SALANDRA E’/E OGNI ALTRO PAESE LUCANO

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di Margherita Marzario

Salandra di una volta, Salandra nei ricordi: la sapienza degli studi teologici e filosofici nel convento francescano; la saggezza degli anziani sdentati e coi volti segnati dal sole e che rimanevano a casa sino all’ultimo dei loro giorni; la sacralità dei rapporti di vicinato, di comparatico, di parentela e di ogni cosa; la sapidità dei prodotti della terra, dagli asparagi selvatici alle “olive gentili”, conservate nell’acqua e sale e mangiate durante tutto l’anno; la salacità delle chiacchiere di piazza; la sagacia delle donne che, mentre lavoravano all’uncinetto o ai ferri davanti all’uscio di casa, notavano tutto e tutti pur facendo finta di nulla e che hanno preceduto la moda dei“social”; la “santità” dei nomi di alcune campagne, da San Vitale a San Vito; la salubrità dell’aria di bosco, che è la prima sensazione che, nonostante tutto, ti accoglie ancora ad ogni ritorno. Il proprio paese nativo è come la propria pelle che, anche se coperta da rughe, cicatrici, tatuaggi o altro, rimane attaccata sino alla fine.

Salandra: tra ricostruzioni e ristrutturazioni, abbattimenti e accadimenti, ascese e discese, galline e colline, arcaici calanchi e vecchi stanchi, ciottoli e viottoli, pale e pali, arrivederci e addii,… rimane Salandra nel cuore! Almeno lì o solo lì!

Per quanto piccolo era popoloso e popolato di relazioni, situazioni e azioni: raggranellare, soprattutto da parte delle donne, grandi risparmiatrici e amministratrici, le monete delle lire o qualche banconota della verdognola cinquecento lire nel “porta zecchini” – di similpelle (com’era chiamata allora) o pelle, in pochi e spenti colori e con chiusura metallica “clic clac” -, per la spesa alimentare strettamente necessaria o per accontentare i bambini di nascosto che desideravano comprare nella “bottega” (e non supermercato o ipermercato) le cosiddette “pesche”, piccole confezioni cilindriche avvolte in carta di colori pastello e contenenti piccole sorprese ma grandi davanti agli occhi attoniti dei bambini cui non erano consentiti capricci e giocattoli costosi; raccogliere le lenzuola ben stese e candide di “lisciva” di cenere o le uova a fine giornata e ricordarne ancora il tepore o la sensazione del guscio sporco di escrementi o fili di paglia; racimolare un po’ di olio o altro come paga a fine giornata lavorativa durante il periodo di miseria generale; raccomandarsi ai santi per la salute o ai “compari politici” per il lavoro o il disbrigo di qualche pratica burocratica; raccontare frottole quando si combinava un guaio, per esempio si faceva rompere la bottiglia di vetro nel recarsi dalla lattaia nella zona alta del paese; rapportare, tanto che colei che riferiva i fatti altrui era chiamata “rappurter”; rammendare in maniera certosina una fitta rete di fili,con la pazienza di una gazza ladra nel costruire il suo fitto nido con i rametti, tanto che il buco rammendato diventava bello come un pizzo chiacchierino o anticipava il disegno della ragnatela sul costume dell’Uomo Ragno; rattoppare da arte del patchwork in particolare i pantaloni che quando venivano stesi sembravano quelli dei clown; rassettare la casa anche con l’assillo del “mai sia viene qualcuno”…E il tutto lo si faceva in compagnia dei vicini di casa o alla presenza dei bambini che osservavano, aiutavano, animavano. Era tutto una scuola di vita, altro che “cooperative learning” o altri metodi didattici di oggi.

Il paese d’origine: geografia sensoriale, genetica spirituale, geometria emozionale, gestualità familiare, gemme da rispolverare, gente da ricordare, genuinità da ritrovare… Anche se, poi, quando vi si torna, si trova che molto, se non tutto, è gerontico e fermo in un angolo come un geco, pronto a scappare dalla vista, ma non dalla memoria delle vene.

Il paese: ti insegna la pacatezza, la pazienza, la parsimonia, seppureti invischi nella pastoia di pettegolezzi e olezzi.

In un piccolo paese si contano le nascite e i morti. Si contano i matrimoni e i presunti tradimenti. Si contano chi entra e chi esce da una casa e i definitivi trasferimenti. Si contano le zanelle di pietra della piazza a furia di calpestarle. Si contano chiacchiere, dicerie e pettegolezzi… Ma almeno tutti possono contare ed ognuno conta qualcosa!

E per questo, quando muore qualcuno di tua conoscenza nel tuo paese d’origine, mentalmente ripercorri subito la strada per giungere alla sua abitazione pur non essendoci mai stato. Gli attribuisci modi di fare e di dire e abitudini note. E immagini che quella porta si chiuderà e al tuo ritorno ripercorrere quelle strade non sarà più lo stesso perché mancheranno gli odori della sua cucina, un incontro, un saluto, un’ombra in un paese in continuo spopolamento, in una terra depauperata di ogni risorsa, a cominciare dal dialetto. La morte di qualcuno in paese è come l’abbattimento di una foresta o la chiusura di una biblioteca. Impariamo, invece,a dare importanza alla più piccola e semplice espressione perché non si ripeterà e nulla ci rende più ricchi ed unici del patrimonio emozionale e relazionale.

La Basilicata è un pullulare di paesaggi naturali scolpiti dall’usura del tempo, quei paesaggi culturali forgiati dalla cultura ecosostenibile degli uomini che vi hanno abitato e vi abitano: dalle cave della pietra di Gorgoglione (MT) alla Casa Cava di Matera, dalla Grotta delle meraviglie a Marina di Maratea (PZ) alle leggendarie grotte dei briganti…La Basilicata è tutta un paesaggio culturale (locuzione usata per la prima volta proprio per Matera), ma non sempre ci si accorge di quanto sia speciale e non la si rispetta come tale, un po’ come si fa nei confronti delle mamme!

Infatti, il monologo “Petrolio”, di e con l’appassionante e appassionato attore lucano Ulderico Pesce, racconta la bellezza mozzafiato della Basilicata, fatta di boschi millenari, mare cristallino, calanchi che sembrano le mani della terra che viene fuori dal sottofondo, paesini bellissimi arroccati a strapiombo,fiumi ciottolosi o distese di grano, ma narra pure del giacimento più grande dell’Europa continentale situato nella regione tra Viggiano e Corleto Perticara (PZ). Quel petrolio che, insieme all’estrazione, ha portato distruzione dell’ambiente e della salute e distrazione dai veri problemi annosi lucani.

Cesare Pavese ne “La luna e i falò” scriveva: “Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti”. Quando una terra o un paese non significano più questo perché trovi tutto cambiato, deturpato, malandato, spostato, allora ti apparti alla ricerca di qualcosa di lontano e immutato, come il sole al tramonto che, calando oltre l’orizzonte, porta tutto con sé in un’ampolla d’emozione. Come si era appartato Rocco Scotellaro dopo la delusione della sua esperienza politica che l’aveva addirittura portato ingiustamente in carcere.

Ed uno dei più grandi esempi di lucanità, e specificatamente di maternità, è stato e rimane proprio quello della madre di Rocco Scotellaro, Francesca Armento, cui lo scrittore dedicò vari versi. Una madre lucana che per il figlio ha fatto di tutto: silenzio senza far mancare il sostegno altresì nelle scelte incomprensibili o difficili, sacrifici, sofferenze sino al sostare nella solitudine, avvolta nel suo manto nero, sulla tomba del figlio prematuramente morto. 

Come non essere rispettosi e orgogliosi della lucanità, di tutto ciò che è stato ed è lucano? Da menzionare il “favismo”, sindrome emolitica, che è stata così denominata dal medico lucano Giovanni Montano (Lavello, 1844-Lavello, 1901; è stato anche sindaco del paese), che l’aveva repertata su alcuni pazienti, verso la fine dell’Ottocento, dopo un consumo ripetuto di fave crude o mal cotte, oppure dopo l’inalazione involontaria di polline di fave, e che, poi, si è dedicato agli studi delle relative cure.

Basilicata, terra di virtuosi e di virtù: “[…] quella che è la virtù prima e antichissima di queste terre: l’ospitalità; la virtù per cui i contadini aprono la porta all’ignoto forestiero, senza chiedergli il suo nome, e lo invitano a mangiare il loro scarso pane; di cui tutti i paesi si contendono la palma, fieri ognuno di essere il più amichevole e aperto al viandante straniero, che, forse, è un dio travestito” (da “Cristo si è fermato a Eboli” di Carlo Levi).

Basilicata, terra di veracità e di verecondia. “La vera solitudine purifica l’anima / e la spalanca ai quattro venti della generosità. / La falsa solitudine chiude la porta a tutti gli uomini / e si esaurisce nelle proprie sciocchezze” (lo scrittore Thomas Merton). La vera solitudine: quella che suscitano i paesi e borghi lucani.

Basilicata, terra “angolosa” e di angoli di mondo.“Se c’è uno stagno, o anche soltanto una pozzanghera, il cielo ci si specchia, al tramonto ci si indugia la luce e, la notte, ci cade dentro la luna: tutto un mondo in una pozza d’acqua; e noi non l’avevamo visto. Distratti, assenti, avevamo solo fatto attenzione a non bagnarci le scarpe. Ma, se appena la bellezza ci apre gli occhi, sul mondo dilaga lo stupore: stupefazione che è l’incantamento, che è gioia, che è preghiera” (la scrittrice Adriana Zarri). Tutto quello che ispira la terra lucana se ci si fa prendere dall’amore per lei e ci si fa trasportare lungo i suoi sentieri impervi ma emozionanti!

Terra ancestrale e astrale. Insidiosa e insidiata. Mistica e mistificata. Ieratica e enigmatica. Atavica e apatica. Arcaica e arcana. Pur sempre e per sempre terra lucana!

Essere ed esserci: l’essenza della lucanità. I lucani sono e ci sono, come i calanchi, da tempo immemore e restano tali in ogni tempo e spazio.

 

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Sull' Autore

Insegnante, giurista, con la passione della lettura, della scrittura, della fotografia e di ogni altra forma di arte e cultura. Autrice di tre libri per Aracne Editrice (Roma) – fra cui “La bellezza della parola, la ricchezza del diritto” (2014) menzionato nel sito dell’Accademia della Crusca –, di oltre 150 pubblicazioni giuridiche citate in più sedi (testi giuridici, convegni, università, siti specializzati, tesi di laurea) e di altri scritti, già operatrice socioculturale nel volontariato (da quello associativo a quello penitenziario). Nata a Salandra (MT), vive a Matera.

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