STA NASCENDO IL PAESE DI ARLECCHINO

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L’editoriale di GIUSEPPE DIGILIO

Un Paese che non ci crede più mette a rischio le fondamenta della democrazia. Lasciar passare ogni cosa  sotto fatalistica giustificazione che ” così fan tutti” è il modo più sicuro di minare alla base ogni possibilità di  rinnovamento .

Se una classe dirigente ha fallito, e ciononostante riesce a rigenerarsi in altre forme, racconta la storia triste di un Paese non in grado di produrre nulla di nuovo. E l’orizzonte è sempre più affollato di ex che fagocitano attuali. Responsabile un memoria italiana che si dice essere troppo corta per ricordare tutto.

Così, a distanza di pochi mesi, si scopre che tra il dire e il fare c’è di mezzo lo spread, l’Europa, l’economia e il debito pubblico.

Niente riduzione delle accise sui carburanti, niente smantellamento della legge Fornero, niente reddito di cittadinanza per come era stato ipotizzato, nessun dietrofront sulle politiche energetiche legate ai combustibili fossili, niente sostegno agli agricoltori, niente di quello che si era lasciato credere rispetto all’ipotesi che le cose, per noi italiani, sarebbero andate diversamente o, addirittura meglio, niente chiusura dei pozzi di petrolio, nessun intervento in ambiente se non peggiorativo con l’alzamento dei valori degli idrocarburi nei fanghi destinati all’agricoltura ecc. 

Solo promesse. Stimolare la crescita, il benessere delle categorie più deboli, sviluppo di politiche industriali favorevoli alle imprese, sostegno alla disoccupazione e aumento dei posti di lavoro, riduzione del debito pubblico, maggiore sostenibilità ambientale e bonifica dei siti inquinati, chiusura dei pozzi petroliferi ecc., sono state e restano sempre le solite parole dette al vento a cui, però, i cittadini si aggrappano sempre speranzosi. Un vero politico lo sa e in ogni campagna elettorale le fa sue, aggiungendo, di volta in volta, un carico di altre promesse che fanno breccia nella mente e nel cuore degli sprovveduti elettori.

Nulla di nuovo. Dal dire al fare ci sono le cose correnti che garantiscono la vita dei cittadini italiani su questo pianeta. E se l’Italia dopo un secolo e mezzo è tornata ad essere spaccata come quando nel 1946 il sud votava per la monarchia e il nord per la repubblica, il resto dell’Europa accelera aumentando il proprio vantaggio competitivo rispetto all’Italia che era, è, e sarà ancora fanalino di coda di un continente che fatica ancora molto a crescere.

Rompere con l’Europa su fatti che ci vedono protagonisti in negativo non sarebbe la priorità del Governo a trazione Leghista. Almeno questo è quello che i ministri dell’economia e dei rapporti con l’Europa, garantiscono. Una circostanza che a lungo termine, però, potrebbe realizzarsi, nostro malgrado (malgrado i cittadini). Qualora, infatti, i paesi membri sostenessero l’esigenza di attivare procedure di infrazioni nei nostri riguardi, l’Italia si troverebbe a dover ripianare maggiori debiti con aumento di tasse, aumento della disoccupazione, della povertà ecc. Queste circostanze acuirebbero la rabbia dei cittadini contro l’Europa che già oggi è considerata despota, opprimente e vessatoria, per famiglie cittadini e imprese.

A pagare le spese, come sempre, però, saranno i cittadini. Cittadini che sperano solo ed esclusivamente di vedere realizzate le promesse elettorali ricevute. Fa niente se sono improbabili e difficili da realizzare. Il 40% degli elettori, al sud, ha scelto di votare chi l’ha sparata più grossa. Questa volta. La prossima potrebbe scegliere di votare chi la spara ancora più grossa e, per l’esperienza che ci stiamo facendo, a spararle più grosse, per ora, è sempre  il leader leghista che trascorre l’80% del suo tempo pagato per legiferare, sui social e su tutti i media possibili. Se a questo si aggiunge l’eco che alcuni “ex”, in continua evoluzione, orientati oramai a cavalcare il salvinismo in odore di vittoria, la questione meridionale che è stata la vera ragione per cui tutto il Sud ha votato in favore della speranza bocciando la concretezza del governo eurodiretto, potrebbe essere definitivamente accantonata in favore di una più produttiva area del paese, giustamente cara al leader della Lega Nord.

Se il Movimento non avesse sovrastato tutta la sinistra moderata e pure quello che resta di Forza Italia al sud, a quest’ora staremmo parlando d’altro. E se non ci fosse stato il Movimento Cinque Stelle, il sud, piuttosto che votare per il Governo uscente incapace di intercettare i bisogni dei cittadini, avrebbe scelto di votare Salvini ponendolo indiscutibilmente a capo di una coalizione di centrodestra Lepenista, con il risultato di un governo ancor più disastroso per il  sud.,

Ecco perché è necessario che il sud abbandoni la rassegnazione e il vittimismo che Pino Aprile, in una intervista, definisce rancoroso e privo di senso. Il Nord si dichiara ufficalmente non disponibile a pagare anche per il sud e la loro ricerca di autonomia viene paradossalmente definita corretta dal vicepremier Di maio. Il Paese Arlecchino si prepara ad apparire nello scenario  italiano ed europeo. E le pezze nere indovinate dove sono?

 

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Giuseppe Digilio

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