RIFLESSIONI SUL COVID

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dino rosa

La Cina è sempre stata, per me, un paese lontano anni luce. A differenza dei millenialls, sono nato e cresciuto in un mondo in cui i confini esistevano eccome, in cui l’Italia era una nazione ammirata e desiderata, non solo per le sue preesistenze , per le sue bellezze e per i suoi luoghi, ma anche e sopratutto per l’ingegno , la capacità di produrre, l’inventiva e per il senso artistico e creativo dei tanti produttori di bellezza. L’abbattimento di barriere fisiche e mentali, in questi primi 20 anni del nuovo millennio, ha comportato la consapevolezza della internazionalizzazione delle problematiche. O meglio ne aveva dato la sensazione, ma non la reale cognizione. Quando si è sentito parlare di coronavirus che si era sviluppato in un mercato cinese nella provincia di Wuhan, nel quale si vendeva di tutto, in una commistione incredibile, si stentava a credere che l’influenza avesse attraversato i confini cinesi. Figurarsi se avrebbe potuto toccare noi lucani!… e invece eccoci qui a contare i contagiati e, purtroppo, i morti. Ed è un bollettino da guerra.

E di fronte ad un figlio che ha inizialmente preso questa permanenza a casa  come una valida occasione per rimanere in contatto con i suoi compagni di scuola via Skype e poter giocare a Fortnite, oggi, nei suoi occhi, vedo una certa insofferenza per un isolamento che comporta tanti limiti. Fosse solo questo – mi dico in mente – quando leggo la sua noia mista ad una certa dose di stanchezza.

Fosse stato più grande gli avrei confidato la mia paura di fronte ad un accadimento la cui proporzione non era ben chiara fin quando non ci siamo trovati impaludati nel contagio; gli avrei parlato di come la politica è fatta, sempre e costantemente, da prime donne che si prendono la scena quando è il momento di riscuotere gli applausi ma si dileguano quando c’è da rimboccarsi le mani e da cominciare a lavorare pancia a terra. Gli avrei parlato di come, in questo preciso momento, le scaramucce, all’interno del Parlamento, non hanno alcuna ragione di esistere ma bisognerebbe, tutti insieme, mettersi a lavorare per salvare l’Italia che sta attraversando una crisi di proporzioni epiche. O forse no, a pensarci bene non gli parlerei di cosucce piccole e meschine, come può essere la corsa alla visibilità di persone mediocri che non  hanno rispetto neanche del dramma collettivo che viviamo. Se fosse stato più grande gli avrei parlato di quello che l’avidità e la cupidigia generano: l’ossessione del denaro che ha portato con sé la legalizzazione di comportamenti senza scrupoli di industriali e petrolieri che hanno condotto, insieme alle loro fabbriche, anche la morte e la miseria in alcuni territori, oltre ad un ripristino, di fatto, della schiavitù ottenuto attraverso la privazione dei diritti dei lavoratori. Gli parlerei di un’Europa che, ben differentemente dagli intenti dei padri fondatori, di fatto è diventata un club di banchieri dove ognuno decide in base ai soldi che impiega ed i paesi poveri hanno sempre torto. Gli parlerei di come, l’incapacità di trasferire ricchezza in un continente, lo ha ridotto alla fame provocando esodi biblici di disperati disposti, anche, a rischiare di morire affogati in mari tempestosi , invalicabili, pur di abbandonare la non vita che erano costretti a fare. Gli parlerei di come la globalizzazione ha sostanzialmente ed unicamente dato modo all’alta finanza di arricchirsi rendendo sempre più facili gli spostamenti fittizi di capitali per aumentare i guadagni, giocando su rivalutazioni e svalutazioni, facendo aumentare la povertà che si riflette nelle sterminate baraccopoli e non nei grattacieli che diventano biglietti da visita da esibire, unicamente, nei libri e nelle riviste a fini di marketing territoriale. A mio figlio direi che, alla solidarietà del dopoguerra, in cui l’unione faceva la forza, si è sostituita una maggiore durezza e l’idea che il mondo sia di chi è più abile a sfruttarlo.

Gli avrei parlato che, le ingiustizie, paradossalmente, appaiono più ingiuste nei momenti di necessità e che non è giusta una Italia che viaggia a velocità differenti per cui, un cittadino, viene accolto e curato, nel medesimo sistema sanitario, in modo differente se si trova a Milano o a Taranto.

Non posso farlo adesso. Federico, continua a giocare con i tuoi amichetti tanto a fare la guerra ci pensa papà.

Non posso fare neanche questo, purtroppo.

 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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