LA PITTURA DI MICHELE ASCOLI
di Lucio Tufano

Gli aspetti di paesaggio che suscitano particolari suggestioni nei lavori di Michele non hanno epoca. Non sono la protostoria della età del grano e delle mandrie, non sono neppure attuali. Sono la campagna nella idea socratica della ruralità disadorna, l’esito simbolico dello spazio e del caseggiato, della dimora-rudere che offrono sensazioni coloristiche ove le immagini non perdono nitidezza nei riverberi, nei margini delicati, nei contorni che sembrano svanire in lontananze di luce ed ombra.
A differenza dell’impressionismo che incatena l’istante di “una sola volta che più non ritorna” e dove il paesaggio non è una realtà fissa e statica, bensì visione fuggente, questo di Ascoli è solo remoto. Lo si guarda da una finestra semiaperta. Lo si scorge attraverso la lente ingrandita nel pulviscolo atmosferico. Un regno mitico che dalle alture alle pianure opera un gioco da terza dimensione.
Primordiale vista, antichi scorci, tratturi disseminati di radi muriccioli, offrono la edotta maestria di chi in altra esistenza pare abbia visto quelle contrade solitàrie, un “parco” di costoni e scarpate, dimore un tempo viventi, abituri, casolari, espressioni inconsce di un bisogno impellente, quello del rifugio, ripari del cuore vivo, pertinenze della montagna aspra e brulla, esposta alle erinni del vento, dell’acqua e del sole che rosicchiano, dilavano e sgretolano il pietrame. Sporadiche orme di villaggi diruti e diradati, gli esiti di nomadi rapiti nel turbine di polvere delle stagioni, di una antica razza di semplici arroccatori.
Arte dell’occhio, quella di Ascoli, non distinta da quella dell’udito, dalle tonalità musicali, per una armonia che evoca magicamente i bruni tetri o i rossi cupi dei crepuscoli, i picchi aguzzi dei Carpazi lucani, corone naturali in procinto di tramonti, ugge di primavera e di autunno, ermitage che rivelano l’onirico rupestre. Se l’arte ha dei confini, tali confini sono quelli dell’anima e non quelli fisiologici del rilievo spaziale, in una successione di piani a sfondo sconfinato che pur pare congiungersi con lo spazio cosmico.
Destini consunti nel ramingo, nel brado, in direzione del tempo predestinato, trascorso ed irrevocabile.
Spicchi di una regione appenninica che suscita l’amore del ritorno.
Ritorno vissuto nella memoria, anzi nell’inconscio di una reminiscenza delle contrade del silenzio, lungo i percorsi del demiurgo.
Il significato offerto dal tema delle tele è dato dal rispet
to dei colori. Si tratta forse di colori euclidei? Quelli delle antiche note e tonalità? Quelle stesse verdastro-brune, bruno-umide, rosso-scure che hanno tessuto le campagne del Caravaggio e del Giorgione, o quelle delle opere di Van-Dick, frammenti di età romantiche?
Ascoli plasma le nebbie verdi-azzurre e usa il bruno promiscuo come sintesi delle tinte mattutine dell’anima rupestre.