Mario Santoro
Torna alla memoria la poesia di Assunta Finiguerra con tutta intatta la sua forza di trascinamento, il piglio deciso, la sofferta tensione emotiva che si coglie immediatamente e che permane in ogni verso, l’impatto totale ed immediato, la carica di direttività che rispecchia pienamente il carattere dell’autrice, tanto nelle composizioni in lingua quanto in quelle che privilegiano la lingua sanfelese. In quest’ultimo caso, per quanto possa comprendere un non conoscitore del dialetto, il timbro linguistico sembra ancora più genuino o, per lo meno, poco contaminato e dunque si coglie appieno il valore della autenticità. E così la forza del linguaggio, generalmente asciutto e tagliente, e comunque tale da non consentire attardamenti, penetra e arriva puntuale al lettore che annota l’assenza di tentazioni autolesionistiche, di contorcimenti del verso, la mancanza di moduli addolciti, nessuna conceessione all’ indulgenza e dunque il non ricorso a perifrasi o a dichiarazioni abbozzate e lasciate nell’ombra del dubbio e della disambiguazione possibile. In verità si tratta di una comunicazione rapida e impressiva, con tagli netti e troncature tanto più grazie alla “concettosità” espressiva e terminologica che solo il vernacolo, se usato al meglio, può offrire. Va detto, tuttavia, che proprio dietro le volute troncature, gli urti inevitabili, le scosse anche violente, e dentro i suoni onomatopeici, ora rumorosi ma non inutilmente chiassosi, compare, a saper guardare attentamente, impalpabile e leggero, un velo di tenerezza e di delicatezza, che suona quasi come un bisogno e che non può essere dichiarato espressamente per una sorta di pudore da salvaguardare ad ogni costo. Già nel primo volume “Se avrò il coraggio del sole” il prefatore D’Annucci sottolineava “ora la contraddizione e lo sgomento dell’essere, ora la pacata indignazione per lo stillicidio del divenire” e ancora il contrasto ” amore-disamore, vita-morte” e ovunque sempre al di sopra il sole per tutti “simbolo metastorico della vita e della gioia, guerriero in continua collisione con la crucialità della morte e del non esserci”. Una sorta di condizione di permanente contrastività tra il reale, nella sua crudezza e, a volte, brutalità, e il sogno con il velo troppo sottile dell’illusione e della non realizzabilità. Assunta si erge a voce del popolo sicché la poesia, sovente perde le connotazioni individuali per farsi collettiva e corale, vera nelle increspature, con rimandi e ricordi che non privilegiano la dolcezza e la facile musicalità come accade a molti poeti dialettali, anzi comportano sedimentazioni sofferte e dolorose. Si tratta, come sottolinea Daniele Giancane in prefazione al volume “Puozz arrabbià” di “poesia che non si adagia più sul culto della memoria e neppure viene utilizzata in funzione alternativa alla società di oggi con i suoi riti consumistici e alienanti”; mantiene, al contrario, una profonda tensione che si tramuta ora in rabbia, ora in contorcimenti, ora in passione, ora ancora in fatalismo e negatività e in un ostinato rifiuto e ribellione. E così il titolo “Puozze arrabbià” diventa emblematico ma anche accattivante, indicativo e suggestivo perché si potrebbe ammantare, oltre la forza espressiva dei due termini di cui si compone, di un che di addolcito, di straordinariamente accettabile e gradevole, letto finanche sul velo della dichiarazione spontanea e come augurio, proprio come amabili possono apparire taluni versi, dopo la dichiarazione della vita intesa come casualità inevitabile ed ottusa e dunque sul versante del negativo da accettare ob torto collo. Si potrebbe, certamente, se il titolo si incipriasse di bonaria ironia! E allora nella dolcezza di alcuni versi, potrebbe fare bella comparsa la luna, questa eterna compagna sempre cara agli uomini per la sua partecipazione silenziosa e qualche volta ammiccante e compiaciuta. E basterebbe seguire il satellite terrestre e fermarsi solo a questo riferimento per avere della poesia della Finiguerra una campionatura certamente meno aspra e più sicura. Già al suo primo apparire la luna si connota come confidente e testimone universale, pronta a lasciarsi ammirare nella diversità delle forme che assume nel cielo e nella suggestione che sa determinare e che incanta l’autrice:
Vide quandè bbelle quera lune,
me ditte questa sera de settembre,
na favece vutuata me parije
ere n’eclisse e u core me fungiuaje.
La luna ammiccante e compiaciuta diventa amica e confidente e sa, opportunamente, nascondersi, dietro un velo di nube, magari per consentire agli amanti, senza dover arrossire, i baci sotto il cieligio e, talvolta è ancora più disponibile e partecipe nella sua pienezza, quando capita di assistere a manifestazioni intense di amore che l’autrice racchiude in un verso: sta vocche ca vasaje nda re f iene. E non vogliamo sapere se si tratta di rimando al passato, ad un amore, certamente ardente e passionale, ma forse finito e, dunque tale da implicare una sorta di rimpianto; a noi interessa apprezzare la forza espressiva dell’immagine resa bene dal dialetto e da impliciti riferimente a sinestesie sensoriali. Per questo diamo atto ad Alfonso Ilario Luciano che in proposito scrive: “La traduzione in lingua italiana, pure significativa e carica di elementi, perderebbe sempre in forza espressiva, in lucentezza e vigore e rischierebbe di farsi smorta se non anche scontata”. La Finiguerra appare sempre impegnata nello sforzo di riportare alla luce un mondo interiore, il suo ma anche quello di tanti altri, sicché le parole, ancorché doppiamente significanti, assumono un ruolo guida o fungono da tasselli privilegiati pur presentati, a volte, in un groviglio non facile da dipanare. C’è, da parte dell’autrice, una ferrea volontà di scavare nell’inconscio, ora graffiando, ora picconando, e sempre approfittando del dialetto che funge anche da schermo psicologico. E non si ferma se non quando fa eruttare dal più profondo dell’intimo tutto quanto nel tempo ha dovuto trattenere nel fondo, chiuso a doppia mandata per una sorta di timore di manifestare i sentimenti più intimi. Ed anche in questo piace ed è vera, stracciati che ha, quasi del tutto, i veli del pudore. Si interroga e interroga, sbigottisce e resta sorpresa. Nel suo animo rugge la rabbia che l’autrice pare non riesca a dominare, poi si addolcisce mantenendo sempre una certa asperità di voce, e denuncia quasi le debolezza dell’arrabbiatura che la fa diventare persona nel senso più nobile e vero del termine. E, come donna qualunque, ama e tiene all’amore e alla profondità delle sue manisfestazioni: Riesteme inde o core tutte i juorne nun scapuluà forese nda re ggruane, nun me lassa cu muaccature mmane a cchiagne fine a quanne tu nun tuorne. Si tratta di una richiesta pulita quanto legittima, diretta, una straordinaria fanciullesca dichiarazione di bisogno e di amore semplice, tenero, delicato, profondo, sincero ma anche tentatore e indomito e, se si vuole, un po’ selvaggio e padrone assoluto capace di ridurre a niente o a poco tanto che a-fere i zanghe me venne pe ttomaje. E torna ancora la luna, vezzosa nel suo nascondersi quasi tra le nubi, e non si sa se per giocare con la poetessa, improvvisamente tornata fanciulla. A tratti sembra che la poesia, per adeguarsi alla nuova situazione, debba farsi leggera e basarsi su sostegni che non hanno concretezza per attingere a un linguaggio elevato e lieve, e farsi immagine, visione impalpabile. Si ha la sensazionne di respirare aria rarefatta, di veleggiare ma il lettore attento, non si lascia ingannare e si accorge subito che i versi tornano a farsi forti e decisi, maliziosi ma senza cattiveria, e a tratti quasi sentenziosi o scherzosi o ancora addirittura cattivi nella invettiva: Te pozza venì na cacaredde te frasciasse a panze a vermeciedde, te scattesse u core e ppure u cule… Ma l’espressione, in chiusura, dura e spinta, quasi da far storcere il muso, nel rimando al cuore e al non nominabile posteriore, non deve trarre in inganno: non c’è davvero spregiudicatezza; pare piuttosto una voglia di esagerazione, uno sbandierare crudezza e realtà; insomma siamo di fronte ad un atteggiamento burlesco più che ad angoscia minacciosa, quasi un rimando vago alla poesia del troppo noto Cecco Angiolieri. Le poesie vanno lette certamente con indulgenza e condiscendenza, disposizione d’animo e consentono di recuperare suoni, odori e sapori e di scoprire un mondo passato o, per così dire, primitivo e un po’ ancestrale e come istintivo e indomabile eppure tale da poter essere coniugato al presente. E, dunque si può concordare con De Santis che scrive: “La Finiguerra cerca un linguaggio che le permette l’affermazione e la comunicazione di ciò che ella è e vuole essere. Un linguaggio reale e fantastico, esistito e immaginario. C’è evidentemente un disegno simbolico, metaforico alla base”. Non è difficile cogliere nei versi una sorta di bisogno di riappropriazione del dato reale con riferimenti concreti a operazioni pratiche, a tipi ben definiti, a figure precise e finanche ad animali:
Zingari coi coperchi mi vendevano rocche, fusi e grembiuli pinti
non avevano faccia e si chiudevano
per non fissare i miei troppo dentro.
E con il dato reale riaffiorano memorie chiare di dolcezze, non disgiunte da intenerimenti, da tenerezze incredibili ma anche da evidenti sofferenze, da intense passioni, da vibrazioni prolungate, da sentimenti mai totalmenti espressi e sovente destinati alla soppressione pur nel bisogno, a tratti, di essere gridati, quasi un’esigenza di riscatto e un bisogno di liberazione. E tutto questo è consegnato sovente a un verso o a una strofa anche minima:
Bocca che baciava in mezzo al fieno
voglio che se vieni mi consoli,
al piano e al cuore avvolto nella brina
e tuttavia indomita, ma io non muoio
pecché so mmale e fierre
Davvero si può dare ragione a Gaetano Pampallona che definisce la poesia di Assunta Finiguerra “un drammatico alternarsi di illusioni, corrispondenze e crudeli antagonismi, di impossessamenti precari, di laceranti perdite e di ossessive rinunce”. In effetti è facile verificare una continua alternanza di situazioni che potrebbero apparire contrastive, laddove il dissenso per taluni atteggiamenti rimanda per opposizione ad una sorta di consenso per il diritto degli umili, con la esplicita condanna delle classi cosiddette ‘per bene’, anche se gli scongiuri, le maledizioni, gli anatemi sembrano generalizzati. Sempre risulta la condanna, quasi inappellabile, di ogni falsità, di tutte le astuzie e le furbizie, con o senza dolo, di ogni sorta di inganno e di sopruso. Eppure di tanto in tanto la poesia si concede spazi di descrittività mai disgiunta da introspezione:
Chiange, e ccume chiange u ciucce!
Pure ca nge sò re mmaregarite
e cresscene u mese da-Signore
u mese de re rrose
sò sembe fiure de ciucce…
Pe quesse nessciune sape u delore suje
quannne se sonne a morte
e a vede bbelle cume a na stedde,
cume a na cumete.
Ma a paure u fotte.
“E facesse aviette juorne” dice
pe rresperà angore
e dda fastidje o sole.
Mese delle rose eppure dei ‘fiori degli asini’, del dolore, della morte, della bellezza delle stelle, del contrasto notte giorno, buio luce, delle contrastività continue e ripetute! Affiora anche la condizione del nostro profondo Sud, il periodo successivo alla seconda guerra mondiale, periodo di lotte sociali, di scioperi e di tentativi di ccupazione delle terre incolte, con la morte di molti contadini ed è presente l’insofferenza contro le classi priviegiate, l’amarezza e la denuncia che appare chiara nella silloge che segue:
Passe e lasse pò facijette a l’ate ttuare
Sand’Andonije, Sande Uite e San Gelarde
r’addummuannatte si u putienne arde
nda i vosche de Labbedde o da Jumuare…
L’immagine della silloge di Assunta simboleggia perfettamente certi tratti della condizione umana; non a caso tornano simboli variegati e riferimenti, ma non cambia il tono e il registro resta sempre lo stesso come identica è la partecipazione dell’autrice alle situazioni. Assunta Finiguerra ha detto molto e tanto ancora avrebbe potuto dire se non fosse stata prematuramente visitata della “signora di nulla vestita” di cui parla il poeta Guido Gozzano.
Assunta Finiguerra, nata a San Fele (PZ) nel 1946, ha lungamente vissuto a Roma, quindi a Milano. È scomparsa nel 2009. Autrice di prose e di versi, ha pubblicato in lingua e in dialetto i seguenti volumi di versi: Se avrò il coraggio del sole ( 1995); Puozzë Arrabbià ( 1999); Rescidde (2001); Solije (2003); Scurije (2005); Muparije (2008); Tunnicchje (2008); ha stilato una interpretazione lucana o «panmeridionale» (Pier Mattia Tommasino), de’ Le avventure di Pinocchio. Di lei sono stati editi infine i seguenti libri postumi: Fanfarije (2010); e (2010). Tra i numerosi riconoscimenti, si segnala il Premio “Pascoli”. È inclusa, tra le altre, nell’antologia Nuovi Poeti Italiani 5 (a cura di F. Loi, Einaudi, Torino 2004). Nel 2006, all’Università “la Sapienza” di Roma, Alessia Santamaria ha discusso una tesi sulla sua opera, relatore il prof. Ugo Vignuzzi.
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