SARACHELLA, LA MASCHERA POTENTINA 2)

LUCIO TUFANO

Da quale lingua può derivare il Saraké o il Saràkel? Dall’ebraico, dall’aramaico, o dall’arabo? Potrebbe essere Sarakèno, che oltre a saraceno, potrebbe significare “detentore di sarcasmo”, come Sarkàs, e può provenire da una sorta di anagrafe infernale, dagli epiteti stranissimi come Skaraboff, Skarachinzl, Skarakoff, Sarakaff, Scarafel, Scarafezz … e via di seguito – incarnazioni varie del diavolo che oltre ad impersonare creature dispettose, può anche significare l’avidità e l’ingordigia, la viltà degli infimi, quelle identità che, nella letteratura della paura e della fiaba, ridono, sghignazzano o si prendono gioco dei savi, picchiapetti, attaccabrighe, e …

La voce a tre tonalità, stridula, chioccia o nasale, faceva del Saraké, uno spiritaccio irrequieto, impertinente e temibile.

Ma volendo nobilitare il nome di Sarakéd, occorre collegarlo, nel dialetto potentino, al potere afrodisiaco della “saraca”, o delle aringhe che popolano le acque dell’estuario del Tago di Lisbona, quando stordite d’amore, si fanno raccogliere dalle reti, quel sapore di sale e di mare che noi assumeva valori sublimi rispetto alla nostra povera e semplice frugalità.

È per questo e non solo per questo che abbiamo utilizzato questa analogia, racchiudendo in essa e in tale nome, sagoma, compendio e simbolo necessari per inventare o riscoprire una nostra maschera. 

Vi abbiamo caricato l’ironia, l’invettiva, la calunnia, la maldicenza, l’elenco dei cornuti, e quello della “baccanti” signore della città-bene, le iperbole e gli aneddoti del mondo trasgressivo, la forza, la battuta ed infine il sarcasmo, come rimorso e come accusa, infine ancora una certa idea di riscatto. 

E se Ulisse Aldobrandi sostiene che il brutto, l’omuncolo, l’omaccione, il corto, lo sghembo e l’obeso, gli uomini strani di corpo, di gambe e di faccia, sono le espressioni di coloro che solitamente mangiano male e malissimo, che hanno una dieta di carni, grasse e selvatiche, o di erbe e ghiande, basandosi sulla testimonianza di Galeno, per quelli che non mangiano affatto, siamo agli scheletrici, a sparuti figuri, ai melensi, agli spettrali compagni dell’Apocalisse.

Ma volendoci rifare alla Retorica di Aristotele notiamo come si distinguano due tipi umani fondamentali che a tutti gli effetti non si possono considerare nell’ambito della normalità; indipendentemente dalla loro presenza fisica: il versatile ed il tranquillo, al di là di quello che mangiamo o che non mangiamo. Ciascuno di questi cela in sé una linea di tendenza che può anche portare al degrado, qualora i tratti originali vengano accentuati ed esasperati.

Ciò è evidente – dice Aristotele – quando si osservano le rispettive discendenze: la prole di Alcibiade e di Dionisio il vecchio tende alla follia, i figli di Cimone, di Pericle e di Socrate volgono alla pigrizia ed alla stupidità.

Ciò nonostante l’umanità ha bisogno di entrambi i tipi. Non solo per utilizzarli a suo modo, ma anche per esigerne le movenze, il modo di gesticolare la loro eventuale baldanza, l’ira e la stoltezza, anche al fine di fare teatro.

E perché specie il pubblico o la corte hanno bisogno dello stolto? Perché lo stolto più di altri anima il teatro.

«Proprio quando si diffonde il timore che la sragione abbia a conquistare il mondo civile e metterne in pericolo l’intrinseca razionalità strutturale, quando i pazzi non vengono più tollerati nelle città, non hanno più alcuno spazio nelle pieghe del tessuto sociale, accade che nel palazzo, accanto al “potere”, l’insensatezza non solo ritrovi una propria giustificazione, ma si veda riconosciuta a tutti gli effetti come professione e come arte».

È per questo che il Sarakè significa finalmente elevare lo stolto ed il sottoproletario miserabile agli onori della ribalta, in forza di una legge del contrappasso che ha visto tanti sciocchi, travestiti da illuminati, salire al rango di onorevoli, solo perché imposti dai gruppi di potere, dai partiti, dalla dabbenaggine della gente.

Sarakè è l’emblema dell’ingenua innocenza, della vulnerabile stupidità, ma anche della furbizia, a volte inconsapevolmente macchinosa e programmata.

Da tutte queste considerazioni è scaturita l’idea di una storia del grottesco agroalimentare e folclorico, lungo i tortuosi sentieri della vita materiale, come liturgia del grottesco neuro-fisico-vegetativo; ed anche come grottesco della paura, tra fame e sazietà, il grottesco fisiologico della commedia sociale e della piazza-teatro.