Rigenerazione urbana e tessuto sociale: qualche spunto per Potenza

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riccardo achilli

Siamo sul crinale di un grande rinnovamento dei paradigmi dell’urbanistica tradizionale, un rinnovamento indotto dall’avanzare della globalizzazione, con i suoi impellenti bisogni di innovazione tecnologica e sociale e le drammatiche contraddizioni generate e poco governate. Globalizzazione e rivoluzione tecnologica passano quasi esclusivamente dalle aree urbane, sia perché l’80% della popolazione mondiale vive in città, sia perché le città, e non solamente le grandi, ma anche le medio-piccole opportunamente connesse in reti di conoscenza più ampie, sono la sede dei luoghi della ricerca e dell’innovazione tecnologica e della sperimentazione sociale.

La spinta verso la digitalizzazione, la smaterializzazione dei fattori produttivi, con la conoscenza che diviene il fattore produttivo per eccellenza, l’interazione di rete e l’automazione dei processi sono la base di ciò che chiamiamo Industria 4.0. Il modello di riferimento non è più, come quarant’anni, il polo di eccellenza che nasce nel deserto, distribuendo esternalità positive in una causazione circolare cumulativa, come nel paradigma di Perroux e Myrdal, ma la rete neurale dell’intelligenza artificiale, dentro la quale ogni elemento, di per sé, non ha alcun valore se non è connesso nel tutto. Per anni, si è concepita la città, e quindi la politica urbana, come uno spazio chiuso ed autocontenuto, certo aperto verso l’esterno, ma a partire dalla sua identità e specificità, il suo genius loci, un qualcosa di non negoziabile e intangibile, che formava e cementava il senso di identità e di appartenenza di una comunità. Il paradigma era quello delle mura, che, se consentivano, tramite le porte, una apertura verso il resto del mondo, dall’altro contenevano ed isolavano una anima urbana e comunitaria del tutto autonoma. La storia del nostro Paese, che è in larga parte una storia di Comuni e Signorie, rafforzava questa visione della città, anche attraverso fenomeni folcloristici come il campanilismo.

Se il cuore è diventato la rete, la politica di sviluppo urbana deve spostare il suo focus: dalle infrastrutture e dall’investimento immobiliare pubblico, come in passato, verso le reti di trasporto, che nel paradigma dell’automazione crescente devono essere intelligenti, ovvero contenenti in sé i sistemi di autoregolazione dei flussi e delle direttrici. I sistemi di trasporto smart non possono soltanto limitarsi alle paline che segnalano gli orari dei mezzi in arrivo, ma devono possedere la capacità di elaborare i big data sull’utenza che provengono dai mezzi stessi per regolare in modo ottimale i flussi orari di corse lungo l’arco della giornata, ed anche per suggerire modifiche alla mappatura delle linee e delle percorrenze. La capacità di fare sistema deve essere aperta anche all’area periurbana attorno alla città, e questo è un ragionamento di sistema nazionale: l’investimento in alta velocità, che dovrebbe essere innervato anche nel Mezzogiorno, non solo con l’Alta Capacità fra Bari e Napoli (cosa peraltro diversa dall’alta velocità), ma anche con la possibilità di portare l’Alta Velocità, in prospettiva, fino a Reggio Calabria e Palermo, e fino a Bari sul versante adriatico, deve liberare dal traffico di lunga percorrenza le reti ferroviarie tradizionali, riconvertendole verso reti di trasporto regionale di breve e media percorrenza ed alta frequenza, come nel modello francese dell’RER. Piuttosto che investire, più che altro per ragioni simboliche che pratiche, sull’Eurostar Salerno-Potenza-Taranto, una linea in sostanziale perdita e nemmeno troppo “rapida”, sarebbe meglio potenziare i collegamenti ferroviari e su gomma di medio raggio tradizionali con Salerno e con Bari, al fine di consentire di collegarsi all’Alta Velocità.

La rete è un concetto da applicarsi anche alle tematiche sociali. Le città sono il centro di diseguaglianze di vecchio e di nuovo tipo: le tradizionali diseguaglianze reddituali, che creano quartieri in degrado urbano e sostanzialmente isolati dal resto del tessuto cittadino, fatto ulteriormente aggravato dalla storia di Potenza, che è la storia di una “urbanizzazione forzata” attuata in tempi rapidissimi e senza programmazione in coincidenza con la nascita della Regione, con quartieri e rioni messi su in fretta per inurbare popolazione proveniente da altre zone della Basilicata, creando un bizzarro fenomeno di quartieri “etnici” (il rione degli aviglianesi, quello dei picernesi, ecc.). L’investimento nelle scale mobili che hanno collegato un quartiere difficile ed isolato come Rione Cocuzzo al centro cittadino è stato senz’altro positivo, anche se la sua potenziale utilità è frenata dall’insufficiente offerta di mezzi pubblici per muoversi all’interno del centro, il che incentiva a continuare ad utilizzare l’automobile privata, e altrettanto positivi sarebbero dei progetti di riqualificazione edilizia di tale quartiere, ma bisogna prendere coscienza del fatto che le nuove segmentazioni sociali si muovono sul campo dell’accesso alla conoscenza. I nuovi poveri sono essenzialmente persone tagliate fuori dal sapere, dai dati, dalle informazioni. Essi vivono in una bolla di isolamento cognitivo che impedisce loro di acquisire una professionalità valorizzabile sul mercato, ma che, soprattutto, ingigantisce le contraddizioni enormi generate dalla globalizzazione, e le restituisce sotto forma di insicurezza. In uno degli innumerevoli errori che ne hanno costellato la direzione politica, e che gli sono costati la Regione, la precedente Giunta regionale ha aderito entusiasticamente alla redistribuzione nazionale dei migranti, senza nessuna azione di preparazione preventiva della popolazione. Oggi, di fatto, Potenza è una città di accoglienza di migranti, in un quadro culturale di una regione da sempre chiusa e diffidente rispetto alle influenze esterne.

Essendo costretti a rinunciare ad una idea moderna e del tutto democratica di controllo delle frontiere (l’ultimo che ci ha provato, con qualche risultato, si è auto-silurato condannandosi al declino politico) e non avendo i mezzi ed una organizzazione per mettere in piedi un normale sistema di espulsioni come fanno gli altri Paesi europei, dobbiamo convivere con una necessità forzosa di integrazione, e quindi lavorare sul sentimento di insicurezza delle periferie diviene un elemento fondamentale di tenuta sociale e civile. La lotta contro l’insicurezza si fa trasmettendo strumenti di avvicinamento culturale fra le varie comunità costrette a convivere, insieme, ovviamente, ad una più efficace politica di controllo e contrasto alla micro-criminalità in ambito urbano. Deve farsene carico il sistema scolastico, che deve essere mirato ad avvicinare i figli dei migranti alla nostra cultura ed al nostro modello di convivenza, al fine di evitare il più possibile il modello segregativo delle banlieues, che, proprio sui figli degli immigrati di prima generazione ha prodotto il brodo di coltura di fenomeni di radicalizzazione religiosa e terroristica. Ma deve farsene più generalmente carico la comunità di quartiere, tramite occasioni di interscambio culturale e di compartecipazione/avvicinamento reciproco fra vecchi e nuovi residenti, che creino quella conoscenza reciproca (ancora una volta, la conoscenza) necessaria per superare diffidenze e paure. Tali occasioni non possono soltanto essere affidate all’azione spontaneistica dell’associazionismo e del volontariato, ma devono essere organizzate, su base sistematica, dalle Autorità comunali. Personalmente, non credo che tali politiche siano una panacea, come invece si illude la sinistra, e credo che il ripristino di qualche muro sia sacrosanto, però in assenza di meglio andrebbero percorse in una ottica di limitazione del danno.

Più in generale, la lotta alle diseguaglianze, ed all’insicurezza che ne consegue, è però una lotta contro la povertà materiale. La lotta alla povertà materiale passa per il tramite di strumenti monetari di assicurazione, evitando cazzate ideologiche come le affermazioni che il reddito di cittadinanza scoraggerebbe l’accesso al lavoro. Ma passa anche per il miglioramento dei servizi essenziali, ad iniziare da quelli sanitari: una riforma sanitaria regionale vera, che non sia cioè un pasticciaccio fatto di accorpamenti come l’ultima, deve potenziare i servizi ambulatoriali di prossimità, deve migliorare la domiciliarietà delle cure e dell’assistenza socio sanitaria, deve sperimentare forme di domotica a supporto delle fasce più fragili della popolazione e di chi ha forme di disabilità o di scarsa autonomia. Deve investire in una fase di edilizia popolare, e aumentare l’offerta di alloggi anche tramite sperimentazioni di social housing, sfruttando il fondo a ciò deputato presso la CDP. Il riutilizzo delle aree e degli immobili dismessi, una vera priorità per una città come Potenza, piena di tali aree, dovrebbe abbandonare la logica speculativa e l’idea, in larga misura illusoria, che sia possibile creare valore da tali aree. Esse dovrebbero invece rimanere in capo al soggetto pubblico proprietario (anche perché spesso non si riescono a vendere nemmeno a prezzi simbolici) ed essere utilizzate come strutture sperimentali di progetti di ripopolamento di giovani coppie in quartieri ad elevato grado di invecchiamento, o come contenitori di progetti di assistenza sociale di quartiere, o progetti di post scolarizzazione di anziani a basso livello culturale. Persino forme di micro imprenditoria sociale (ad esempio, la creazione di micronidi autogestiti da alcune donne disoccupate residenti nel quartiere) possono essere una occasione per creare micro occupazione e servizi alla comunità.

 

 

 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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