ROCK, BLUES, POP E MALINCONIA: LIGABUE

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di IMMACOLATA BLESCIAImmacolata Blescia

Sono le 21 esatte di lunedì 27 febbraio quando, puntuale come una rondine a primavera, spunta sul palco del Palasele di Eboli, fra urla osannanti e scalpitio ovattato di un palazzetto in fermento, l’ operaio musicista e antidivo per eccellenza: Luciano Ligabue.
Il Palasele è in fermento e dalla mia postazione in tribuna est si staglia una distesa di migliaia e migliaia di braccia rivolte verso il cielo, così sincronizzate nei movimenti da sembrare un ‘unica grande e sinuosa onda umana. La bellezza che può sprigionare la musica è una delle magie più riuscite dell’uomo.
Quanti avrebbero scommesso sul successo di un giovane di Correggio, figlio dell’umile provincia emiliana, che con quella faccia pulita da bravo ragazzo si ostinava a suonare del rock? Già … del rock: perchè per quanto lo si declassi a re del qualunquismo, il Ligabue degli esordi è l’immagine più credibile del rocker italiano.
Da più di vent’anni coniuga rock e blues, pop e malinconiche sonorità e il tutto sempre stando lontano dagli eccessi, dai riflettori gratuiti e dalla vita estrema.
Egli ha saputo riscattare l’immagine del rockettaro e dimostrare quanto si possa fare del rock anche mettendo garbo ed eleganza sia sul palco che nella vita privata.
Ieri sera, mentre calcava il palco strizzato in una giacca dal taglio avvitato che lasciava trasparire un fisichetto per niente male, si è avuta la dimostrazione tangibile di quanto i concerti siano il suo habitat naturale.
Il rispetto per i fan che ha dimostrato sin dall’esordio con una puntualità spaccata al secondo, il concedersi magnanimo e sorridente (a volte addirittura imbarazzato) alle urlanti ragazzine annata duemila o giù di lì che , nonostante non siano della nostra vecchia guardia come età, sanno apprezzarlo e amarlo, lo consacrano come il miglior esempio di antistar.
Mi sento di muovere una sola critica ed è  alla scelta della scaletta: su 29 brani eseguiti, la prima metà apparteneva al nuovo album. Avrebbe potuto alternare il Ligabue tendenziale e a volte anche un pò commerciale di oggi, con quello dall’anima grintosa e garbatamente ribelle degli inizi, creando così un’altalena di umori e sensazioni dando maggiore uniformità all’esecuzione.
L’umore del palazzetto infatti credo ne abbia risentito: se la prima parte del concerto è stata improntata su uno stile maturo, più nuovo e consapevolmente moderato nella struttura musicale, la seconda parte è stato un tripudio di ricordi e un verace alternarsi di rock e blues, di pop e di strumentale. Era il delirio!
Ligabue, come tanti, ha risentito della commercializzazione della musica ma, nonostante questo, può vantare un canzoniere di tutto rispetto.
Sono stati Balliamo sul  mondo, Lambrusco e pop corn, Urlando contro il cielo e altri pezzi intramontabili a infuocare letteralmente i cuori; la provincia emiliana, il sogno americano, Elvis e l’idea che si possa essere vincitori anche se perdenti, sono la sottile linea rossa che lega ogni suo brano.
Qualsiasi polemica riguardo a paragoni con altri artisti, nello specifico con Vasco Rossi, credo sia sterile quanto inutile. Ogni artista possiede una chiave in grado di aprire i cuori alle emozioni e di dare parole e suono a sentimenti che proviamo ma che spesse volte non riusciamo, o inconsciamente non vogliamo, esprimere.

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Sull' Autore

Dino De Angelis

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