Molte parole e pochissimi soldi: solo 9 miliardi messi nel piano recovery fund per la sanità, una cifra lontanissima da quella segnalata come risolutiva dal Ministro Speranza e che si aggirava intorno ai 68 miliardi. Fatta salva la promessa di intervenire in più anni e con fondi anche diversi, l’ idea corre all’utilizzo del Mes cui si sta andando incontro, senza però dirlo e senza farlo capire. La premessa di questo intervento è che il sistema sanitario nazionale ha manifestato una certa debolezza, riassumibile in una carenza di organico, una mancanza di assistenza sanitaria nel territorio,una difficoltà nell’approvvigionamento e in una penuria di strumenti e infrastrutture tecnologiche. PoRre dei correttivi alla situazione significa operare su più fronti: la ricerca biomedica da potenziare, l’acquisizione di infermieri ( l’Italia ha una percentuale del 5,8 contro l’8 di media europea) la mancanza di una efficiente rete digitale per la diagnosi e la cura a distanza. I medici ci sono ma solo in alcune specializzazioni e sono assolutamente insufficienti in anestesia e terapia intensiva, medicina interna e pneumologia, pediatria), carenze che devono necessariamente essere affrontate per poter sostenere le sfide fin qui richiamate e poter continuare a garantire un Servizio Sanitario pubblico con elevati standard di qualità delle cure”
Sul potenziamento del sistema salute sul territorio, “la prossimità – si legge nel Piano – va intesa come vicinanza ai bisogni dei cittadini, creando servizi integrati e incentrati sul bisogno della persona e della comunità, attraverso percorsi di prevenzione e cura che coinvolgano attori pubblici e privati presenti sul territorio, così come la comunità e le associazioni del terzo settore, per offrire una rete di assistenza resiliente ed efficace a tutti i cittadini, a prescindere dal contesto geografico e socio-economico, non basata solo sul modello dell’Ospedale. Ciò al fine di superare le debolezze dell’assistenza territoriale socio-sanitaria emerse e rivelatesi critiche nella gestione dell’emergenza da Covid-19, nonché l’ormai storica e strutturale disomogeneità distribuzione territoriale di servizi sociali, sanitari e ospedalieri, spesso a svantaggio delle aree rurali e marginali del Paese”.
Come realizzare questo potenziamento del teritorio? In primo luogo l’integrazione complessiva dei servizi assistenziali socio-sanitari per una presa in carico globale della persona all’interno della Casa della Comunità; poi la riorganizzazione della gestione dei servizi di cure domiciliari integrate e lo sviluppo e implementazione locale di un modello digitale dell’assistenza domiciliare integrata; quindi la promozione della salute, la prevenzione primaria e secondaria e il controllo delle malattie trasmissibili e non trasmissibili, per tutte le persone prese in carico nella Casa della Salute, anche grazie all’integrazione delle soluzioni tecnologiche. Seguono l’implementazione di presidi sanitari a degenza breve (Ospedali di comunità) che svolgano una funzione intermedia tra il domicilio e il ricovero ospedaliero tramite la costituzione di Centrali Operative Territoriali; il miglioramento degli standard assistenziali nelle Residenze sanitarie per pazienti disabili e non autosufficienti; lo sviluppo capillare della rete di centri territoriali per il contrasto alla povertà sanitaria. la salute per tutti e non per i ricchi. A parole funziona.