
Vito Telesca*
Alla fine dell’esperienza borbonica era attivo nel Regno di Napoli uno stabilimento topografico. Questo dal 1781 al 1799 era sotto il controllo diretto di una “Commissione per la carta geografica” e le nomine degli addetti erano a cura, scelta e “libera” discrezione del commissario e direttore scientifico. Lo stabilimento napoletano visse alterne fortune fino alla sua trasformazione in Istituto Topografico quando, con l’unità d’Italia, esso divenne una sezione dell’Ufficio Superiore del corpo di Stato Maggiore (decreto del 4 agosto 1861). 
Successivamente l’Istituto si è trasformato nuovamente e definitivamente in Istituto Geografico Militare (IGM) che ha recepito parte dell’enorme patrimonio archivistico (per lo più carte topografiche) della storica tipografia geografica napoletana (una grossa parte è custodita presso l’Archivio di Stato di Napoli).
Particolarità interessante, segnalata dagli storici e studiosi dell’ente geografico napoletano, è l’attaccamento e l’affezione familiare verso la professione cartografica. Questa tendenza ha generato un importante aspetto storico-sociale. Per generazioni infatti, nel Mezzogiorno d’Italia, si è tramandato l’interesse per la cartografia all’interno della stessa famiglia. Questo non significa che i figli abbiano continuato l’attività del padre, ma che si siano in qualche modo avvicinati e abbiano comunque percorso una carriera con una professione affine. La famiglia napoletana Del Giudice, ad esempio, con capostipite Michele, era presente a libro paga dell’Istituto dal 1817 fino al 1874 e tutti con mansioni diverse: incisori, disegnatori, ingegneri topografi. Una prassi, ma per svolgere questa professione era necessaria anche una certa formazione tecnica.
Nella glorio
sa storia dell’Istituto Topografico, che va dal 1781 al 1879, si sono susseguiti 14 direttori. Il primo fu Giovanni Antonio Rizzi Zaninoni (fino al 1814) e l’ultimo Leopoldo De Stefanis (in carica per appena 5 mesi). Tra i profili che hanno guidato l’Istituto Topografico di Napoli si segnalano anche due lucani: Diodato Cappetta e Cesareo Firrao.
Diodato Cappetta era nato il 20 luglio 1796 ad Acerenza, dal benestante Onofrio, ed entrò nella reale scuola Politecnica il 7 novembre 1812. Dopo tutta la trafila militare divenne capitano nel 1831 mentre era di stanza al Genio di Messina e si occupò, per la maggiore, di carte per batterie ed edifici militari. Nel 1836 ricevette l’ordine di formare il progetto del porto di Catania, incarico che probabilmente non portò a termine perché nello stesso anno venne trasferito a Barletta. Nel 1840 passò alla Direzione di Napoli e qualche anno dopo (1843) venne nominato Ispettore dell’Officio Topografico, mettendo fine alla sua carriera sul “campo” e inaugurando la sua professione direzionale e amministrativa che lo vide, due anni dopo, di nuovo trasferito in quel di Trani con i gradi di maggiore. Fu in questo periodo e per questi due anni (1843-1845) che ricoprì quindi l’incarico di direttore dell’Istituto. La sua fu un’ascesa inarrestabile, se è vero che in pochi anni (doveva essere nelle grazie della corte borbonica) divenne tenente colonnello e infine colonnello nel 1855. Nel 1859 ricevette la croce di commendatore dell’ordine di Francesco I, in occasione del matrimonio di Francesco II con Maria Amalia di Baviera.
Altro direttore lucano fu Cesare Firrao, nato a Matera il 12 luglio 1806 e direttore dell’Istituto con l’unità d’Italia, dal 1860 al 1867. Questi discendeva dall’antica e nobile famiglia Firrao (ricorderete l’articolo sulle feudalità su Cronache Lucane, sui Del Balzo) ed entrò in Accademia Militare.
Nel periodo borbonico non sono note attività cartografiche del Firrao, anche se “in virtù degli incarichi rivestiti” doveva, necessariamente e per forza di cose, possedere la cultura e la tecnica topografica. Nel 1857 elaborò un progetto “per la costruzione di un Ponte sul Volturno ad uso della Ferrovia di Frontiera” specializzandosi proprio in questa importantissima branca, quella ferroviaria, per la crescita e l’economia del regno. Il 1 agosto 1860 Firrao venne nominato tenente colonnello e destinato all’Officio Topografico, del quale assunse la carica di direttore da li a poco.
Qualche giorno dopo però i Borbone abbandonarono la città di Napoli e con l’avvento di Garibaldi e con il nuovo scenario politico nel Regno (8 settembre 1860), Firrao aderì al nuovo governo. Fu nominato subito colonnello aggregato allo Stato Maggiore e confermato direttore dell’Officio Topografico con la promessa, ottenuta da Torino, che nulla sarebbe cambiato all’interno dell’ente cartografico (uomini, risorse, ecc..). Scenario che però non venne rispettato perché con decreto del 4 agosto 1861 l’istituto napoletano divenne una sezione dell’Ufficio Superiore del corpo di Stato Maggiore Nazionale. Firrao venne confermato direttore della sezione ma non poté conservare intatta la struttura e le funzioni dell’Istituto napoletano che lentamente venne spogliato di ogni ruolo e funzione. Prima del pensionamento Firrao si occupò anche della nuova rete idrica e fognaria della città di Napoli.
Con la fine della sua carriera Firrao denunciò fortemente questo “scippo” e lo scrisse anche in un noto saggio che diede alle stampe dopo il suo pensionamento 9 giugno 1867. Nel 1868 un accorato appello venne lanciato per salvare l’Officio Topografico e con esso la cultura prodotta in quasi un secolo di gloriosa attività. Tentativi inutili. Con l’Unità d’Italia si decretò la morte, tra i tanti enti e stabilimenti, anche dell’Istituto Topografico Napoletano
* Vito Telesca
Cons. Nazionale Manifesto Cultura – Direttore StoriaMeridiana