
Leonardo Pisani
Dialogo con Gianfranco Blasi su riaperture e nuovi investimenti. Fra scostamenti di Bilancio e Recovery Fund. Dal coprifuoco alle vaccinazioni. Da Draghi alla nuova questione meridionale.
Onorevole Blasi, stiamo assistendo ad una parziale riapertura di molte attività economiche, compresi bar e ristoranti, anche dei centri commerciali. Allo stesso tempo, siamo ad una graduale ripresa della didattica in presenza. Insomma un passo verso una ripartenza del tessuto economico e sociale…
Aggiungerei, teatri, musei, concerti, stadi, palestre. Tutto in sicurezza. Secondo protocolli dati. Non capisco questa posizione muscolare di alcune forze politiche a favore del coprifuoco. Consentire di rincasare alle 23 o alle 24 nei prossimi mesi, mi sembra ragionevole. Ma l’obiettivo è che la parola coprifuoco scompaia dal vocabolario della vita sociale dalla prossima estate. Le vaccinazioni avanzano. Il generale Figliuolo è bravo, non è Arcuri. Bisogna mantenere atteggiamenti personali improntati alla responsabilità. Ma recuperare spazi di libertà individuale. Per troppo tempo vi abbiamo dovuto rinunciare. Qualche volta subendo e non condividendo i provvedimenti restrittivi.
Partiamo dai dati macroeconomici: quali sono i settori più colpiti e quali le aree più in difficoltà del Bel Paese e perché?
Dal punto di vista territoriale la crisi è trasversale. I più colpiti sono gli autonomi, i privati. Le partite Iva. Turismo e commercio, cultura e spettacolo. Si è creata una spaccatura fra garantiti e autonomi. All’inizio, questa sperequazione è stata involontaria. Certo, perseguire, ora, in questo errore, sarebbe folle. Ecco, perché bisogna riaprire. Non ci sono solo questioni psicologiche e valoriali, come le libertà individuali da ripristinare. Ci sono questioni economiche ed esistenziali. C’è un paese da rimettere in moto. Non ci saranno mai ristori sufficienti se si continua con le chiusure. La gente vuole tornare a lavorare. Dobbiamo convivere con il virus, non subirlo supinamente chiudendoci nelle case. Peraltro sono proprio i luoghi chiusi privi di controllo quelli più pericolosi. Non certo i posti di lavoro, i ristoranti o i parrucchieri.
Onorevole Blasi, c’è il pericolo di una ripartenza a più velocità: nello stesso Nord ci possono essere aree che si riprendono prima, penso alla cintura del Milanese o del Torinese e non quelle montane con un’ economia più turistica o di indotto turistico.
Prima di tutto, riapriamo in sicurezza. Secondo, con le vaccinazioni, consentiamo gli spostamenti delle persone. Sto parlando dell’Europa, non solo del nostro territorio nazionale. Terzo, valutiamo l’impatto del Recovery. In questi giorni si ricordano i 75 anni dalla morte di Keynes. C’è l’eterno dibattito fra le sue teorie e quelle monetariste, che perseguono l’equilibrio finanziario attraverso un uso selettivo della moneta. Il fallimento di queste teorie monetariste, cioè di austerità, fatte di vincoli di bilancio, ha rilanciato le idee keynesiane. Ricordiamo che Keynes basava i suoi studi sul principio che le politiche di sostegno della domanda globale abbiano un ruolo fondamentale in ambito macroeconomico, in quanto i fenomeni di disoccupazione e di inadeguato impiego delle risorse possono essere contrastati da una politica di investimenti da parte dello stato anche in condizioni di deficit di bilancio. In questa fase di crisi stiamo stampando moneta, scostamento di bilancio dopo scostamento. Persino con una quota di Recovery ci stiamo indebitando. Draghi lo chiama debito buono. Va bene, ma, attenzione, non dimentichiamo che l’obiettivo di keynes era promuovere la piena occupazione. Io mi accontenterei, per ora, di difendere le quote di lavoro che avevamo nel 2019. Cioè, spendiamo i soldi a debito per investimenti, per produrre futura ricchezza e difendere e sostenere lavoro. 
Solo una parola: Sud. Personalmente sono perplesso che ci possano essere politiche particolarmente calibrate per il Mezzogiorno. Lei che pensa?
Il Sud ha bisogno di infrastrutture strategiche, di ricerca, di rafforzare alcune vocazioni produttive. C’è necessità che il capitale umano resti e che, se possibile, ne arrivi dall’esterno. Cioè che il Sud diventi attrattivo. Bisogna promuovere una transizione vera, non solo quella, irrinunciabile, di tipo ambientale, ma anche quella dal modello della dipendenza all’autonomia. Spesso, il dibattito politico, accademico e culturale, imputa il declino del Mezzogiorno alla sola mediocrità dei decisori regionali. Si omette il ruolo determinante dello Stato e della Ue nella filiera decisionale delle politiche di sviluppo. Dico questo: leggiamo il Recovey Plain italiano, che ai primi di maggio conosceremo nel dettaglio, e capiremo se ci sarà l’auspicata inversione di rotta per il nostro Sud.
Onorevole, e la Basilicata? Le voci di maggior produzione sono idrocarburi e automotive e le nubi all’orizzonte ci sono e tutte. Mi sa che ci vorrebbero degli Stati Generali per la Basilicata: schermaglie, pur legittime, tra maggioranza e opposizione non portano a nulla. Lo stesso dicasi per i vari interessi – pur legittimi – corporativi o di settore, che non aumenteranno, certo, il già basso Pil…
“Oggi più che mai – scrive nel suo ultimo libro il prof Leonardo Cuoco – il cambiamento delle politiche di sviluppo, ed in particolare, la creazione di posti di lavoro in Basilicata, non sono più obiettivi prioritari, vanno, invece, perseguiti senza indugi per garantire la sopravvivenza della nostra comunità.” Il senso di queste affermazioni è che siamo all’ultima chiamata. Da una parte abbiamo la fine di un sistema. Il fallimento sociale. La miseria e la desertificazione, accompagnata dal reddito di cittadinanza e dal progressivo e definitivo invecchiamento della popolazione. Dall’altra la necessità di ridefinire una progettualità economica e sociale che restituisca protagonismo ai territori. Petrolio e auto motive sono condizioni produttive esterne e non permanenti. Sulle quali è giusto discutere, naturalmente. Ed è giusto integrare queste attività ad un resto che per ora non c’è in maniera compiuta. Il punto è che noi abbiamo bisogno di produrre cambiamento e discontinuità. Nuovi posti di lavori in ambiti più strutturati e duraturi e seguendo alcune vocazioni territoriali. Non credo che tornare ai modelli corporativi e assistenziali del passato possa aiutare la Basilicata. Il centro destra per ora è in ritardo perché non ha reso evidente un processo decisionale diverso. Un proprio modello di sviluppo. Dunque, ci sarà bisogno ancora di tempo e di nuove proposte. Ma avremo modo di parlarne. Per ora, accontentiamoci di sottolineare che il confronto è fra due modelli inefficaci. Uno vecchio, l’altro completamente inespresso.