LUCIO TUFANO
Se Gerard u “stuppagliuse” porta la croce al seguito dei morti, li veglia la notte su incarico dei familiari perché non entrino cani randagi dentro la camera mortuaria, se “u rruss” porta fiori e candele ed aiuta lo scavafossi ed i becchini nel laborioso lavoro di dissotterrare e di tumulare, c’è chi, al colmo della stoltezza, si lascia bruciare la barba dai monelli solo per due soldi, in quegli anni tristi della guerra e del Barbanera, delle catastrofi.
“Chillino senza secondo”, affetto da tubercolosi ossea, riesce, anche tossendo, ad operare in soccorso ai raccoglitori di “munnezza” e in aiuto ai viaggiatori a scaricare i bagagli dal treno e dalla corriera per i passeggeri che arrivano dai paesi. Chi invece ha un corpo tarato da glaciazioni genetiche, opera nei pressi del vecchio tribunale, accompagnando i contadini ed i forestieri sulla porta e lungo i corridoi alla ricerca degli uffic
Attori di strada, attori del privato, comparse e capocomici; dietro di loro frotte di altri comici cenciosi e creatori di baldorie.
Fanno teatro anche per una gavetta di fagioli cotti e fumanti. Perciò sostano attorno alla cucina del Reggimento, la vecchia cucina della caserma dalle pareti affumicate dalla fuliggine e dalle parolacce. Ma mentre Spartcenere fa capire che i residui del rancio sono finiti, e se la svigna con la sua ciotola, con la coppola che gli nasconde le orecchie e parte della faccia, il cuoco-caporale li richiama con un fischio e rinsalda le speranze, giacché vi sono ancora dei pezzi di carne, strisce larghe
E c’è sempre la neve in questo sipario di vicoli e di piazzette, il cielo è di madreperla iridescente alla fine del giorno che ha finito con il “chiazzare” le vie e impietrire l’acqua delle fontane.
Il rigido inverno ha le sue scenografie da teatro, gli alberi impellicciati di neve ed i rami inghirlandati di ghiaccioli; la città è innevata e la neve è una coltre stirata dal soffio di boréa che viene dai monti.
Quell’anno 1943, alla fine dell’estate, quando le armate anglo-americane si accingono a entrare nella città e sostano su Rifreddo sparando assordanti cannonate per sollecitare la completa fuga dei tedeschi, non azzardano la marcia in direzione della città.
Sarakè vive una giornata di gloria. Scende con i compagni fino al fiume, precipitandosi per i costoni delle scarpate e per i viottoli che accorciano la distanza tra la città ed il Basento. Occorre raggiungere l’8^ Armata degli Angloamericani che ha le sue postazioni a Poggiocavallo di Rifreddo, perché smettano di bombardare i palazzi di Potenza. Inerpicandosi su sentieri, balze e collinette, Sarakè giunge trafelato ed affamato al cospetto degli avamposti e con le mani alzate; “faciregne magnà”, grida da lontano ai primi soldati alleati, “i tetesch nun gni sò cchiù, nù bombardare cchiù”. Un urlare disperato e con voce stridula, un agitare le braccia con uno straccio a mò di bandiera. Ecco che Sarakè, da stolto e con istinto, non ha paura e va incontro al fuoco. Una ragione estrema, paradossale, la stoltizia di Sarakè ignora perfino la paura. È coraggio eroico? Lo stolto arriva a pensare che la paura sia un’arte, una delle tante arti che egli non conosce e non sa apprendere. Conoscere la paura, imparare a rabbrividire, diventa il suo pensiero dominante e fa del sentimento della paura un suo elemento di coraggio, anzi di inconsapevole intraprendenza.
Si aggira per botteghe sventrate, per derrate disseminate sulla strada per un suo fortuito bottino di stomaco e pancia.
Vi è un ambiente di storie e leggende, come quella che a Portasalza, in un portone nobiliare e nelle cantine, da decenni e decenni, si dice vi siano delle casse piene di marenghi. O si dice ancora di una buca profonda,
Perciò il mito del tesoro s’impossessa dei compagni per diverse sortite di avventura.
Eppoi ci sono le vecchie, le vecchie che tessono la grigia lana dei ragni, negli anfratti dei sottani, abitati dalle streghe. E ci sono anche Angiulina Bruciagagliara e Maria Sparacannone che vogliono tanto bene al Sarakè; e quando lui le nomina è preso da tenerezza, e racconta della sua infanzia, trascorsa a volte nella loro benevolenza.
le foto che corredano il racconto di Lucio Tufano sono tratte da Potenza d’Epoca, pagina FB ai cui autori e amministratori va il ringraziamento di Talenti per questa bellissima iniziativa di documentazione
