
Marco Di Geronimo
Che cos’è la sinistra? Interrogativo pesante cui rispondere. Oggi la sinistra è molte cose, e in gran parte non è la sinistra di un tempo. Il che è un problema duplice: mancano radici storiche, manca comunanza di intenti. Ma dal basso del 23-24% (questa la mirabolante somma raccolta da tutte le sinistre immaginabili alle scorse elezioni) bisogna capire cosa fare per ricostruire un minimo di unità. Perché senza unità si è destinati a sparire, e non si può avere unità senza capire cos’è la sinistra.
Oggi ci ostiniamo a chiamare centrosinistra anche partiti come quelli della Bonino e della Lorenzin. Al di là del fatto che chiamarli partiti in sé è un onore eccessivo, la Bonino e la Lorenzin sono l’una una strenua sostenitrice delle politiche di austerity, osteggiate da tutti i progressisti d’Europa e del mondo degni di questo nome; l’altra una reazionaria colorata e glitterata, spalmata su posizioni conservatrici e da ultrà della CEI che si scontrano con la vocazione liberale della sinistra moderna.
Non ci può (e non c’è, né ci sarà) unità con questi fattori del centrosinistra-solo-nel-nome, e perciò già dal 24% scendiamo al 21%. Cosa rimangono? Il PD, la lista Insieme, Liberi e Uguali, Potere al Popolo, Sinistra rivoluzionaria e il Partito comunista. Cioè una banda litigiosa i cui membri hanno difficoltà a non prendersi per i capelli quando si incrociano per strada, figuriamoci a convivere in un soggetto politico unico.
L’unità è impossibile? No, ma è dura da raggiungere. Soprattutto passa attraverso due dolorosi passaggi. Il primo: la scissione a destra del PD, che pare Renzi sia ben disposto a concretizzare nelle prossime settimane. Nel breve termine, significa rinunciare a circa il 10% dell’elettorato (si scende all’11%), ma compiendo un investimento sostanziale: scompaiono i socialisti-solo-di-nome, ci abbandonano i fan boys del liberismo che impedisce convivenze civili nel PD. E tra l’altro l’elettorato diviene così risicato da rendere ridicola la separazione, premendo per la fusione.
Il secondo: la depurazione dei (dai) nostalgici/fanatici. Le posizioni più radicali devono essere accolte e incluse, ma devono anche essere capaci di accettare la normale vita di partito. Le diverse opzioni della sinistra possono convivere in un unico contenitore solo se riescono a trovare un progetto politico di lungo periodo, un grande accordo strategico in cui sentono di poter convivere. È difficile mettere insieme Marco Rizzo e i centri sociali, ma è necessario.
La soluzione la suggerisce il panorama europeo. Il Partito socialista europeo è ormai spompato e vedrà uno spietato concorrente formarsi alla sua destra: la pericolosa triangolazione Macron-Renzi-Rivera e la loro alleanza liberal-liberista di centro. E alla sua sinistra sembra superato e antiquato il progetto della GUE-NGL, il Partito della sinistra europea. Al suo posto fioriranno due opzioni nuove: quella guidata dal trittico Hamon-Varoufakis-De Magistris (che però appare incapace di rappresentare una vera alternativa, visto che si chiude in proposte velleitarie – d’altronde Hamon e Varoufakis furono bocciati alle rispettive elezioni nazionali) e quella, molto più potente e convincente, guidata dalla premiata ditta Melenchon & Iglesias, i protagonisti francese e spagnolo della rinascita della sinistra radicale.
Se i superstiti del PD e di LEU convenissero sulla necessità di rimettere in piedi una vera proposta socialista, nel nome come nei fatti, un buon primo passo sarebbe compiuto. Inserirsi nella lista di Melenchon significherebbe assorbire anche PAP, recuperando militanti e intelligenze preziose. Difficile che gli estremisti rossi possano salire a bordo, ma non impossibile. Si ripartirebbe in ogni caso dalla doppia cifra, e quando il Movimento 5 stelle inizierà a scricchiolare, chissà…