TRAMUTOLA DAL MEDIOEVO ALL’ETA’ MODERNA

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vincenzo petrocelli

vincenzo petrocelli

Convenzionalmente, età moderna, si definisce il periodo che va dagli ultimi decenni del quattrocento alla Rivoluzione Francese.

Considero di poter avanzare l’ipotesi che Tramutola inizia a spezzare le catene della sua storia Medioevale, per entrare nell’era Moderna, quando nel 1496 Pietro Marotta, sindaco di Tramutola, prende in fitto la bagliva(1) da Vincenzo Correale conte di Casalicchio. A questo atto seguì poi quello di Roberto Sanseverino II, principe di Salerno e conte di Marsico nel 1502, per la restituzione al Monastero di Cava della giurisdizione civile di Tramutola.

E’ interessante a questo punto esporre in breve, l’ordinamento delle Universitates come allora si chiamavano i Comuni.

Le Università, per quanto riguarda la riscossione delle tasse e l’amministrazione dei beni demaniali e comunali, erano governate dal sindaco e due o tre eletti, i quali ogni anno venivano nominati dal parlamento o assemblea di tutti i capi famiglia. Il parlamento oltre che per la nomina degli amministratori dei cittadini, interveniva ancora a dare il suo parere nella formazione del catasto, nell’imposizione di nuove tasse, nello stabilire il prezzo delle derrate (calmiere) per decidere su liti da sostenere e per offrire donativi in danaro all’abate. Da ciò si può percepire quale parte attiva avevano i cittadini di Tramutola nell’amministrazione della cosa pubblica.

Per quanto poi riguarda l’amministrazione della giustizia criminale, civile e mista, questa era affidata al signore feudale, il quale nominava allo scopo i giudici, i capitani, gli assessori, i mastrodatti (segretari). Da una parte il signore feudale geloso dei suoi diritti li difendeva ad oltranza, dall’altra i sudditi tramutolesi aspirando a maggiore libertà, recalcitravano sotto il pugno di ferro del Vicario. Da qui innumerevoli contese e discordie si verificarono a Tramutola, anche se l’abate, pur difendendo i suoi diritti e facendo valere la sua autorità, talvolta si ricordava di non essere soltanto il barone, ma anche l’abate(2).

Intanto il viceré de Cardona, per eliminare tante cause e motivi di discordia, ordinò nel 1520, che si facesse in tutto il regno la Platea o inventario di tutti i feudi per conoscere bene e determinare tutte le competenze, diritti, usi, privilegi dei baroni come delle Università. A tal fine l’anno seguente venne a Tramutola il regio commissario Scipione de Samuele di Sala, il quale il 16 dicembre 1521, dopo aver ascoltato le parti interessate e vagliati i loro diritti e ragioni, redasse la Platea, dalla quale restò riconosciuto:

1) Al principe di Salerno e conte di Marsico della famiglia Sanseverino, la giurisdizione criminale al completo, la zecca, i pesi, le misure, la portulania (sorveglianza e conservazione delle strade, ponti, limiti, siepi, fossi ecc. con il diritto d’imporre multe ai trasgressori), la gabella della “piazza de fora” cioè il diritto di esigere una tassa (posteggio) dai mercanti che venivano di fuori per vendere derrate od altro in paese ed infine la difesa delle trote (il diritto esclusivo di pescare nel fiume Aggia, detto la fiumarella delle trote);

2) All’Università il diritto della bagliva (esazione delle imposte) e la gabella della piazza (tassa sui negozianti a posto fisso del paese);

3) All’abate la giurisdizione civile e mista, i molini e i forni.

La Platea non esiste più, né in originale né in copia, si trovano estratti dei capi nelle carte dei diversi processi, come riferisce Leone Mattei Cerasoli, altri sostengono il contrario. Noi ci affidiamo alle ricerche di Leone Mattei Cerasoli e ne seguiamo le azioni che conducono a risultati scientificamente validi.

L’Università di Tramutola per il riconoscimento della bagliva, acquistata dal barone di Casalicchio nell’anno 1496, dovette sostenere nel 1513 una causa, perché il viceré non voleva approvare la conferma fattane dall’ultimo re Aragonese, Federico III, al conte di Casalicchio. Il Comune dovette sostenere lotte per affermarsi ed espresse l’emancipazione dalla soggezione feudale (conte di Casalicchio), dando luogo a una profonda trasformazione sociale caratterizzata dal rifiorire delle attività commerciali e dall’emergere della borghesia. Per la gestione cittadina i capifamiglia delle famiglie più potenti, cominciarono a riunirsi in assemblea o Parlamento che nominava i rappresentanti per la gestione del comune. L’organizzazione del Comune era divisa in classi ben distinte, la borghesia o popolo grasso che si organizzava in associazioni professionali e la plebe, la classe più povera, formata dalle masse di coloro che lavoravano alle dipendenze di un padrone in cambio di una paga.

Interesserà sapere che nel XVI secolo i mulini erano quattro, uno alle pantane, probabilmente nella contrada Varco di Salvo; l’altro detto della Torre o sotto l’acqua ‘Ncap l’Acqua; il terzo detto della corte (Molinello) il quarto sotto l’Abbazia, ma di quest’ultimo non restano tracce.

I forni poi erano tre, nel luogo detto “alle forna” presso le case di Antonio Morena all’estremità del paese e si cuoceva il pane pagando la ventiquattresima parte del cotto e fornendo dodici legna da bruciare. Queste prerogative o diritti dell’abate erano concessi in affitto e di cui si conservano i relativi contratti, nell’archivio della Badia di Cava. In Via Valle Cupa sono presenti i resti di un antico forno (metà 500), al servizio della corte baronale(3).

Dopo la formazione della platea ci si augurava di trascorrere un periodo di pace, finché non la turbò di nuovo il conte Sanseverino costruendo due forni nelle sue case per i suoi ufficiali per la giustizia criminale. Dopo una lite durata tre anni, il conte Sanseverino, fu condannato dalla regia Camera della Sommaria a demolire i forni che aveva costruito abusivamente e riconosceva i diritti del Monastero di Cava. La sentenza fu eseguita nel 1547.

Successivamente il Principe di Salerno, Ferrante Sanseverino, figliuolo di Roberto e Maria d’Aragona, messosi a lottare contro il viceré De Toledo, finì per tradire la patria chiamando i Turchi contro Salerno. I Turchi mandarono nel Mediterraneo un’armata di 200 navi comandate dall’Ammiraglio Bassà Sinan, al quale il Viceré Toledo mandò 2 milioni di ducati sottratti dal Banco di Giovanni Battista Ravaschieri e corruppe l’Ammiraglio turco, il quale abbandonò Napoli e fece ritorno in patria con il bottino. Allora Il Principe di Salerno, Ferrante Sanseverino, fu bandito e dichiarato ribelle ed i suoi beni furono confiscati e venduti nel 1552.  Moriva in Avignone nel 1568 all’età di 61 anno. E’ dal venir meno dei Sanseverino, metà cinquecento, che va individuata a Tramutola la presenza di famiglie locali che nei secoli successivi, finirono per dominare la vita socio economica del paese. Tutto ciò è da spiegarsi con l’essere i loro componenti rappresentanti o amministratori dei feudatari radiati, o del barone Abate di Cava. E’ interessante seguire le vicende della comparsa di queste famiglie, perché si nota che le dimore in cui esse abitarono ci offrono la mappa della graduale espansione del paese. I palazzi o case  palaziate, come vennero indicate nel catasto dell’onciario del 1756, sorgevano quasi tutte nelle immediate vicinanze della fontana ‘Ncap l’Acqua, da dove si enucleò il nostro centro abitato. Man mano che si ebbe un incremento di popolazione le case incominciarono ad espandersi lungo i tre corsi attuali: Via Cavour, Via V. Emanuele III e Via Garibaldi.

Messa all’asta la giurisdizione criminale del principe Sanseverino, che egli con altri diritti aveva in Tramutola, fu aggiudicata per 5650 ducati al nobile napoletano Giulio Cesare Caracciolo, il quale prese subito possesso della carica. Ben presto si mise in lite con i monaci Cassinesi di Cava e la corte baronale di Tramutola, edificando un forno nelle sue case e si rese esoso a tutto il paese per il modo come amministrava la giustizia. Presiedeva personalmente ai giudizi ed emanava sentenze così severe e rigorose che molti tramutolesi si videro costretti ad emigrare. Allora era molto facile, bastava varcare l’attuale ponte del Convento o Ponte dei Sospiri e si era in territorio di Marsico o, il passo di Santa Palomba e si era in territorio di Saponara. Così bastava veramente poco per essere fuori dagli artigli del fiero signorotto. La cosa però impressionò talmente il sindaco, gli eletti e tutto il paese che dopo averne pubblicamente discusso, in vari parlamenti e dopo aver invano tentato di piegare a clemenza l’animo del Caracciolo, si decise di chiedere al viceré, che l’Università di Tramutola passasse al regio Demanio. Quest’ultima analisi voleva significare che la regia Corte vi amministrasse la giustizia criminale per mezzo di magistrati che del loro operato dovevano rendere conto al viceré e al Regio Collateral Consiglio. Questo poteva rappresentare un grande vantaggio per i tramutolesi i quali avrebbero sopportato meno abusi e soprusi. Però per ottenere questo risultato bisognava pagare al Caracciolo i 5650 ducati versati per la giurisdizione. Il sindaco e gli eletti si trovavano di fronte un gravoso problema da risolvere e con penoso imbarazzo in quanto l’Università era tanto povera che a stento si riuscirono a racimolare mille ducati. Allora il sindaco e gli eletti in parlamento, decisero di chiedere un prestito anche ipotecando la gabella sulle farine, carni e lini, ma nessuno poté anticipare tale somma neanche i più facoltosi del paese e dei luoghi vicini. Come si evince da un documento dell’anno 1561, postumo ai fatti, il sindaco di Tramutola, gli eletti ed i cittadini si rivolsero all’abate per chiedere aiuto e risolvere la problematica dell’Università. La richiesta fu discussa dai monaci di Cava ed il 26 aprile 1554, fu accettata. Però, neppure il Monastero di Cava, poteva disporre di tale somma, così i monaci Cassinesi cavensi, decisero di vendere i censi redimibili che si possedevano in Napoli. Ottenuto il permesso dalla Santa Sede, incaricarono dell’operazione finanziaria il Cellerario di Cava, il Priore della Badia di Sanseverino di Napoli e il Procuratore Generale della Congregazione Cassinese. Ma, questi incaricati, non riuscirono a vendere i censi per cui l’abate dovette decidere, dietro le suppliche dei tramutolesi, ad impegnare i censi del Monastero per dieci anni sul banco dell’Ospedale dell’Annunziata, il quale rilasciò la cedola di 5605 ducati che con altri 1000, servì a licenziare il Caracciolo. La Badia di Cava doveva restituire al Banco 550 ducati annui per capitali ed interessi. Nello stesso anno 1554, il viceré Paceco rimise al Procuratore dell’Università, Nardo Todisco, la giurisdizione criminale delle prime e seconde cause per la tassa annua di ducati 19, tre tarì e dieci carlini e mezzo, ad evitare qualsiasi conflitto e si stabilì di comune accordo di eleggere ogni anno un consigliere, il quale nei casi dubbi doveva decidere se la causa doveva essere portata al tribunale dell’Abate o a quella dell’Università(4).

I tramutolesi per potersi liberare del Caracciolo avevano promesso la restituzione della somma anticipata dai monaci di Cava, ma le entrate, anche con il Regio Fisco per il pagamento delle funzioni fiscali (focatico e distribuzione del sale) e perché nell’anno 1557 si aggiunse un donativo in danaro per il sovrano. Pertanto non sapendo come pagare il debito, il 4 luglio 1557, il sindaco e gli eletti decisero in parlamento di imporre, per cinque anni, una decima su tutti i beni dei cittadini. Quindi espletato il bando per l’appalto della riscossione fu aggiudicata a Giovanni Marotta per ducati 5605, a cui si aggiunsero come soci Baldassare Prando, don Marino Marotta, Colella Tortorello, Seguro De Vignati e Mario Greco, i quali poi avrebbero pagato alla Badia di Cava secondo convenzioni scritte.

Solamente nell’anno 1570, il Monastero della Badia di Cava, poteva rilasciare quietanza finale all’Università, condonando quattrocento ducati al procuratore Terenzio De Muria.

Mentre la politica fiscale dei viceré del regno di Napoli cresceva, l’abate in visita a Tramutola nell’anno 1559, ridusse per la metà tutti i proventi baronali, così il focatico fu ridotto a un tarì e per le vedove a un carlino. Queste concessioni sicuramente scaturivano dalle tante lite sostenute dall’Università nei confronti del barone abate, in quanto in questa circostanza furono richieste testimonianze sui confini del territorio di Tramutola. Infatti, dopo aver riportato nel documento della visita pastorale i confini del diploma del conte Silvestro si dice: hora i confini sono dalla terra Mayorana pende, va per la pedania de Monticello et va pe fino a Santa Palomba, et va alla Grotta de Melito, alias de Faragone, et da la detta Grotta sagli in capo de la montagna, come penne acqua verso Tramutola, et va pe le Castella et discende al rivo si chiama Busentino, et va pe fino al predetto confino pe la Mayorana”.

Intanto sorsero questioni tra l’Università di Tramutola e quella di Marsico per la Difesa di Monticello(5), proprietà di Marsico, ma sulla quale, per gli antichi privilegi di Silvestro e Gugliemo Sanseverino, i tramutolesi avevano gli usi civici. Come abbiamo visto il viceré Don Pietro de Toledo confiscò al conte Sanseverino tutti i beni e la città di Marsico acquistò con strumento dell’11 novembre del 1552, per notar Canuso di Napoli, dal viceré Don Pietro de Toledo tutti i diritti di regalia incamerati alla Real Corona per la dichiarata fellonia del Principe Sanseverino. Durante la lite furono sequestrati animali ed alcuni pastori furono carcerati, in quanto da parte dell’Università di Marsico si disconoscevano gli usi civici dei tramutolesi. Inoltre Marsico voleva vendere la proprietà sulla quale vantavano diritti diversi padroni, fra cui la Camera Apostolica e il Marchese di Brienza creditore dell’Università di Marsico per 5000 ducati. La lite portata a Napoli durò dal 1563 al 1642 ed ebbe diverse fasi. La sentenza fu che l’Università di Tramutola fosse mantenuta nei suoi diritti, solo che doveva pagare per “bonatenenza” alla città di Marsico 35 ducati annui.

L’Università di Marsico gravata in conseguenza di rilevanti obbligazioni, per estinguerli decise di vendere diversi fondi, fra i quali Monticello(6). Monticello rimase aggiudicato a Scipione Langella per ducati 500, ma avendo questi licitato senza aver pronto il contante, dovette cederlo ai fratelli Caravita, creditori del Comune di Marsico. Ottenuto decreto di assenso dalla Regia Camera il 9 giugno 1630, ne presero possesso il 19 seguente di agosto giusto atto per notar De Gregorio di Marsico. In seguito i Caravita lo cedettero a Berardino Simonelli di Milano con atto del 15 maggio 1641(7).

A completamento del presente capitolo, si riportano gli eletti dell’anno 1598-1599(8):

Marco Tullio De Muria

Giovanni Camillo Peccio

Francesco Radesca

Sindaco Francesco Tavolaro

Eletti dell’anno 1599-1600

Terenzio De Muria

Adamo De Noviello

Pascale Panella

Eletti nell’anno 1600-1601

Annibale De Muria

Cicchetto De Noviello

 

(1) Da “Balivo” pubblico ufficiale con autorità su di un determinato territorio. La bagliva, costituiva l’esazione di diritti da parte dell’autorità pubblica preposta per applicazione di bolli alle bilance, alle stadere e alle caraffe, in base alle unità di misura nel luogo.

(2) ABC cartella XII – 70 Ricorso dei Tramutolesi contro il Monastero Cavense

(3) cfr. Vincenzo Petrocelli I beni culturali di Tramutola IL PALAZZO ABBAZIALE finito di stampare luglio 2007,Tipolitografia Centro Grafico di Rocco Castrignano Anzi (PZ).

(4) ABC cartella XII – 44 convenzioni tra il Monastero Cavense e gli uomini dell’Università di Tramutola circa la unione della giurisdizione civile e criminale.

(5) cfr. Vincenzo Petrocelli – Storia di confini e relazioni municipali. Il Giardino di Azimonti EDIZIONI Aprile 2014.

(6) Atti demaniali della Prefettura di Potenza vol. 29 fogli da 54 a 59

(7) cfr. Vincenzo Petrocelli – Storia di confini e relazioni municipali. Il Giardino di Azimonti EDIZIONI Aprile 2014.

(8) ABC cartella XII 42-43

 

 

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Quotidiano Online Iscrizione al Tribunale di Potenza N. 7/2011 dir.resp.: Rocco Rosa Online dal 22 Gennaio 2016 Con alcuni miei amici, tutti rigorosamente distanti dall'agone politico, ho deciso di far rivivere il giornale on line " talenti lucani", una iniziativa che a me sta a molto a cuore perchè ha tre scopi : rafforzare il peso dell'opinione pubblica, dare una vetrina ai giovani lucani che non riescono a veicolare la propria creatività e , terzo,fare un laboratorio di giornalismo on line.

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