Milani. Il pericolo di fare torto all’autrice è reale, perché il desiderio di aggiungere un dettaglio magari sfuggito in precedenza, di sottolineare una finezza linguistico-espressiva, di tentare una riflessione ulteriore, come è nelle intenzioni, possa non dico nuocere, ma determinare una sorta di ‘diminutio’, dopo tanta abbondanza di scritti di qualità. Val la pena, allora, precisare che il presente scritto, suggerito da un senso di sincera ammirazione e da profonda amicizia, ha principalmente valore di testimonianza ultriore e sta quasi a meglio significare il “non omnis moriar” oraziano. Alla pubblicazione dei due volumi tutti convennero sulla straordinaria capacità dell’autrice di impreziosire il suo linguaggio con metafore sempre appropriate, al punto che Donata Larocca scrisse acutamente che proprio la metafora è “l’arma letteraria con cui Rosanna Manini schiude il suo mondo e apre spazi capaci di concedere al liguaggio un respiro ben più ampio e alle cose un’ulteriorità di senso”. Franco Trifuoggi sottolineò, tra le altre cose, “la precisione terminologica e lessicale nella tensione a tentare costantemente di raccontare l’incomunicabile e di inseguire sempre e ovunque l’altrove nell’alternanza tra soggettività e oggettività” e pose, in bella evidenza, la ‘inventio’ lessicale non per “mero gusto virtuosistico” ma nella continua “ricerca di affrancare le parole dalla strettoia semantica” e quindi di “spaziare da aulicismi e lemmi arcaizzanti a vocaboli comuni”.
E se Mario Martone parlò di ‘ansia poetica’ presente “nel sofferto amore di una madre, nella violenza di un temporale… nella tristezza dell’infanzia svanita, nei sogni di un’anima giovinetta, nell’inquieta attesa di giovanili sogni”, Maria Elisa Radaelli sottolineò “la capacità simbolica della poetessa” e plaudì all’opera poetica della Manini “vasta, complessa e ben strutturata” e Mario Trufelli esaltò la ‘libertà’ dell’autrice affermando, nel richiamo ad Emily Dickinson, che ‘i suoi versi respirano’.
Ci piace ricordare ancora sia Giuseppe Milani che scrisse con candore e convinzione: “Nella nostra smania di sensazioni, rubammo la tua cinepresa per scoprirti degna collega di Gozzano nel catturare frammenti di vita ‘semplice e forbita'”, sia Ippolito Corridori che si lasciò incantare dalle “liriche, dolcissime, delicate, stupende” capaci di emanare “profumi di primavere ormai antiche, effluvi di germogli assopiti, ma, inconsciamente, vivi”e sia, infine, Giulio Stolfi che sottolineò “l’idea nuova, il suono nuovo, la significazione nuova’ di termini e vocaboli ed espressioni e ricordò il ‘vento sanscrito’ che ci trovò a parlarne a lungo, una sera, sulla umanizzazione dello stesso e sulla sua presenza nella migliore poesia europea. Tutto vero! La poesia di Rosanna Manini si caratterizza, già al primo impatto, per la delicatezza del tono, che si mantiene sempre morbidamente dolce, lieve come piuma, carezzevole all’orecchio e al cuore, e crea d’incanto atmosfere magiche e come da sogno, trasportando il lettore in un altrove altrimenti impossibile da raggiungere, tenendolo per mano e come rassicurandolo. A colpire è dunque la delicatezza, mai disgiunta dalla determinazione, del linguaggio, che privilegia la verticalizzazione del verso che sembra piegarsi o frangersi, senza urti e scosse, quasi un rotolare piano e musicale su una linea elicoiale o un raccontare a tratti neniato che fa riecheggiare, in sottofondo, una sorta di ‘ron ron’ gradevole anche quando il verso si impenna e si innalza, prima di ritornare a planare dolcemente, fedele sempre alla scelta della brevitas che non impedisce lo scavalcamento di orizzonti sempre più ampi e lontani nello spazio e nel tempo, ora proiettanosi nel futuro, ora, più spesso, rifugiandosi nel passato. Pare quasi che l’autrice si muova in punta di piedi o accenni a qualche lento passo di danza, magari scalza e come su prato primaverile, alla guisa delle sognanti figure della primavera botticelliana, con movenze straordinariamente accattivanti, nell’invito tacito al lettore sensibile e avverta quasi il bisogno di scusarsi per la sua pregevole presenza. E è facile per il lettore, almeno un poco attento, sia il richiamo alla leggiadra Ninfa Cloris e a Zefiro, vento primaverile di ponente, sia la comparazione della nostra autrice con la dea Flora. E sì perché la poesia è ricca di rimandi alla natura e alle sue bellezze: piante, fiori, prati, radure, animali, uomini , cose, in una sorta di universale, pacifica, armoniosa convivenza. Rosanna sceglie con cura meticolosa le parole da utilizzare ed è alquanto severa con se stessa nella certezza che la poesia, nel gioco continuo di introspezione e di estroversione, pretende, da chi la pratica, di saper andare sempre oltre, attraverso un lavoro di limatura continuo e costante. Siamo sempre alla ‘croce e delizia’. E così se il primo verso lo donano i lungimiranti ‘dei’ gli altri, nel tentativo di compararsi al primo, costano al poeta sacrificio e sofferenza. Dunque le parole risultano sempre misurate ed appropriate, giuste nei significati dichiarati o nascosti ed affidati ai significanti più diversi, senza mai rischiare di cadere nella tentazione autolesionistica di dire di più e senza cedere alla piccola vanità del compiacimento. Tanto nel primo quanto nel secondo volume la poesia scorre piano, scivola come rivolo d’acqua di sorgente senza rumore, accarezza l’orecchio e giunge al cuore nella pluralità delle sinestesie, senza apparente sforzo fisico e mentale. A ben considerare, a tratti, la poesia della Manini sembra apparentarsi con certa modalità di scrittura, capace di ‘suonare’ come vuole buona parte della critica. Basti, a mò’ d’esempio, rievocare la poetica novariana -quella del giovane ruscello- precisando che nel nostro caso c’è maggiore profondità, intensità e varietà di sentimenti e di emozioni, con immagini cariche di sfumature speciali, con sottili dissimulazioni nel gioco del dire e non dire o nell’alludere suggerendo diversi piani di interpretazione, con accenni a vaghezze che richiamano altre vaghezze, con linee di emotività scomponibili e capaci di creare nuove direttrici, quasi certi dipinti contemporanei con tratteggi paralleli ad indicare luce e ombra da line art, ma non monocromatici, anzi estremamente luminosi e assorti non senza un velo di inquitudine e di pensosità, generalmente silenziosa.
L’autrice è spesso raccolta nei suoi pensieri che affollano la mente e spingono con forza perché siano messi con urgenza su carta, ma ella li trattiene a lungo, li medita, li ripensa, li compone per scomporli e ricomporli ancora, li depura e li fa uscire, quasi un distillato, goccia dopo goccia. Per questo credo di poter condividere e confermare quello che scrissi quando usci il primo volume, una dozzina di anni fa: L’autrice mostra di padroneggiare, sfuggendo a vincoli o a regole troppo strette, un vasto e variegato ventaglio di sensazioni, di sentimenti, di emozioni, con rimandi a situazioni di idillio, a impatti emotivamente forti, a scontri con il dato reale, ad immagini capaci di richiami diacronici nei tantissimi possibili incroci, ad allusioni sottili e delicate. Riaf iora e si sostanzia la voglia di recuperare lontananze, con gli archetipi che af iorano e che
sono legati ai sogni individuali e collettivi, attraverso un lavoro specifico e particolare di scavo nelle cose che si animano, o si connotano come tali, e sempre sulla linea di una chiara consapevolezza che sorprende e impiacevolisce per via di echi prolungati e di risonanze piene, di toni, in genere volutamente dimessi, ora crepuscolariani, ora, se possibile, più colloquiali e discorsivi, sebbene indiretti; non mancano, tuttavia, elementi impressivi con richiamo a condizioni alienanti, evidenziate qua e là da dissonanze e sempre nella stabilità della tenuta stilistica pur in presenza di precarietà che sopraggiungono e perdurano in uno stato di equilibrio imperfetto e miracolosamente mantenuto. Talvolta basta uno spunto, un rilievo, un particolare, una semplice ‘cosa’ gozzaniana, tratta finanche dal quotidiano, o dalle cosiddette ‘questioni ontiche’, con o senza riferimenti a cause concrete, perché l’autrice riesca a creare intrecci anche complicati ed ermetizzanti o per lo meno bisognosi di una disambiguazione attenta per non rimanere ad un solo livello di comprensione. Alterna denotatività minima ad un massimo di inferenzialità. Quest’ultima spesso si appoggia al dato più semplice con pacatezza del tono che raramente assume il carattere della perentorietà, in sintonia con le modalità comportamentali della persona. E così la poesia si connota come umile, musicale, soffusa, vellutata al tocco, elegante nel suo farsi e tale da lasciare echi di note timbriche, con le suggestioni che promanano dai versi, ammantate sempre di riservatezza nello scavo interiore, filo conduttore che, impalpabile ma resistente, lega ogni riferimento. In tutto il volume il linguaggio, che è poi quello che innalza la poesia, suggerisce sempre un’attenzione particolare perché i valori simbolici investono il rapporto tra conservazioni e innovazioni, tra antichi e nuovi ritmi, tra armonie consuete ed elementi di rottura, tra assetti strofici stabili e strutture aperte, tra apparenti livellamenti ed acquiescenze e vertiginose fughe. Di qui, come egregiamente sottolinea, in prefazione a “Sinestesie”, Trifuoggi “un amplissimo registro lessicale, che spazia da aulicismi e lemmi arcaicizzanti, a vocaboli di uso comune, a termini di raffinata letterarietà o addirittura di invenzione dell’autrice”. E tutto questo sempre nel tentativo, ben riuscito, di “valorizzare appieno la potenzialità espressiva e connotativa della parola tendendola fino ad una ‘resa ottimale’ e pregnante”. La persistente ricerca degli aulicismi, con l’inevitabile rimando al primo Novecento, si realizza, da un lato per assecondare l’esigenza profonda di un gusto rivolto al passato, che la poetessa si
porta dentro e che è poi bisogno intimo, mai apertamente palesato, dall’altro per esprimere una sorta di necessità di staccare, di prendere le distanze, dalla lingua di ogni giorno. Di qui anche l’opportunità di innovare, di ricorrere alla parola desueta o ungarettiana. Accanto a riferimenti chiaramente calati nel passato, con piacevole stupore, nelle varie poesie troviamo minimi tratti morfologici che assumono, talora, rilevanza stilistica in riferimento a particolari costrutti, che si presentano come processo del tutto spontaneo e naturale nell’implosività del linguaggio poetico.
E così espressioni come anfore buccherate, fibula caletrana, pietre virtuali, sérpigi venti, gerusìa solenne, cavalli bradi, eterna baldanza, non possono essere sottaciute insieme con neoformazioni sperimentali, sostantivi astratti che si accoppiano con aggettivi concreti sulla scia di autori come Montale, Ungaretti e altri creando effetti semantici insoliti che si coniugano bene con le sinestesie ricorrenti, molto care ai Futuristi e non solo, e realizzando immagini efficaci: carezzo con lo sguardo/la corteccia di un olivo oppure agguanto vorace l’incantesimo o ancora il cacciatore/mira/al canto del fagiano.
Altrove ci sono: sogni aggrovigliati, mani che piangono, fessure dolorose, gole urlanti tenerezze, lampi di tenerezza, e non mancano la dolce trasparenza, il gelsomino timido, la af annosa pietra, i fragili fili di sogni, il profumo di una novena, le labbra assonnate di giovinezza, i silenzi che aleggiano all’orizzonte, con l’occhio pensoso e le gemme silenziose del mattino e poi i verdi ricordi e il verde violento del pino del leccio lontano magari da ingordi palazzi. E così l’autrice abbraccerà il riverbero della solitudine o scoprirà il sorriso della primavera e magari sarà come assalita/dalla falce di luna prima di rifugiarsi nell’oro antico della memoria, o
di rimarcare ossimori diversi: rilucchiare nerastro, canto muto, abbaglio cieco, infinito breve, mute parole e di ritornare a creazioni ulteriori e complesse: folate di vento silenti, suono lapidario di un tamburo, vedico pianto/ di un tempo remoto.’
Allo stesso tempo il lettore non sprovveduto può facilmente ritrovare verbi parasintetici con prefissi di diversa specie e sostantivi frequentativi in ìo, quelli, per intenderci preferiti da Marinetti, come ribollìo, sventolìo, cigolìo, ma anche limìo, fruscìo, chioccolìo, solatìo. Non mancano aggettivi in oso che risultano cari e ricorrenti: doloroso, sussiegoso, ghiaioso, prodigioso, luttuoso, resinoso, ombroso, fragoroso, ventoso; ci sono ancora attributi coloristici, cari a D’Annunzio: gialloverde, grigiorosse, biancazzurre, e verbi particolari: pupilare, piumeggiare, obliquare, agucchiare, aggricciare, ingolare, arcobalenare. Pure il lettore non fa in tempo a riprendersi dallo stupore che si imbatte in certi sostantivi accoppiati opportunamente come cucchiaio campana, donna fiammifero, luna falena, parole esperidi oppure in parole dai suoni particolari come fruscia e incupisce, fascia di ambasce, schioppi echeggianti e ancora , singulti silenti, pianto vedico, giorno giovinetto. E ancora ci sono, senza un ordine preciso: nespoli, palme, lecci, salici, ulivi, robinie, meli, faggi, gelsi, e poi ancora capperi, orchidee, gerani, citronelle, rosmarini, drude, lavande, viole, ornelli, papaveri, viburni, coi i tanti profumi per l’aria, più o meno distinguibili prima del ritorno ad altri
richiami come grani, fieni, uve, mirti, mortelle, lamponi. E andando indietro nel tempo possiamo ritrovare figure leggendarie: Oloferne, Cassandra, Atropo, Orione, Tantalo, Pegaso, Apollo, Morfeo, Eolo, Clizia, Odino, Dioniso, Prometeo. Non mancano gli animali, anche quelli comuni e repellenti, cari a Montale e al secondo Sinisgalli e davvero c’è solo l’imbarazzo della scelta tra pipistrelli, lantane, delfini, folaghe, falene,
cavallucci marini, gufi, galline, serpi, assioli, falchi, cervi, nibbi, pettirossi, farfalle, gazzelle, aquile, civette, passeri.
E sono paricolarmente godibili certi richiami al passato, sulla linea del sogno. Vale per Gabri che cavalca i sogni / il cavallo alato, vale per Larisa che scende a sera/ col manto di stelle, vale ancora pe Ilaria che sorride / all’angelo di tulle.
Apprezzabili sono anche certi dialoghi appena abbozzati nel ricorso al ‘tu’ interattivo: Non serrarmi di luce questo giorno oppure Perdona se alla proda / mi metto della via e ancora Portami/ Pandora / l’immensità, prima del passaggio al più diretto ‘io’: Bevo alla trasparenza / il verso e ancora Avrò le ali un giorno / cucite con le lacrime.
E qui per non smarrirci con il rischio di non ritrovarsi, conviene chiudere e lo facciamo con le parole della poetessa, ossia con due poesie. La prima tratta da “Violacciocche” con rimando alla sua terra d’origine:
Ho letto la mia terra
sulla voce dei poeti
sulle parole cariche di gemme
sui voli sui fruscii dei pettirossi
sulle onde fragorose del Tirreno.
Mi ricorrono i silenzi
la cupezza del fogliame,
breve sosta del tasso e della volpe.
Sospira la Pia de’ Tolomei,
nella cella angusta,
aspetta invano
che al cuore torni
a liberarla
la mano amata.
La seconda dal volume “Sinestesie” con richiamo a una terra che ci è nota. E sacrifichiamo
finanche ” il vento sanscrito”, tanto caro:
Esiste una terra ai più sconosciuta
che non amano i calanchi,
biblici fratelli di un’altra realtà
di nostalgici faggi
cje innevano il cielo
calestrino di novembre
dove il nibbio regna sovrano
nel volo breve al nido rupestre
e la mano sbrecciata
cerca ancora nelle notti di luna
singhiozzo d’argilla impastata
al monte del valico.