TALENTI LUCANI: GIULIANA DE DONNO

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Da “Mondo Basilicata” n. 31/32

 

Giuliana De Donno:

l’arpa, la mia migliore amica

 

La sua bellezza, il suo sorriso e la soavità dello strumento con cui divide praticamente ogni istante delle sue giornate non traggano in inganno. Giuliana De Donno,

arpista apulo-lucana- materana dalla nascita ma da genitori salentini ha una forza di volontà e una determinazione degne di una guerriera celtica, tanto per non andare troppo lontano dalle origini del suo amatissimo strumento.

Perché l’arpa? Quando è nata la passione per questo strumento?

Ero piccola, avevo cinque, sei anni, e il sabato sera con i miei genitori e i miei fratelli guardavamo tutti assieme il varietà in tv. Io ero lì, ipnotizzata, ma non dai cantanti che si esibivano, no, io guardavo incantata, fra tutti gli orchestrali, colei che abbracciava l’arpa, uno strumento così ingombrante e al tempo stesso elegante.

Le corde pizzicate, si muovevano all’unisono con le dita. No, non mi sembrava uno strumento come gli altri. E infatti non lo era. Per un paio d’anni assillai mia madre finché, quando di anni ne ebbi otto, la convinsi ad iscrivermi al Conservatorio Duni, a Matera, e da lì la mia vita cambiò. Sono rimasta a Matera fino alla fine delle scuole superiori e avendo ormai chiaro che l’arpa sarebbe stata la mia vita, andai a Roma per seguire la mia insegnate che mi aveva seguito fino a quel momento a Matera. Entrai al Conservatorio di Santa Cecilia dove mi diplomai brillantemente tra non poche difficoltà. Era un ambiente tranquillo, rassicurante, rigoroso ma non competitivo qual era stato, invece,  il Conservatorio Duni a Matera. Lì mi trovai a confronto con studenti che venivano da ogni parte d’Italia, e non solo. Fu un approccio stimolante e traumatico al tempo stesso. Ma non mi sono mai data per vinta, da quelle crisi che pure non mancarono, tirai fuori la grinta per superare le difficoltà tecniche ed entrai in una sana competizione con gli altri compagni di studi. Anni duri, ma fondamentali.

La prima esperienza da musicista e non più solo da studentessa

De Donno

quale fu?

Appena diplomata fui chiamata a far parte di una orchestra da Camera appena fondata e intitolata al maestro Goffredo Petrassi. Il mio battesimo, insomma, fu molto bagnato, ma anche un traguardo, il primo da musicista.

In quegli anni, era la metà degli ’80, la musica contemporanea e sperimentale era molto in voga ed io ero lì pronta e curiosa a suonare, esplorare e sperimentare nuove sonorità e nuovi linguaggi musicali che con l’arpa si sposavano benissimo.

A dispetto del suo “ingombro” e della sua fama di strumento dal suono dolce ed evocativo, scoprii che l’arpa poteva sprigionare suoni modernissimi. Naturalmente questo passaggio non fu indolore. Dalla musica classica che avevo suonato

fino ad allora, ero stata catapultata, peraltro a livelli altissimi, fra professionisti abituati già a quelle sonorità. Ricordo ancora che alla prima prova per un concerto trasmesso poi in diretta su Radio 3, ero ancora a metà dell’esecuzione quando gli altri

orchestrali avevano già finito di suonare. Ma anche lì, dopo un profondo sconforto, potenziata dalla mia volontà ferrea, non mi diedi per vinta, grazie anche al direttore d’orchestra, che data la mia giovane età comprese la mia poca esperienza, e così insieme a lui provai e riprovai, fino a mettermi al pari con gli altri.

Essere un musicista professionista vuol dire studiare sempre, perfezionarsi di continuo, insomma mettersi sempre alla prova. L’arpa ha forse una difficoltà in più: sdoganarsi dal concetto che sia uno strumento adatto solo a evocare particolari sonorità. Anche l’immagine stessa dell’arpa, le sue dimensioni, il modo di suonarla, l’iconografia nell’arte, l’hanno sempre raccontata come uno strumento degli Dei, delle fate, degli angeli, insomma non del mondo reale; e quindi capace di produrre una musica di nicchia, (classica.) Ecco, io sono felice invece che oggi l’arpa

abbia superato questo tabù, e venga inserita sempre più spesso nelle sonorità contemporanee, (tecno).

L’arpa ha vinto i tabù che l’hanno sempre accompagnata, ma il suo fascino viene da lontano. La lira, la cetra, le sue bis bis bisnonne insomma, ne sono la prova. Ma anche la Basilicata ha una grande tradizione di arpa, quella viggianese. Ci tengo a dire subito che sono tra le poche arpiste professioniste a suonare e possedere due arpe viggianesi autentiche, datate fine ‘700. Nella mia collezione di arpe (che suono tutte)

quelle viggianesi occupano un posto d’onore. Il posto del cuore.

Innanzitutto perché appartengono alla mia terra, unica regione italiana a vantare una tradizione di arpa popolare “portativa”, ossia da caricarsi a spalla. I suoi suonatori erano infatti girovaghi, e portavano con sé quello strumento con cui e di cui vivevano.

Si dice che l’arpa di Viggiano possa condividere le origini con quella celtica: la tradizione vuole che alla fine del ‘600 un gruppo di nobili irlandesi, in fuga dalla loro patria trovò rifugio in Basilicata, alla fine del ‘600, portando con sé alcuni esemplari di arpe irlandesi, questo strumento e la loro tradizione musicale.

Più verosimilmente si pensa che l’arpa viggianese derivi da quella  rinascimentale, di tradizione napoletana. Napoli era la meta più ambita per i musicisti, era un vero crogiolo di popoli e di artisti. Ad ogni modo quella dell’arpa di Viggiano è una testimonianza prestigiosa di un popolo amante della musica e capace di trasmettere questa passione e anche di trarne sostentamento.

Dopo un lungo oblio, dovuto all’ingaggio in agricoltura dei musicisti ambulanti, l’arpa di Viggiano cadde in disuso, e questo strumento venne quasi dimenticato. É stata l’etnomusicologia prima, e le nuove generazioni di Viggianesi poi, che hanno voluto recuperare la tradizione dell’arpa di Viggiano. Oggi esiste una scuola di musica dedicata a questo strumento, e questo mi sembra un ottimo risultato.

L’arpa è davvero uno strumento trasversale in tutto il mondo. Dall’Europa, all’Africa, fino al sud America, assieme avete fatto il giro del mondo. Senza dimenticare la mitica “notte della taranta” di Melpignano (Le).

Pur avendo avuto il privilegio di suonare in posti davvero stupendi (le rovine di Cartagine, il Ninfeo di Villa Giulia, il Museo del bardo a Tunisi) quella della Notte della Taranta posso affermare essere stata l’esperienza più totalizzante della mia vita.

Come musicista, come amante della musica, come persona.

Esibirsi per ore, davanti a decine di migliaia di persone di ogni età, estrazione, unite dal furore della musica, suonare a braccio, accompagnare altri musicisti, è stato come entrare in un’altra dimensione: scesa dal palco ero carica e adrenalinica

mille volte più di prima, ho sofferto una sorta di “sindrome da abbandono” del palco. Mi sono sentita orfana per giorni di quel ritmo vorticoso, di quell’oceano di persone che danzavano, cantavano davanti a noi. La musica è davvero la più potente  e benefica delle droghe. La musica è portatrice sana di buon umore, di vita. Si, lo ammetto. La musica è la mia vita. Senza la mia arpa non riesco a fare nulla, se potessi la porterei con me anche quando esco con gli amici. L’arpa non è il mio strumento,

è l’altra metà della mia anima.

by Margherita Romaniello

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Sull' Autore

Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa
Online dal 22 Gennaio 2016
Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall’agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line ” talenti lucani”, una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell’opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.


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