GERARDO ACIERNO
LUCANITA’ – Storie di un mondo altro
Nel glorioso ‘Club degli Anziani’ di Torretta, l’ora nona (le tre del pomeriggio) è l’ora delle storie.
Enzo narra le gesta di un noto avvocato vissuto negli anni Sessanta del secolo scorso. Lingua tagliente e pregiudizi a cascata, il bizzoso professionista sparlava di tutti e di tutto. Niente che lo entusiasmasse più di tanto. Nulla che gli andasse a genio. Del paese e dei compaesani criticava tutto. Lo chiamavano ‘Vipera’ e tutti lo temevano, finché si decise, tra i maggiorenti di Torretta, di eleggerlo Sindaco per addossargli responsabilità e cantargliene, poi, di santa ragione.
Dopo un paio di mesi di governo ‘Vipera’ si arrese. Furono accolte con mascherati ma soddisfatti sfottò le sue irrevocabili dimissioni –‘per gravi motivi di salute’ egli fece dire in giro – dalla guardia comunale, la stessa che tutte le mattine lo aspettava per accompagnarlo nei vicoli a caccia dei sacchetti di spazzatura colpevolmente lasciati a ciglio strada.
Come esempio massimo del suo livore si ricorda quella volta quando, durante la quotidiana passeggiata sotto i platani del Corso, ‘Vipera’ fu avvicinato da una contadina appena giunta in paese dalla vicina campagna. La donna imbracciava due borse ricolme di casereccio bendiddio e, visibilmente sbandata, si rivolse al terribile avvocato, chiedendo: “Scusate, signo’, mi sapete dire dove sta di casa la famiglia Scarabini, la prima famiglia del paese?” ‘Vipera’ che altro non aspettava per umiliare sia la poveretta sia la famiglia citata, sua acerrima avversaria politica, con acredine e tono severo rispose: “Se prendi la strada dalla piazza alla Chiesa Madre è la prima, ma se vai dalla Chiesa Madre alla piazza è l’ultima famiglia del paese!”
Mario conserva come una reliquia la pagina di un quaderno tappezzata di scritti e disegni. È un foglio giallo più giallo di un limone, privo di data e sottoscritto da certo Rocco Pocaterra.
Su di esso risaltano figure umane disegnate con elevata maestria, a matita, un chiaroscuro quasi perfetto. Sono volti appena sorridenti, hanno intense espressioni e sono segnati da tratti indicanti sacrifici. Come una corona uno scritto li racchiude: Mario lo legge con un pizzico di buonumore sperando di giungere, una volta per tutte, a conclusioni condivise sulla fattezza di quei volti e sulla veridicità di quel documento:
“Questo è mio nonno che fece otto figli. Mors (morì) che lo mozzicò nu can arrabbiad. Lu miedech era chiù can dë lu can e nun gh fece la puntura.
Questo è mio padre Giovanni fu Rocco. Tiene cinquanta anni e sei figli. Ha fatto la guerra con cumpa Gerardo ma cumpa Gerardo è morto.
Questa è mia madre. Si chiama Lucietta. Ha ditt che mi deve regalare un altro fratello che si deve chiamare Mario che è un nome moderno.
Questo sono io quando ho fatto il militare a Vicenza che è una bella città.
Questa è mia sorella Maria che adesso si sposa con il figlio di Vaccaredda e chi si è visto si è visto.
Questo è mio fratello Carmine che va alla scuola che vuole fare il meccanico di automobili.
Questo è mio fratello Luigi che adesso è entrato alla Posta e fa il postino.
Questo è mio fratello Pasqualino che ha già fatto il militare nella Reggia Marina.
Questo è mio fratello Antoniuccio che tiene sette mesi e mangia come ‘nu diavolo. Mio padre ci vuole far fare il maestro di scuola che è un bello mestiere che non si fanno i calli”.
Il Club, a questo punto, affoga sotto una cascata di risate. Tutti a commentare i disegni: il cappello floscio del padre, lo sguardo disperso del nonno, gli occhi bassi di mamma Lucietta, Rocco con bustina e stellette, i capelli ben raccolti della sorella, gli occhiali del postino, la bella posa del marinaio, le fasce strette attorno al piccolo, futuro insegnante.
Un ‘luminoso’ pezzo di un’Italia diversa, lontana, meridionale fin dentro il midollo. Un’Italia povera, sostenuta dai sogni. Una stagione altra, definitivamente e fortunatamente dissolta nelle pieghe del Tempo.
Fedele, piccolo (per statura), grande (per arguzia) uomo, dalla balbuzie sapiente, furba, da tutti bene accolta, ha trascorso parte della sua vita a Roma, dai figli, impiegati e militari. Girovagando nella Capitale egli è sempre andato curiosando, informandosi su mille cose (il cambio della Guardia al Quirinale; la stazione Termini e il suo turbolento mondo circostante; le esibizioni della banda dei Carabinieri a Piazza di Siena; le donne scollacciate in via Veneto; la squadra della Roma più forte di quella della Lazio) per raccontare il tutto, poi, con orgoglio e un po’ di presunzione (io là e voi sempre chiusi qui..) ai suoi amici del Club, al ritorno in paese nei mesi estivi.
Fedele è morbosamente innamorato del melodramma, ‘ dei pezzi d’Opera’ come si dice a Torretta. I figli, conoscendo questa sua passione, gli hanno regalato lo stereo e i grandi – in tutti i sensi- dischi di Casa Ricordi. Traviata e Manon, Barbiere e Cavalleria lo hanno sempre incantato. E di questo incanto egli ha riempito le giornate trascorse in questa bella compagnia.
La sua passione per la lirica discende da anni lontani quando, a Torretta, per la Festa del Santo Patrono fu ingaggiata la banda da giro più famosa dell’epoca: “Città di Gioia del Colle”. Il pugliese complesso musicale aveva da poco vinto un prestigioso premio internazionale in quel di Stoccolma e di conseguenza –racconta Fedele – “bisognava sistemare musicanti, solisti e soprattutto il Maestro in appartamenti decorosi.
Alla ‘prima co..cornetta’ – inizia a balbettare Fedele- toccò la casa di don Guglielmo il notaio. La casa aveva i balconi che affacciavano sulla piazza e il notaio aveva una figlia in età di matrimonio di nome donna Giu..Giudittella. I due giovani, la pri..prima co..cornetta e la fi..figliola, s’innamorarono di colpo!
Dovete sa..sapere che allora le bande si fermavano anche pe..per un mese e qui..quindi tutto il paese seppe del fatto. Donna Giudittella era la più bella ragazza di Torretta. Il padre la voleva ‘dare’ a un ricco co..comm..mmerciante di stoffe di Salerno. Lei, però, si era invaghita di quel giovane, squattrinato musicante e una no..notte se ne scapparono.
Durò po..poco la storia. Don Guglielmo fece rinchiudere la fi..figliola in convento e co..così, donna Giudittella da allora si chiamò suor Maddalena.
Il mu..musicante continuò la sua carriera fino a diventare Maestro e Direttore d’Orchestra. E’ tornato qui a Torretta dopo trent’anni. Solo io l’ho riconosciuto. E una notte mi ha portato sotto il ba..balcone di quella casa e con be..bella voce ha cantato insieme a me: ‘E lucean le stelle ..’, dalla To..Tosca di Puccini”.
Ultimato il racconto, il buon Fedele sfodera dal taschino un minuscolo fazzoletto bianco: finge di portarselo al naso ma lo usa, furtivamente, per asciugarsi gli occhi.