
Mario Santoro
Circola, silenziosamente, quasi per tema di poter disturbare, la bella raccolta di poesie ‘Rivoli di luce’ di (don) Cesare Mariano nella quale, dal principio alla fine domina, nella sua straordinaria potenza e per inferenze molteplici, con tratti di autentica spiritualità, la luce non solo come esplosione quasi a confermare la bella immagine che il poeta della Neoavanguardia Antonio Porta suggerisce per definire la poesia: “vaso rotondo, liscio e bianco,/ chiuso”, che “galleggia sul fiume tumultuoso” ed esplode solo sotto il colpo del martello lanciato dal poeta, ma anche più propriamente come semplici rivoli, ossia come flussi, magari anche lenti ma copiosi che ‘tagliano il deserto’ e sanno trasformarsi, per grazia divina in corposi ‘fiotti di speranza’ atti a fecondare ‘la dura creta’ e a rivitalizzarla. E’ dunque luce che simboleggia e connota la spiritualità e coinvolge tutta la sfera affettiva che sembra quasi perdere ogni pecuiarità concreta e rende luminosa ogni possibile oscurità e grigiore con la spinta, che sovente diventa bisogno insopprimibile e urgenza, di trasfigurazione e di svelamento continuo e insistente. Cesare Mariano sembra decisamente far proprio il messaggio di papa Francesco nella lettera ai poeti laddove, con parole semplici ma dirette, il capo della Chiesa dichiara che la poesia ‘può anche aiutarci a comprendere meglio Dio come grande poeta dell’umanità’ e sottolinea l’importanza assoluta si utilizzare ‘parole poeriche che contano davvero e sappiano essere salvifiche’. Il canto e l’esaltazione del Cristianesimo si colgono in tutta evidenza e possono essere compresi nell’immediatezza al primo impatto con questa poesia devozionale che ostenta una fede ferma e convinta, mai offuscata dal dubbio, anche quando l’autore chiede al Signore, con palpitante tremore, di non lasciarlo solo e di accompagnarlo nel cammino, in maniera da poter attraversare le ‘porte di luce’ e da consentirgli di raggiungere il porto di quiete nella ‘tua Grazia’.
In te il mio respiro,
in te il riposo del mio stanco sof io.
In te trovi pace il mio cuore
quando troppo duro è il cammino.
In te sia luce la mia vita.
La tensione dell’anima che anela a Dio ‘creatore e Signore di tutte le cose’ è sempre palpabile indipendentemente dal punto di vista prospettico, sia quando il poeta si ferma a guardare e a considerare il prodigio del seme che tra i solchi trova rifugio ed origina ‘soavi germogli’ di vita, sia quando leva tremula e palpitante la voce per annunciare… il Mistero
della Tua incarnata
presenza,
sia tutte le volte, e sono tante, che esprime gratitudine all’Altissimo, per lo sguardo che Egli,
generosamente, volge e
non giudica
né disprezza.
E proprio questo spinge a coltivare gelosamente, la speranza che possa splendere sempre,
serena e sorridente
la luce di Grazia
sulla mia vita’.
Luce che non abbisogna di alcuna aggettivazione perché le contiene tutte magari possa illuminare tutta l’umanità. Di qui il bisogno irrefrenabile di ricorrere all’iterazione decisamente insistita, convinta e incredibilmente incantevole, con i segni tutti dell’implicita lode:
Tua gioia,
Signore,
è il respiro
del tuo Sof io creatore
nelle nostre deboli mani.
Il linguaggio si adegua alla purezza del contenuto e si mantiene stringato, essenziale, breve e senza aggettivazioni che rischierebbero la ridondanza se non anche un vago senso di sovrapposizione concettuale; per questo esso rapido ed impressivo, efficace e diretto, con versi che si caricano di significati profondi, di inferenze delicate, di allusioni che sottendono amplificazioni, di indicazioni chiare, di prospettive lungimiranti, di gioia serena o rasserenante, senza vuoti attardamenti e senza linee di copiacimento. Il lettore si lascia catturare e ha bisogno di fermare la sua attenzione e di tornare a leggere per diventare compartecipe di tanta tensione emotiva e dopo ogni poesia è spinto a riflettere e a godere un silenzio foriero di pensieri, di immagini, di sensazioni anche minime ma puntuali e precise, di emozioni che tendono ad ingtrecciarsi e dal profondo dell’anima scaturiscono significanze consegnate ad una parola, ad inferenze profonde e molteplici che si attardano a risuonare nella sua mente e riverberano nell’anima:
…
in te
risuona
la Parola
che,
ogni infermità
sanando,
di luce
e di grazia
ricolma.
Ed è inevitabile che la poesia tenda alla verticalizzazione massima e miri a farsi vertigine, inebrietudine, trepidazione, con o senza turbamento o peggio ancora angoscia e ingenera una sorta di benefica e salvifica serenità. E viene facile e conseguenziale al poeta osare di sperare nella misericordia divina e di domandare, con fiducia:
Che io non sciupi,
o Sifnore,
il momento favorevole
della tua visita.
Ed è un vero e proprio miracolo che si può realizzare, con il massimo della naturalezza nella sua eccezionalità, al punto che l’autore sente di poter aggiungere
…possa
il mio cuore
esultare
nel mistero
del tuo amore.
E può certamente capitare che la poesia, dopo l’alto volo, possa tendere non dico a planare verso il basso, ma, nel suo ondeggiare lieve possa ammantarsi di pensosità e in qualche modo misurarsi con la caducità terrena, col il senso del dolore e della sofferenza, con la pochezza dei limiti, propria dell’essere umano e la debolezza dei propositi e finanche possa approdare alla sensazione di copevolezza che fa dire al poeta, giovane, vigoroso e al tempo stesso umile,
Una stanchezza antica
rende adulto e greve il mio sguardo.
Si tratta di comprensibile gravezza, individuale certamente ma anche allusivamente collettiva che si consegna, per qualche attimo al verso che tende alla disposizione orizzontale come accade
anche altrove
Vanità la folle fretta che tutto divora
inganno la vuota attesa di momenti migliori.
Come accennato si tratta di una condizione momentanea che, porta l’autore alla Gerusalemme e cioè alla città sacra per eccellenza,
luogo dove tutto si compirà.
E c’è la sensazione del cedimento, tutto umano, per grazia della maestà divina, se il poeta si concede la descrizione tenera, anche se volutamente minima, dell’ambiente naturale:
I monti ti cingono, le valli si inchinano a te,
perché tu sei Gerusalemme,
la città dell’elezione.
…
E il verbo si fece carne
e pose la sua tenda tra di noi.
Ed è inevitabile lasciarsi abbracciare dall’amore divino:
Il tuo Regno,
o Signore,
benefico potere di grazia,
integrità
e vita
all’uomo ridona .
Fin qui il poeta che si lascia avvolgere dai suoi innumerevoli rivoli della luce e che attendiamo fiduciosi ad altre prove, sia per un canto poetico, che coinvolga sempre l’uomo nella sua totalità e dunque con ripiegamento sulle tante problematiche dell’esistenza e con il racconto della sofferenza e magari del superamento del ‘male di vivere’, sia perché chi si lascia contagiare una volta da quella che Gozzano definisce ‘tabe letteraria’ non se ne liberra più. Ed è un bene!