
LIDIA LAVECCHIA
In Basilicata il 55% del territorio è a rischio desertificazione secondo il C.N.R. (Consiglio Nazionale delle Ricerche). Questo pesante dato fa parte di un nuovo allarme lanciato dall’Associazione Nazionale dei Consorzi per la Gestione e la Tutela del Territorio e delle Acque Irrigue (Anbi). Ne dà notizia il vicepresidente nazionale Anbi e direttore regionale della Cia-Agricoltori Donato Destefano aggiungendo che da tempo Anbi e Cia sono concentrati sulle problematiche relative ai cambiamenti climatici e quindi ai rischi conseguenti fra cui la desertificazione e il dissesto idrogeologico.
La desertificazione, causata da condizioni climatiche ma anche antropiche, rappresenta l’ultimo stadio di degrado del suolo con conseguente perdita di produttività biologica e geologica, nonché annullamento dei servizi ecosistemici forniti dal terreno, causandone alterazioni difficilmente reversibili, che comportano l’impossibilità di gestire economicamente attività di agricoltura, silvicoltura e zootecnia.
Distefano evidenzia, inoltre, che in un solo decennio la superficie agricola investita nella nostra regione è diminuita di 64.611 ettari, pari al 12% in meno. Come Cia afferma: ribadiamo che il suolo va difeso e fertilizzato naturalmente, un suolo fertile mantiene l’acqua e l’agricoltore custode impegnato nella tutela della biosfera e della biodiversità è il primo a farsi carico di questa esigenza senza la quale è impensabile di nutrire il pianeta. A questo operare è di essenziale supporto la ricerca. Il nostro ruolo come organizzazioni agricole è proprio questo: stimolare e contribuire alla ricerca e trasferire innovazioni e conoscenze alle imprese agricole. Tuttavia questo è possibile se accanto alla sostenibilità ambientale che è il primo impegno dell’agricoltura mondiale si pone la questione della sostenibilità economica dell’impresa agricola. Senza la quale l’agricoltura non ha futuro.
“Si deve porre un freno ad un uso dissennato e confuso del suolo agrario soprattutto – evidenzia ancora Distefano – determinato dalle azioni non programmate delle opere di urbanizzazione, in particolare per centri commerciali e capannoni industriali. Occorre arrestare questo fenomeno con una gestione accorta degli insediamenti, recuperando una enorme cubatura abitativa, industriale e per servizi da tempo inutilizzata. C’è l’esigenza di più agricoltura e di accrescere la sua funzione.”
Del gravoso problema si è occupata anche ‘Europa Verde’nel dossier su incendi edesertificazione presentato qualche giorno fa a Roma. Il cambiamento climatico, con siccità prolungate alternate a intense precipitazioni e aumento repentino delle temperature, sta letteralmente divorando il territorio, innescando processi come l’erosione delle coste, la diminuzione della sostanza organica dei terreni e la salinizzazione delle acque.
Ma quali sonole cause del degrado dei suoli?
Esse sono legate a diversi fattori, sia naturali che antropici. La desertificazione rappresenta il risultato finale di questo complesso sistema di interazioni che porta a pregiudicare, in modo pressoché irreversibile, la capacità produttiva degli ecosistemi naturali, agricoli e forestali.
«I fattori determinanti” prosegue il Rapporto di Europa Verde “che possono condurre al degrado dei suoli sono in particolare: l’erosione, lo sfruttamento eccessivo delle falde idriche, gli effetti della compattazione, la conversione delle aree agricole dovuta all’urbanizzazione ed alle dinamiche di popolazione nelle aree costiere, la salinizzazione primaria e secondaria, l’impatto degli incendi forestali e dei disboscamenti, la perdita di suoli su detriti alluvionali recenti a causa dell’estrazione di sabbia e ghiaia».
Per questo è necessario costruire nuovi invasi per raccogliere l’acqua piovana e intervenire sugli acquedotti per eliminare le perdite. E’ questo il messaggio che lancia l’Anbi, l’associazione dei consorzi di bacino (gli enti pubblici che gestiscono i bacini di fiumi e laghi).
Sono passati vent’anni da quando una legge, fortemente voluta dai Verdi, ha introdotto il reato di incendio boschivo, eppure non si è fatto nulla per aumentare le iniziative di prevenzione e rafforzare il controllo del territorio. Al contrario, con la riforma Madia del Governo Renzi, si è pensato di cancellare e militarizzare il Corpo Forestale dello Stato, lasciando che si perdesse un patrimonio prezioso di esperienze e capacità. Il responsabile ha un nome e un cognome e noi non possiamo fare a meno di chiederci cosa stia facendo adesso, dalla sua poltrona al Senato, Matteo Renzi. L’attività di prevenzione del rischio incendi boschivi è fondamentale al fine di tutelare l’incolumità delle persone e per evitare che il nostro patrimonio ambientale venga distrutto, a maggior ragione con una crisi climatica che è causa di danni incalcolabili ai territori e al settore agricolo lungo tutta la Penisola. Oltre a un provvedimento che ripristini il Corpo Forestale, è assolutamente necessario un importante e incisivo intervento organizzativo e un’efficace messa a punto delle risorse materiali e umane, rafforzando, in termini di personale e mezzi, i nuclei investigativi specializzati nei reati ambientali che negli anni sono stati distrutti.