Trame e comparse, la varia umanità della Potenza di una volta

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LUCIO TUFANO

 

Se Gerard u stuppagliuse” porta la croce al seguito dei morti, li veglia la notte su incarico dei familiari perché non entrino cani randagi dentro la camera mortuaria, se “u rruss” porta fiori e candele ed aiuta lo scavafossi ed i becchini nel laborioso lavoro di dissotterrare e di tumulare, c’è chi, al colmo della stoltezza, si lascia bruciare la barba dai monelli solo per due soldi, in quegli anni tristi della guerra e del Barbanera, delle catastrofi.     

“Chillino senza secondo”, affetto da tubercolosi ossea, riesce, anche tossendo, ad operare in soccorso ai raccoglitori di “munnezza” e in aiuto ai viaggiatori a scaricare i bagagli dal treno e dalla corriera per i passeggeri che arrivano dai paesi. Chi invece ha un corpo tarato da glaciazioni genetiche, opera nei pressi del vecchio tribunale, accompagnando i contadini ed i forestieri sulla porta e lungo i corridoi alla ricerca degli uffici e del Casellario giudiziale, e zì Arcangelo Zaàglia, non uomo di fatica, ma scribacchino di istanze per sussidi, di domande ai congedanti e di pratiche, quando non è al servizio della Farmacia Dente. Ama portare nelle tasche tre orologi. Silvio Provolone, alto non più di un metro, vive d’aria compressa, spesso si addentra nella via Plebiscito, a Porta San Giovanni, presso la cantina de “La Frasca”. Quando lo fanno bere abbastanza da renderlo rigido e leggero come un tronco di legno, lo portano a capo della discesa lastricata di ghiaccio e lo lasciano scivolare giù, giù fino alla fine della discesa.

Attori di strada, attori del privato, comparse e capocomici; dietro di loro frotte di altri comici cenciosi e creatori di baldorie.

Fanno teatro anche per una gavetta di fagioli cotti e fumanti. Perciò sostano attorno alla cucina del Reggimento, la vecchia cucina della caserma dalle pareti affumicate dalla fuliggine e dalle parolacce. Ma mentre Spartcenere fa capire che i residui del rancio sono finiti, e se la svigna con la sua ciotola, con la coppola che gli nasconde le orecchie e parte della faccia, il cuoco-caporale li richiama con un fischio e rinsalda le speranze, giacché vi sono ancora dei pezzi di carne, strisce larghe di lardo rancido, e qualche cesta di residui di pane e patate lesse raccolti sulle tavole del refettorio militare.

E c’è sempre la neve in questo sipario di vicoli e di piazzette, il cielo è di madreperla iridescente alla fine del giorno che ha finito con il “chiazzare” le vie e impietrire l’acqua delle fontane.

Il rigido inverno ha le sue scenografie da teatro, gli alberi impellicciati di neve ed i rami inghirlandati di ghiaccioli; la città è innevata e la neve è una coltre stirata dal soffio di boréa che viene dai monti.

Quell’anno 1943, alla fine dell’estate, quando le armate anglo-americane si accingono a entrare nella città e sostano su Rifreddo sparando assordanti cannonate per sollecitare la completa fuga dei tedeschi, non azzardano la marcia in direzione della città.

Sarakè vive una giornata di gloria. Scende con i compagni fino al fiume, precipitandosi per i costoni delle scarpate e per i viottoli che accorciano la distanza tra la città ed il Basento. Occorre raggiungere l’8^ Armata degli Angloamericani che ha le sue postazioni a Poggiocavallo di Rifreddo, perché smettano di bombardare i palazzi di Potenza. Inerpicandosi su sentieri, balze e collinette, Sarakè giunge trafelato ed affamato al cospetto degli avamposti e con le mani alzate; “faciregne magnà”, grida da lontano ai primi soldati alleati, “i tetesch nun gni sò cchiù, nù bombardare cchiù”. Un urlare disperato e con voce stridula, un agitare le braccia con uno straccio a mò di bandiera. Ecco che Sarakè, da stolto e con istinto, non ha paura e va incontro al fuoco. Una ragione estrema, paradossale, la stoltizia di Sarakè ignora perfino la paura. È coraggio eroico? Lo stolto arriva a pensare che la paura sia un’arte, una delle tante arti che egli non conosce e non sa apprendere. Conoscere la paura, imparare a rabbrividire, diventa il suo pensiero dominante e fa del sentimento della paura un suo elemento di coraggio, anzi di inconsapevole intraprendenza. A tarda sera, e nella notte, nei dintorni del Camposanto o di qualche luogo da tregenda, oppure quando dai compagni più anziani ascolta le antiche storie, le orrifiche storie che popolano di mostri e di fantasmi la sua fantasia. Da tali paure Sarakè si sente immunizzato. E nel corso delle incursioni aeree sulla città, tra individui disperati e raminghi che, assieme ai gatti, si muovono tra le macerie delle case che emanano il fetore dei morti sepolti sotto i crolli, egli vaga alla ricerca di pane e di qualche risposta alle sue perplessità. Tra le sventagliate di mitra che i militari del Reich effettuano dai sidecar in corsa, un asino cade colpito; da un angolo di muro. Sarakè assiste intontito allo scassinamento dell’Oreficeria Cusano, e corre, corre urlando per via Pretoria e per i vicoli, in una città deserta e offesa, dove regna il terrore delle bombe che ondate di “Fortezze volanti” sganciano sui palazzi della città e sulla campagna.

Si aggira per botteghe sventrate, per derrate disseminate sulla strada per un suo fortuito bottino di stomaco e pancia.

Vi è un ambiente di storie e leggende, come quella che a Portasalza, in un portone nobiliare e nelle cantine, da decenni e decenni, si dice vi siano delle casse piene di marenghi. O si dice ancora di una buca profonda, sotto il palazzo Sacafarelli in cui giacerebbero monete d’oro e d’argento.

Perciò il mito del tesoro s’impossessa dei compagni per diverse sortite di avventura.

Eppoi ci sono le vecchie, le vecchie che tessono la grigia lana dei ragni, negli anfratti dei sottani, abitati dalle streghe. E ci sono anche Angiulina Bruciagagliara e Maria Sparacannone che vogliono tanto bene al Sarakè; e quando lui le nomina è preso da tenerezza, e racconta della sua infanzia, trascorsa a volte nella loro benevolenza. 

le foto che corredano il racconto di Lucio Tufano sono tratte da Potenza d’Epoca, pagina FB  ai cui autori e amministratori va il ringraziamento di Talenti per questa bellissima iniziativa di documentazione

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Sull' Autore

Lucio Tufano

LUCIO TUFANO: BIBLIOGRAFIA ESSENZIALE “Per il centenario di Potenza capoluogo (1806-2006)” – Edizioni Spartaco 2008. S. Maria C. V. (Ce). Lucio Tufano, “Dal regale teatro di campagna”. Edit. Baratto Libri. Roma 1987. Lucio Tufano, “Le dissolute ragnatele del sapore”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “Carnevale, Carnevalone e Carnevalicchio”, art. da “Il Quotidiano”. Lucio Tufano, “I segnalatori. I poteri della paura”. AA. VV., Calice Editore; “La forza della tradizione”, art. da “La Nuova Basilicata” del 27.5.199; “A spasso per il tempo”, art. da “La Nuova Basilicata” del 29.5.1999; “Speciale sfilata dei Turchi (a cura di), art. da “Città domani” del 27.5.1990; “Potenza come un bazar” art. da “La Nuova Basilicata” del 26.5.2000; “Ai turchi serve marketing” art. da “La Nuova Basilicata” del 1.6.2000; “Gli spots ricchi e quelli poveri della civiltà artigiana”, art. da “Controsenso” del 10 giugno 2008; “I brevettari”, art. da Il Quotidiano di Basilicata; “Sarachedda e l’epopea degli stracci”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno” del 20.2.1996; “La ribalta dei vicoli e dei sottani”, art. da “La Gazzetta del Mezzogiorno”. Lucio Tufano, "Il Kanapone" – Calice editore, Rionero in Vulture. Lucio Tufano "Lo Sconfittoriale" – Calice editore, Rionero in Vulture.

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